Rombaldoni è padrone dell’attacco azzurro, ne gestisce i ritmi senza mai forzare, come quando aspetta pazientemente l’uscita dal blocco di Basile che aggiusta i piedi e trova solo il fondo della retina per il massimo vantaggio italiano, +3. «Rombaldoni si meritò tutti i minuti che gli diedi. Rodolfo, nelle prime difficoltà, ci diede la spinta per il primo recupero, giocando sia da playmaker, sia qualche minuto da guardia perché avevamo Mian fuori» mi dice Recalcati analizzando l’utilizzo di Rombaldoni e rivedendo la partita viene difficile dargli torto.
Ma gli argentini hanno Ginóbili e Scola, capaci di trovarsi anche a occhi chiusi. Se i tiri da tre non entrano, la soluzione per aggirare la zona azzurra sta tutta nella capacità di Scola di andarsi a posizionare ai lati del pitturato, rendendosi immarcabile con i suoi piazzati dai tre e quattro metri. Recalcati dà qualche minuto di respiro a Rombaldoni: chi si aspetta Bulleri o Pozzecco resta però spiazzato, perché il ct alza il quintetto con Righetti e facendo agire Basile e Soragna da play in base alle necessità. È il momento in cui l’Argentina prova la fuga, tornando a +4 e non riuscendo a scavare un solco maggiore solamente perché il ferro sputa una tripla di Pepe Sánchez praticamente già entrata. Righetti attenta alla salute dei ferri di Oaka con due conclusioni che gli escono dalle mani quasi prive di parabola, ritroviamo Bulleri e Marconato ma perdiamo Galanda che torna in panchina con quattro falli. E sulla sirena del terzo quarto prendiamo un canestro sanguinoso, che ci porta nei dieci minuti conclusivi sotto di sei.
Il quarto periodo si apre con un sussulto di Bulleri, che finalmente si iscrive alla partita con due canestri consecutivi di un’importanza gigantesca, mentre la tripla del potenziale nuovo sorpasso non viene accolta dai ferri. Dopo due minuti dall’inizio del quarto appare, per non andare più via, la sagoma dell’uomo destinato a decidere questa finale olimpica brutta, sporca e cattiva. È la sagoma di Alejandro Montecchia, che mette la prima tripla della serata argentina, e non sarà l’ultima. Sull’azione successiva l’Argentina si sfrega le mani per un antisportivo fischiato a Basile su Scola, combinazione che dilata il vantaggio albiceleste a +9, tra liberi a segno e schiacciata di Wolkowyski.
Quando sul cubo dei cambi riappare Gianmarco Pozzecco, l’impressione condivisa è che sia ormai troppo tardi. L’utilizzo del Poz in quella finale è stato a lungo tema di dibattito. Me ne parla per primo Recalcati: «Col Poz questa cosa è andata avanti per anni, con la mia famiglia che mi ha rimproverato per averlo usato poco» mi dice ridendo. Poi, però, aggiunge: «Da quando Gianmarco è diventato allenatore, e allenatore della Nazionale, ha capito molte cose. Anche quella».
La conferma, anche se con un pizzico di amarezza, me la dà proprio Pozzecco: «Quella sera gioco meno di quanto avrei dovuto giocare, ma non fa niente, adesso alleno e so cosa vuol dire. Però è anche vero che avevamo vinto con Cina, Portorico e Lituania con me in campo e secondo me c’era poco da inventare. Nella mia visione, anche da allenatore, sono i giocatori a indirizzare le scelte: sei tu in panchina che devi capire cosa ti stanno dicendo i ragazzi. Se quei cinque stanno giocando bene, tu allenatore non devi toccare nulla».
Intanto l’Argentina esonda, con Montecchia che punisce la scelta di passare dietro sul pick and roll con un’altra tripla. «Avevano tanti campioni, noi fino a fine terzo quarto abbiamo retto e alla fine il culo ce l’ha fatto Montecchia, che era il cambio di Sánchez» è l’analisi brutale ma efficace di Basile.
