All’incrocio tra due fenomeni che neanche se mi applicassi a studiarli per una vita capirei, all’incrocio tra chi si sente appartenente a una categoria e quindi ritiene diretti a sé apprezzamenti e dubbi formulati nei confronti di quella categoria, e chi si prende la briga d’offendersi a nome d’una categoria, a quell’incrocio lì sta la polemica del momento, quella su Kamala gattara.
Riassunto per quei quattro adulti che hanno da far cose più serie epperciò restano indietro sugli scandale du jour. Qualcuno ha tirato fuori un vecchio video in cui il candidato alla vicepresidenza trumpiana, J.D. Vance, diceva che Kamala Harris era una donna senza figli epperciò non poteva fregargliene niente del futuro dell’America, d’un futuro in cui non aveva investito. Per dirlo, aggiungeva che non solo era senza figli ma pure gattara, cat lady.
I più ingenui di noi hanno pensato che su quel grande indicibile si sarebbe concentrata la polemica: su una società che finge che mettersi animali in casa sia normale, e guai a farle notare che, ecco, è una scelta bislacca; guai a farglielo notare persino se sei Bergoglio, figuriamoci se sei Vance.
Si è deciso, nella società di questo secolo, di fingere di credere che esseri umani che scelgono di accompagnarsi nelle loro giornate all’unica cosa dialetticamente meno impegnativa dei bambini, cioè gli animali, siano normodotati: come osa Vance usare «cat lady» come critica? E invece.
E invece vale sempre la regola su cui si fonda questo secolo. Quella per la quale, per quanto enorme sia la stronzata che dici, i commentatori che te la contestano e quelli che te la appoggiano riusciranno comunque a dire puttanate ancora più incredibili. In questo caso si sono offese le donne senza figli; anche perché è arrivato un secondo video, in cui Vance diceva che il voto di chi non ha figli dovrebbe valere di meno rispetto a quello dell’elettorato fertile.
Jennifer Aniston ha scritto dolente che si augurava che la figlia di Vance non fosse sterile, che non dovesse ricorrere alla fecondazione assistita. Giacché la seconda regola fondativa di questo secolo è che tutto è dolenza, tutto è vittimismo, tutto è pretesto per spendersi quella valuta che sono le ferite. E quindi non avere figli non è mai qualcosa che scegli perché vivi in un secolo in cui una donna può fare di tutto, governare un paese, andare su Marte, vendere più libri dei maschi, operare a cuore aperto, e proprio non si capisce perché tra queste molte opzioni dovrebbe scegliere di farsi squarciare le pudenda da tre o quattro chili di roba, roba che non saprà badare a sé stessa e la distrarrà da priorità più serie per chissà quanti decenni.
Ma non sarò certo io a fare una militanza della sterilità, per tre ragioni abbastanza ovvie. La prima è che sono troppo pigra per qualsivoglia militanza. La seconda è che ci sono scelte che si fanno, appunto, anche per pigrizia: se ne fai una militanza, viene meno lo scopo della scelta. Se non vuoi le rotture di coglioni dell’aderire a una religione, smetti d’andare in chiesa: se devi prenderti la briga di farti sbattezzare, facevi prima a dire il rosario. Se non vuoi le rotture di coglioni d’una vita sessuale, non vorrai certo accollarti lo stress di militare tra gli asessuali, quasi peggio dei preliminari lunghi.
La terza ragione è che dire che senza figli si vive assai più comodi mi pare come dire che gli spaghetti sono meglio delle gallette di riso: ridondante. Se non vuoi che qualcuno ti svegli quando vuoi dormire e richieda la tua attenzione quando vorresti occuparti d’altro, se ti sei creata una vita a misura della tua insofferenza per i doveri, poi sarebbe scemo sentirti in dovere di diffondere il verbo e convertire tutte alla meraviglia di non avere figli.
