Strada maestraA piccoli passi l’Ucraina si avvicina sempre più all’Unione europea

Tra nuove sanzioni alla Russia e aiuti concreti alla resistenza, il Consiglio Affari Esteri sta preparando il terreno legislativo per integrare sempre di più Kyjiv con gli Stati membri Ue

LaPresse

L’Ucraina continua a fare passi avanti verso l’Europa. Il cammino sarà ancora lungo, ma la direzione è segnata. Nel frattempo, però, c’è da resistere all’aggressione russa. E per farlo, Kyjiv ha bisogno del sostegno occidentale, che proprio in questa settimana sta venendo confermato dall’Unione europea. Alla riunione del Consiglio Affari Esteri tenutosi il 24 giugno in Lussemburgo è arrivato il via libera per l’utilizzo dei cosiddetti extraprofitti sui capitali russi immobilizzati, che i Ventisette vogliono impiegare per sostenere la resistenza ucraina, sulla scia della storica decisione presa al G7 pugliese di utilizzare cinquanta miliardi di euro al medesimo scopo. 

Nel caso europeo, si tratta per ora di 1,4 miliardi di euro che, nelle speranze dei diplomatici, dovrebbero raggiungere Kyjiv già all’inizio del mese prossimo. Una prima tranche che verrà sostenuta principalmente da Germania, Danimarca e Cechia, mentre altri 1,1 miliardi – contribuiti da Italia, Lettonia, Romania e Svezia – potrebbero impiegare più tempo per arrivare a destinazione, verosimilmente fino alla prossima primavera. L’uso previsto per questi fondi è la fornitura di sistemi di difesa aerea e munizioni per l’artiglieria, nonché il supporto diretto allo sviluppo dell’industria bellica ucraina.

In realtà dovremmo parlare della decisione di ventisei Stati membri: a fare ostruzionismo sul tema, come sempre da oltre due anni a questa parte, c’è ancora una volta l’Ungheria di Viktor Orbán. I partner europei di Budapest si sono stufati del bastian contrario magiaro, e così questa mattina hanno trovato il modo di aggirare il veto ungherese: adottando una decisione a maggioranza qualificata, in cui l’unico ministro contrario era proprio Péter Szijjártó, che permette di utilizzare i profitti generati dagli interessi sugli asset russi congelati negli istituti di credito europei per sostenere finanziariamente l’Ucraina. 

L’ammontare di queste somme è stimato in circa tre miliardi l’anno, e l’aggiramento del veto di Orbán (e dei suoi plenipotenziari) è reso possibile dal fatto che non si tratta, appunto, di denaro messo a disposizione dagli Stati membri ma di fondi raccolti, per così dire, da Euroclear, l’agenzia belga che si occupa di gestire appunto i capitali russi bloccati alle nostre latitudini. «La decisione è chiara», ha chiosato l’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera Josep Borrell: «I profitti dagli asset russi congelati saranno usati per aumentare il nostro sostegno militare all’Ucraina». «E abbiamo una procedura per avanzare evitando ogni forma di blocco da qualche Stato membri che non è parte della decisione», ha sottolineato.

Discorso diverso, invece, per lo European Peace Facility, che al contrario è sovvenzionato dalle cancellerie europee. E qui, scottato dalla decisione odierna, il governo ungherese ha annunciato che darà battaglia ancora più dura per impedire l’esborso a Kyjiv dei 6,6 miliardi della dotazione del fondo.

Oltre alla decisione sugli extraprofitti, i titolari degli Esteri del blocco hanno anche adottato il quattordicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, aggiungendo centosedici nuovi individui ed entità alla lista di quelli già colpiti dalle misure restrittive di Bruxelles. «Queste misure sono progettate per colpire settori di alto valore dell’economia russa, come l’energia, la finanza e il commercio, e rendere sempre più difficile l’elusione delle sanzioni dell’Ue», si legge in una nota del Consiglio. 