Anche Soragna, ovviamente, si sofferma su Montecchia: «Fisicamente ne avevamo meno di loro, che erano atleti pazzeschi, ma la chiave è che Montecchia ha messo delle triple che non ci aspettavamo. Nel piano partita avevamo l’indicazione di passare sotto sul pick and roll di Montecchia per farlo tirare da tre punti. Noi lo facciamo e lui fa due su due. Quelle due triple, in quel momento lì della partita, danno all’Argentina una fiducia senza senso. Sono sei punti che in una partita non ad altissimo punteggio fanno la differenza: uniti al nostro calo fisiologico danno meritatamente quell’oro all’Argentina. La scelta giusta tatticamente era quella, sposata da tutti: non è che quando Charlie ci ha detto di passare sotto qualcuno si è stupito. Ripeto, quei sei punti consecutivi sono stati una botta pesantissima, decisiva».
La partita è andata, quello che succede nei quattro minuti finali ha poco peso. «Siamo arrivati nel finale che avevamo già perso, non avevamo possibilità, la mia preoccupazione durante i timeout conclusivi era far capire ai ragazzi che non stavamo perdendo l’oro ma vincendo l’argento. Non potevo permettere a nessuno di essere deluso, sarebbe stato veramente ingiusto dopo quel cammino. Dovevamo essere orgogliosi di quello che avevamo fatto, pur nella sconfitta. Non ti puoi dimenticare tutti i sacrifici di quei giorni, di quegli anni» mi confessa Recalcati, che in quei minuti deve gestire uomini alle prese con una delusione bruciante.
È un lavoro fondamentale: capire che non si tratta di un oro perso ma del coronamento di un percorso iniziato anni prima. «Lì per lì l’amarezza per come l’abbiamo persa c’è stata, non riuscendo mai a contrastare bene l’Argentina, le abbiamo provate tutte, la zona, la pressione, non riuscimmo a girarla. Eravamo veramente esausti» mi spiega Marconato, mettendo sul tavolo il tema della stanchezza, tutt’altro che da sottovalutare. «Da -10 eravamo comunque arrivati a tiro. Purtroppo erano tutti stanchi, da Bullo al Poz. Non è un caso, forse, che io abbia giocato bene: ero il più fresco. Basile era andato a letto alle cinque del mattino e con l’adrenalina in corpo. Ginóbili, secondo me, a mezzanotte già dormiva, come tutti gli altri. Nel breve periodo, fa tutta la differenza del mondo. Sarebbe stata una partita diversa, anche se non possiamo dire che avremmo vinto» mi dice Rombaldoni.
Torno da Recalcati: «Nel girone di qualificazione i ritmi erano stati più diluiti. Avrei voluto giocare quella partita con una situazione diversa in termini di recupero». Bulleri la pensa come il coach: «La terza partita in tre giorni era obiettivamente eccessiva, è stata una gara in cui fisicamente non riuscimmo a competere, non ne avevamo davvero più, l’Argentina aveva fatto lo stesso identico percorso nostro però evidentemente ha gestito il carico in maniera diversa. Giocare la seconda semifinale ci fece tornare tardissimo al villaggio, di base la notte non dormì nessuno o comunque fu un sonno abbastanza disturbato dall’adrenalina e dalle poche ore a disposizione. Avere un giorno nel mezzo ci avrebbe sicuramente aiutato. I giocatori sono chiamati a produrre un determinato tipo di performance, e farlo da riposati consente un determinato livello, da stanchi invece chiaramente il livello è più basso».
