Tesori sommersiCon l’attività estrattiva sottomarina stiamo raschiando il fondale

La Norvegia e altri Paesi stanno valutando l’opportunità di sviluppare l’esplorazione e lo sfruttamento minerario delle profondità oceaniche. Ma i tentativi già in corso incontrano l’opposizione degli ambientalisti, che temono che gli ecosistemi possano esserne danneggiati

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Climate Forward in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Nel gennaio scorso il Parlamento di Oslo ha votato per autorizzare l’apertura di alcune porzioni del mare al largo della Norvegia all’esplorazione mineraria dei fondali, una scelta che riflette la crescente domanda internazionale dei metalli necessari per la costruzione delle batterie per i veicoli elettrici. Questa decisione spiana la strada ai cercatori di giacimenti nei fondali marini tra la Norvegia e la Groenlandia, e soprattutto a Nord del Circolo Polare Artico, in aree che ricadono sotto la giurisdizione norvegese.

Le proposte di esplorazione mineraria sia in acque internazionali sia nelle aree costiere come quelle al largo della Norvegia, incontrano l’opposizione degli ambientalisti, che sostengono che non si possa autorizzare l’estrazione dal momento che non sappiamo abbastanza sulla vita in fondo al mare. Inizialmente, in Norvegia si raccoglieranno informazioni sulla quantità di metalli presenti nei fondali e sui danni che l’estrazione può causare alla vita acquatica. Il Parlamento dovrà poi riesaminare il piano prima di autorizzare l’ inizio dell’attività estrattiva su scala industriale. La Norvegia si aggiunge così a un elenco crescente di nazioni – tra cui Giappone, Nuova Zelanda, Namibia e Isole Cook, nel Pacifico meridionale – che negli ultimi anni hanno preso in considerazione o intrapreso l’estrazione mineraria dai fondali marini.

Da parte sua, un’agenzia affiliata alle Nazioni Unite, nota come Autorità internazionale per i fondali marini, sta redigendo dei regolamenti che potrebbero consentire l’estrazione dei fondali marini in acque internazionali in alcune zone dell’Oceano Pacifico, di quello Indiano e di quello Atlantico. L’Autorità ha impiegato un decennio nel tentativo di precisare delle regole internazionali. Mentre il dibattito continua, le singole nazioni possono invece decidere autonomamente se autorizzare o no l’estrazione nelle aree sotto il loro controllo.

La Norvegia ha sempre tratto gran parte della sua ricchezza dal mare, inizialmente grazie alla pesca e poi, negli ultimi decenni, grazie alle trivellazioni petrolifere offshore su larga scala; a partire dagli anni Sessanta, l’industria petrolifera ha generato così tante entrate che la Norvegia è oggi una delle nazioni più ricche del mondo. Ma le autorità di Oslo sanno che, con il diffondersi delle preoccupazioni globali sul cambiamento climatico e il graduale abbandono dei combustibili fossili, gli utili derivanti dal petrolio cominceranno a diminuire. Stanno quindi cercando nuovi modi per sostenere l’economia norvegese, rivolgendosi anche in questo caso al mare. «L’estrazione di minerali dai fondali può diventare una nuova e importante industria marittima», si legge in un rapporto pubblicato lo scorso anno dal Ministero dell’Energia norvegese, che da gennaio ha cambiato il proprio nome in Ministero del Petrolio e dell’Energia, a testimonianza del cambiamento.

Alcuni studiosi, scienziati e gruppi ambientalisti hanno contestato il piano. «L’oceano è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza sul pianeta», ha dichiarato Kaja Loenne Fjaertoft, biologa norvegese della World Wildlife Foundation che sta lavorando per bloccare in tutto il mondo l’attività estrattiva sui fondali marini. «Rischiare la salute degli oceani significa giocarci il futuro». Gli ambientalisti sostengono inoltre che la chimica delle batterie stia cambiando rapidamente e che presto le case automobilistiche potrebbero non aver bisogno di alcuni dei metalli a cui la Norvegia sta puntando. L’estrazione dai fondali di quel Paese avverrebbe in un’area di 280.000 chilometri quadrati che dal Mare di Norvegia si estende fino al Mare di Barents, tra la Norvegia e la Groenlandia, secondo il rapporto governativo che illustra il progetto.

Le imprese che dovessero ottenere l’appalto per l’attività estrattiva utilizzerebbero la telemetria ( attrezzature comandate a distanza) per raggiungere il fondale e portare alla luce i depositi di solfuri, che si formano da vulcani sottomarini e contengono rame, zinco e perfino piccole quantità di oro, argento e cobalto, elemento fondamentale per le batterie dei veicoli elettrici. Alcuni importanti operatori dell’industria petrolifera, tra cui Equinor, una società di cui lo Stato norvegese detiene una quota di maggioranza, hanno espresso scetticismo. In una dichiarazione dello scorso anno, Equinor ha affermato di «riconoscere i potenziali rischi ambientali connessi all’esplorazione e all’estrazione di minerali sul fondale marino».

Il ministro norvegese dell’Energia, Terje Aasland, ha invece dichiarato di essere fiducioso nel fatto che questo nuovo sforzo possa avere successo a patto che esso abbia senso dal punto di vista economico, cosa che dipenderà anche dalla quantità di metalli che le compagnie troveranno quando inizieranno l’estrazione. Ma il Ministero dell’Energia ha anche dichiarato che autorizzerà l’attività estrattiva solo se si potrà documentare che sia effettuata in modo «affidabile e responsabile». Inoltre, l’attività estrattiva non sarà consentita nelle aree in cui siano presenti camini vulcanici sottomarini attivi, che sono considerate particolarmente sensibili. «Sono fermamente convinto che le risorse minerarie dei nostri fondali marini possano essere estratte in modo sostenibile e responsabile, a patto che il loro recupero sia redditizio», ha dichiarato Aasland in un comunicato.

Le imprese appaltatrici che lavorano con l’Autorità internazionale per i fondali marini godono in ogni caso di un vantaggio, dato che hanno già svolto per anni il tipo di attività esplorativa autorizzata dalla Norvegia, soprattutto nella parte del Pacifico che si trova tra le Hawaii e il Messico (zona Clarion-Clipperton). La Metals Co, startup con sede in Canada che si occupa dell’attività estrattiva sui fondali, si è già spinta oltre. Alla fine del 2022 ha completato un test estraendo oltre tremila tonnellate di rocce. E ora prevede di richiedere all’Autorità internazionale per i fondali l’autorizzazione all’estrazione su scala industriale. Non è chiaro se e quando sarà concessa l’autorizzazione, dato che gli ambientalisti continuano a spingere sull’Agenzia per ritardare la scelta e i regolamenti non sono ancora completati.

Tra i Paesi che stanno prendendo in considerazione l’attività estrattiva lungo le coste, il Giappone e le Isole Cook sono quelli più vicini a compiere il primo passo. Il Giappone ha già condotto un test di raccolta e si è mosso per ottenere dei metalli utilizzabili nelle batterie dai materiali prelevati. Il governo di Tokyo ha costruito la sua prima nave per la raccolta di minerali dai fondali marini e lo scorso novembre ha dichiarato di voler avviare entro la fine del decennio un’attività estrattiva subacquea su scala industriale. Nell’area interessata si trova «una quantità di cobalto sufficiente a soddisfare la domanda del Giappone per ottantotto anni e una quantità di nichel sufficiente a soddisfare la domanda del Giappone per dodici anni», ha dichiarato il governo di Tokyo.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter