In origine fu il “Salve, Regina”. A un certo punto della preghiera si legge: «orsù dunque, avvocata nostra». Avvocata, non avvocato. E non c’era stata ancora l’Accademia della Crusca, tantomeno la Treccani, a giudicare giusto e legittimo l’uso del femminile quando sia una donna a occupare un ruolo, a svolgere una funzione quale che sia, istituzionale oppure no, nessuna importanza.
Il disegno di legge presentato dal leghista Manfredi Potenti per proibire l’uso del femminile quando si tratti di professioni e di istituzioni è un bel tuffo nel passato. Nel passato, non nel politicamente scorretto. Richiama un tempo in cui la donna se ne stava serrata in casa, vietati brioche e caffè al bar, un lavoro intellettuale, al bando dalla politica. Chi osi declinare al femminile i termini ministro, sindaco, prefetto, ingegnere, avvocato e altro incorrerà in una multa tra i mille e i cinquemila euro.
Questa la sostanza. La morale? Nientemeno che la tutela della lingua italiana, sostiene l’estensore della norma. Allora leggiamo la norma e, quanto a difesa della lingua di Dante, devo dire che chi l’ha scritta, toscano per di più, denota scarsa dimestichezza con la virgola, quel bastoncino che indica pausa e, quando leggi, ti obbliga a un lieve, quasi impercettibile intervallo nella voce. Ecco la frase incriminata, e non è la sola: «Preservare l’integrità della lingua italiana ed in particolare, evitare l’impropria modificazione dei titoli».
Tralascio di contestare la forma eufonica, decisamente ormai poco usata, ma che dire dell’assenza della virgola prima di «in particolare»? Un errore che la mia cara, vecchia professoressa di italiano al liceo avrebbe sottolineato con la matita blu. Errore reso ancor più grave, nel senso di evidente, dalla virgola inserita prima del verbo «evitare». Corri corri nella lettura e poi, d’un tratto, freni, una frenata senza criterio, senza ragione, e la frase precipita, rotola verso l’insufficienza. Ah, la lingua italiana. Così perfetta che è impossibile metterle le mutande.