Galanda, affrontando questo discorso, rivendica anche il valore del gruppo azzurro: «In finale sentivo le gambe che non andavano, abbiamo provato in tutti i modi ma almeno io sentivo un blocco fisico, abbiamo provato fino in fondo. L’Argentina l’avevamo battuta nel girone e sapevamo di essere al loro livello, poi quella partita se la sono meritata e ci mancherebbe. La cosa che io sostengo è che i nostri 12 – tranne poverino Michele Mian che era fuori per il problema al gomito, mentre dall’altra parte mancava Fabricio Oberto che è un mio carissimo amico, giocatore fenomenale anche lui – erano al pari dell’Argentina: noi celebriamo i vari Scola, Ginóbili, Sconochini, come talenti mondiali, com’è giusto che sia, ma noi eravamo a quel livello. In quel momento, c’è stata la consacrazione di un gruppo che è arrivato a giocarsi una finale olimpica fino in fondo. Abbiamo fatto capire che più di quello non potevamo dare e per questo veniamo riconosciuti. Potevamo vincerla, giocando meglio di loro, ma la sensazione che io fisicamente provavo era l’incapacità di far rispondere le gambe ai messaggi che cercavo di inviargli con la mente. Sto con Charlie: peccato averla giocata senza un giorno di riposo, io più di quello non potevo dare». Pozzecco è l’ultimo ad arrendersi, trova un canestro con libero supplementare che non può essere celebrato come dovrebbe per via del punteggio e la reazione del nostro numero nove è quella di imprecare, di imprecare fortissimo: per anni continuerà a chiedersi come sarebbe finita se avesse avuto un altro minutaggio.
Sulla panchina argentina è già iniziata la festa, su quella azzurra appaiono volti rigati dalle lacrime. Il più sereno sembra essere Recalcati: «Ero talmente lucido in quei momenti, che andai da Hugo Sconochini, che era stato mio giocatore a Reggio Calabria, e gli feci i complimenti, dicendogli che ero felice per lui: io ero a Indianapolis quando persero il Mondiale con la Jugoslavia, una partita che avevano praticamente vinto. Dissi a Hugo che ero contento per lui, perché aveva avuto modo di rimediare». Italiani e argentini si abbracciano: c’è chi ha vinto e chi ha perso, chi magari in campionato condivide lo spogliatoio, gli animi sono comunque rilassati, assecondando in pieno uno spirito olimpico che ritroveremo anche qualche ora più tardi: a breve ci arriveremo.
In un paese come il nostro, in cui il secondo è il primo dei perdenti, l’Italbasket del 2004 è una clamorosa eccezione. Non è la squadra che ha perso la finale olimpica, ma è quella che ha vinto l’argento. Ho chiesto a tutti quelli che ho intervistato come abbiano vissuto questa situazione, questo fatto di essere ritenuti dei vincenti anche senza aver vinto l’ultima partita, il tutto all’interno di una realtà come quella sportiva italiana in cui la tendenza è sempre orientata a sminuire e mai a esaltare.
«Quando perdi ce l’hai ancora lì, a caldo, ma adesso, a distanza di anni, la gente si ricorda ancora di noi per quell’argento» mi dice con grande serenità Basile «e mi viene da dire che forse sarebbe cambiato poco: veniamo comunque ricordati come una delle migliori nazionali di basket che ci siano mai state. A oggi ti dico che sono contento di quello che abbiamo fatto. Il mio percorso personale è stato così difficile, partendo da zero, che devo solo ringraziare per tutto quello che è arrivato. Lì per lì però fu difficile da accettare, c’è sempre il fattore della competizione che ci portiamo dentro, vuoi sempre vincere».
Da Basile a Bulleri, il succo non cambia: «Penso che l’abbiamo condiviso tutti come punto di vista: non siamo mai entrati nel mood «abbiamo perso l’oro», abbiamo sempre ragionato parlando della vittoria dell’argento. Nel mio modo di vedere, le squadre che riescono a vincere sono quelle composte da persone, da giocatori, da ragazzi che hanno un certo tipo di approccio, che è basilare per raggiungere un certo tipo di risultato. Il sacrificio, l’altruismo, è alla base: perché a volte c’è e a volte non c’è rimane difficile da capire, a volte ti trovi con gli stessi ragazzi, lo stesso allenatore, solo un anno dopo, e fai schifo, anche se le persone sono le stesse. È una questione di alchimia, che sfugge a canoni precisi ed è un po’ il bello di questo sport, che ogni tanto ci regala favole come la nostra».
«Dopo due minuti dalla sirena, ci è scivolato tutto addosso e siamo stati orgogliosi perché abbiamo centrato un risultato importantissimo, arrivare sul podio olimpico: eravamo lì e guardavamo gli Stati Uniti che non erano andati oltre il bronzo» è il ricordo di Marconato. Soragna è allineato a questo pensiero, a questa delusione sul momento bruciante che svanisce in fretta: «La delusione forte io l’ho sentita nei due minuti finali di partita, quando avevamo capito che avremmo perso: in quel momento ti sale il nervoso. Subito dopo però realizzi di avere al collo l’argento e ti rassereni».