E infatti, il nuovo round di sanzioni mira non solo a colpire le capacità di riesportazione verso i mercati asiatici del gas naturale liquefatto (gnl) di Mosca attraverso i porti nordeuropei ma anche a stringere ulteriormente le maglie dello stesso regime sanzionatorio del blocco, rafforzando il divieto di commerciare prodotti in Russia tramite intermediari in Paesi terzi e applicando restrizioni nei confronti delle istituzioni finanziarie extra-Ue che favoriscono questo genere di triangolazioni. 

Si tratta di misure volte a impedire l’arrivo a Mosca di tecnologie fondamentali sia per l’industria civile che per quella bellica (i cosiddetti beni a doppio uso, come i microprocessori). Inoltre, in questo quattordicesimo round è stato introdotto il divieto per i partiti politici, le ong e i media europei di accettare finanziamenti provenienti dallo Stato russo e dai suoi delegati, per salvaguardare l’integrità e l’indipendenza dei processi politici in Ue e proteggere i cittadini dalle interferenze e dalla disinformazione del Cremlino. 

Infine, ma non da ultimo, il Consiglio Affari esteri ha anche dato il via libera all’accordo di sicurezza tra Ue e Ucraina, con il quale i Ventisette puntano a fornire più concrete garanzie a Kyjiv contro eventuali aggressioni militari future, nell’attesa che il Paese ex sovietico possa entrare nel club europeo. La firma ufficiale è prevista per mercoledì 26 giugno a Bruxelles, alla presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky (la cui presenza non è ancora stata confermata per motivi di sicurezza) e del capo del Consiglio europeo Charles Michel. 

Quanto alle altre crisi che affollano l’agenda internazionale, i ministri degli Stati membri hanno discusso soprattutto della grave situazione umanitaria nella Striscia di Gaza. «Siamo a un punto morto riguardo al cessate il fuoco», ha dichiarato il capo della diplomazia Ue ai giornalisti alla fine dell’incontro. «Nessuna delle due parti appare pronta a implementare nessuna proposta», ha continuato, sottolineando che gli aiuti umanitari continuano a essere ammassati fuori della Striscia mentre Hamas continua a detenere un numero imprecisato di ostaggi. 

Bruxelles sta cercando la sponda dei partner arabi della regione per porre fine alla guerra e portare avanti una soluzione politica volta alla costruzione di due Stati. A tal proposito, l’Alto rappresentante ha confermato la disponibilità dell’Unione di inviare nuovamente la missione Eubam al valico di Rafah, ma ha sottolineato che «mancano le condizioni politiche per farla partire».

Sono inoltre molto forti i timori di Bruxelles circa la possibile apertura di un nuovo fronte di guerra tra lo Stato ebraico e le milizie sciite di Hezbollah in Libano, nel contesto del quale è stata recentemente minacciata (a parole) la sicurezza di Cipro, uno Stato membro dell’Ue. 

I ministri dei Ventisette hanno poi discusso della delicata situazione politica in Georgia, la cui legge sugli agenti stranieri sta allontanando il Paese caucasico dalla traiettoria europea. «Se il governo non modifica il proprio corso d’azione, la Georgia non procederà sul suo percorso verso l’adesione all’Ue», ha scandito Borrell in conferenza stampa, lamentando il livello di disinformazione anche a opera di attori statali circa le intenzioni di Bruxelles. 

 

Quanto ai Balcani occidentali, l’Alto rappresentante ha sottolineato il “forte coinvolgimento” dei Paesi della regione da parte dell’Unione soprattutto sulla politica estera e di sicurezza, un fattore che ha definito “essenziale” per mantenere aperta la porta del club europeo: “Mantenere i legami con il Cremlino non è compatibile con le aspirazioni europee”, ha dichiarato.  

 

Infine, sul tavolo del Consiglio c’era anche la deriva autoritaria in Tunisia, dove il presidente Kaïs Saïed sta soffocando la società civile e il dissenso, avvicinandosi peraltro all’orbita russa. 

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