Senza FideszÈ il momento politico peggiore per avere Orbàn alla presidenza del Consiglio Ue

Dal primo luglio, il premier ungherese guiderà per sei mesi l'istituzione europea dei governi nazionali. Il rischio è che possa indebolire la posizione di Bruxelles sull’Ucraina

LaPresse

Nelle prossime settimane il premier ungherese Viktor Orbán sarà impegnato a costruire nuove alleanze con i partiti della destra europea per trovare una nuova famiglia politica a Fidesz. Dopo l’espulsione dai popolari nel 2021 il suo partito è rimasto nel gruppo dei Non Iscritti in Parlamento ma nella nuova legislatura le cose cambieranno. Orbán dialoga già da tempo con i Conservatori di Ecr, forte dell’amicizia storica con Fratelli d’Italia e con il PiS polacco. Sarebbe una soluzione ideale ma le posizioni filorusse di Budapest sono difficili da digerire, soprattutto per Meloni che da quando è al Governo sta cercando di trasmettere agli altri partner internazionali l’immagine di una leader atlantista e affidabile. In questi giorni ci sarà comunque un incontro.

La collocazione più naturale sarebbe probabilmente Identità e Democrazia, che dopo l’ottimo risultato di Rassemblement National potrebbe ambire a diventare la terza forza in Parlamento. Uno scenario che diventerebbe possibile se al gruppo di estrema destra si aggiungessero i dieci deputati di Fidesz e i quindici di Alternative für Deutschland, da poco espulsi da Id ma già pronti a essere riaccolti, magari dopo le elezioni francesi per evitare problemi a Marine Le Pen. 

In una recente intervista alla tv ungherese M1, Orbán ha però messo sul tavolo una nuova opzione: «se il gruppo dei Conservatori e riformisti europei e il gruppo Identità e Democrazia, entrambi guidati da una donna, si mettono d’accordo tra loro, la destra diventerà seconda forza, lasciando i socialisti, i verdi e i liberali dietro». Un percorso complicato che metterebbe insieme partiti con visioni diverse sulla guerra in Ucraina e sul ruolo stesso dell’Unione europea. Un tentativo verrà fatto ma al momento sembra uno scenario improbabile.

Dopo le trattative in Parlamento toccherà al Consiglio dell’Ue che dal primo luglio sarà guidato per sei mesi proprio dall’Ungheria. Il clima non è dei più sereni: il Parlamento europeo in una risoluzione di aprile ha espresso dubbi sulla credibilità di una Presidenza a guida ungherese dopo le continue violazioni dello stato di diritto che hanno portato all’attivazione della procedura ex articolo 7 e al blocco dei finanziamenti dell’Ue da parte della Commissione. Effettivamente è abbastanza inusuale una presidenza del Consiglio in così netto contrasto con le politiche di Bruxelles. Resta da capire quanto Budapest vorrà tirare la corda, anche se lo spazio di manovra dell’Ungheria potrà essere limitato dagli altri attori istituzionali. 

A livello politico, Orbán proverà subito a influenzare le trattative per i posti di vertice dell’Ue e l’agenda strategica della nuova Commissione. Sui singoli dossier potrebbe invece essere più cauto. Il programma definitivo del semestre non è ancora dettagliato ma a giudicare dalle sei priorità individuate (che danno continuità all’agenda strategica del Consiglio), Budapest potrebbe avere un approccio collaborativo su molti temi che saranno all’ordine del giorno, come i processi di allargamento, la cybersecurity, le politiche di coesione, la sfida demografica e il mercato interno. I problemi potrebbero nascere con il green deal, su cui Fidesz è sempre stato critico. E con una Commissione che presumibilmente si sposterà a destra il rischio è che possa esserci già da subito un ridimensionamento delle politiche climatiche dell’Ue. 

Sarà interessante capire anche la posizione della presidenza ungherese rispetto a un altro argomento in agenda: la lotta all’immigrazione clandestina. Il tema è ovviamente molto sensibile per Meloni che con Orbán condivide le politiche di contrasto agli sbarchi clandestini ma non quelle sulla redistribuzione dei migranti nei vari Paesi. Una contraddizione storica della destra nazionalista europea destinata a rimanere tale.

Quello che preoccupa maggiormente, però, è la posizione ungherese sull’Ucraina. Orbán ha scelto di continuare a essere l’avamposto di Vladimir Putin in Europa e negli ultimi due anni e mezzo ha sistematicamente bloccato le decisioni dei ventisette su Kyjiv, dagli aiuti all’esercito ucraino alle sanzioni a Mosca. 

Nel recente incontro tenutosi a Budapest con il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il presidente ungherese ha assicurato che non fermerà gli sforzi dell’alleanza Atlantica per aumentare il proprio sostegno all’Ucraina, ma allo stesso tempo non parteciperà alle operazioni di sostegno a Kyjiv. Orbán e Putin restano fortemente legati da interessi economici e politici e il presidente ungherese, con questa mossa, ha mandato un messaggio di fedeltà al Cremlino. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, la buona notizia è che non intralcerà più le operazioni della Nato. Quella cattiva è che in Europa potrà continuare a farlo.

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