Quando tocco questo tema con capitan Galanda, si lascia andare a una lunga riflessione: «Ho sentito una frase stupenda di Fefé De Giorgi, per il quale provo una stima infinita anche se non l’ho mai visto lavorare direttamente sul campo: «La medaglia d’argento è l’unica che danno a chi perde», che è una cosa banalissima ma che ti spiega tutto, vuol dire che sei stato talmente bravo da meritare comunque un premio. Ci siamo commossi alla fine perché comunque avevamo perso una finale olimpica e le lacrime scendevano. A volte la stanchezza porta quel tipo di commozione, e non è giusto nascondere le lacrime, in quel momento stavo piangendo partendo dalla tristezza per aver perso una finale ma poi pian piano ho sentito la lacrima che diventava commozione per il risultato ottenuto: improvvisamente ero felice. È una sensazione che ricordo benissimo e che è bellissima, perché dovevo salire sul podio e avevo questo sentimento della tristezza che si trasformava in felicità. Dovevamo essere felici per dove eravamo arrivati: il percorso è fatto di vittorie e sconfitte, anche se hai perso l’ultima partita hai dato tutto e questo spiega perché veniamo ricordati bene nonostante la sconfitta in finale».
E allora eccoli, i nostri ragazzi, che salgono sul podio olimpico, che ricevono la medaglia, il coronamento di un’avventura iniziata nell’estate del 2002 con una tournée in Cina, con una maglia azzurra da onorare che improvvisamente in pochi avevano voglia di indossare. Non è un racconto del quale posso farmi carico, non ho la più pallida idea di cosa possa sentire un atleta in quei momenti. Allora lascio che sia Soragna a raccontare tutto: «Ci avevano detto di fare in fretta con la doccia perché stavano allestendo il podio, io sono stato uno dei più rapidi perché volevo salire sul podio bello pulito. Andiamo su, ci dicono che non possiamo portare su nulla, ovviamente da italiani siamo saliti con la bandiera. Quando sono salito sul podio, mi sono venute in mente le migliaia di immagini che avevo visto di atleti sul podio olimpico. A un certo punto mi giro verso mia moglie che era sugli spalti dietro di noi per farle vedere la medaglia: mentre mi rigiro, sto pensando di aver visto mille volte un atleta che ha negli occhi la soddisfazione di aver vinto una medaglia. E c’è una telecamera nella diretta che mi inquadra esattamente in quel momento: ho lo sguardo di un bambino che dice «ce l’abbiamo fatta». Quando ti mettono la corona, ti fanno indossare la medaglia, è una cosa anche difficile da spiegare, è impossibile, non si spiega quello che si prova in quel momento».
Ormai svariate pagine fa, avevo scritto che saremmo tornati su una storia legata al numero di cellulare di Andrea Meneghin, citato da Pozzecco. Il momento è questo, perché l’Italia sta per salire sul podio e il Poz ha un’idea da Poz: «Tu durante le Olimpiadi puoi mettere solamente la divisa della Nazionale, tutto il resto non è ammesso, hai margine di scelta solamente sulle mutande. Quando abbiamo vinto la medaglia, volevo portarmi sul podio una maglia stampata con il numero di telefono del Menego. Avevo pensato di scriverci sopra direttamente col pennarello: «Chiamatemi che voglio festeggiare insieme a voi», e sotto il numero. Ogni tanto ripenso a quante persone gli avrebbero rotto il cazzo, sarebbe stato fantastico».
Nelle foto con le medaglie, i giocatori sorridono alzano le braccia, mostrano la bandiera. Lo staff non viene premiato sul podio e allora c’è uno scatto in cui Charlie Recalcati tiene in mano la medaglia che pende dal collo di Michele Mian, costretto a vivere ai margini i momenti chiave di quell’Olimpiade per via dell’infortunio. Una medaglia per due.