La settimana scorsa il Sunday Times ha intervistato Hannah Neeleman, mormona trentaquattrenne che, dopo aver studiato da ballerina classica, ha rinunciato alla carriera per seguire il marito nelle campagne dello Utah, fare otto figli sette dei quali senza epidurale, ricevere per il compleanno un grembiule con le taschine per le uova da usare nel pollaio, raccontare questa sua invidiabile vita a nove milioni e spicci di follower. Nel conseguente dibattito social (particolarmente ubriaco essendo il Times a pagamento e quindi non letto da nessuno dei dibattenti), noiosissimi mi paiono quelli che la pensano come me, cioè ritengono che otto figli in campagna senza tate siano l’inferno, mentre sono molto affascinata da chi seriamente sostiene che, beh, chi non vorrebbe una vita come la sua.
Molti anni fa una tizia con molta carriera e molti figli mi chiese come mai non volessi averne (di carriera, potrebbero ipotizzare a questo punto i volenterosi dell’umorismo). Risposi: sono impegnata a occuparmi di me. E lei chiese, col tono di chi non la considerava una domanda retorica: ma non ti annoi, a occuparti di te?
Non ricordo cosa dissi (forse un banale «no»), probabilmente non citai il padre di Natalia Ginzburg al quale ormai penso cento volte al giorno ma allora forse ancora no. Quanto devi mancare di vita interiore per volerti occupare le giornate con un essere non senziente ma assai impegnativo? Quanto devi mancare di vita interiore per commentare sotto ai post social dei giornali o degli sconosciuti? Quanto devi mancare di vita interiore per fare quasi tutto ciò che l’essere umano contemporaneo ha preso a considerare non solo normale ma auspicabile?
Ma so anche che la vita è innanzitutto affare di raccontarsela. Giovedì su Twitter c’erano delle foto di bambini piangenti con didascalie sulle ragioni del loro pianto, roba come «voleva la tazza gialla, io gli ho dato la tazza gialla e questa è la reazione», e mi sono ricordata di quando C. ebbe la prima figlia. Avevo quasi trent’anni, C. non era la prima amica a riprodursi ma era la prima la cui casa frequentassi assiduamente quando figliò. I figli delle altre amiche erano idee astratte: li andavi a trovare appena nati, e poi li rivedevi forse una volta l’anno; la figlia di C. era una presenza nelle mie giornate (il fatto che io ora stia cercando da mezz’ora di ricordarmi il nome della figlia di C. senza riuscirci lo attribuiremo al mio rincoglionimento senile e non al mio orrendo disinteresse per le creature non senzienti).
Un pomeriggio a casa di C. la bambina piangeva senza sosta, e io feci quella che ancora adesso mi sembra una domanda normale: ma perché piange? C. mi guardò come si guarda una scema e disse: i bambini piangono. Forse è stato in quel momento che ho capito profondamente la Franzoni e me stessa, che ho capito che il mio raccontarmela era di quella fascia di mercato lì: io un arnese che piange tutto il tempo in casa volontariamente non me lo metto, e se me lo ritrovo è assai probabile che, non potendolo spegnere, lo butti dalla finestra.
Però quelle che i figli li fanno se la racconteranno opposta, naturalmente. Si diranno che le donne senza figli abbiano una vita vuota di soddisfazioni e piena di rimpianti, che guardino le pance delle incinte con lo sguardo di struggimento che ha Emanuela Fanelli in una scena di “C’è ancora domani” (un film che, avendo tutte le furbizie possibili, non poteva certo farsi mancare lo struggimento della sterile). Ognuno se la racconta come può, e la mia posizione è woodyalleniana: basta che funzioni. Se ti fa star bene pensare che chi fa scelte diverse dalle tue sia infelice, che fastidio dai.
Però Vance che dice che le donne che non si riproducono sono una categoria inferiore e inadatta al governo del paese non viene preso così. Un po’ perché le campagne elettorali funzionano così: qualunque cosa dica la controparte viene inquadrata come il male del mondo.
Ma moltissimo perché, mi pare, in tutto questo volersi identificare in una categoria – chi ha figli, chi non li ha, chi è donna, chi non lo è – sfugge un punto del suo, per chiamarlo così, ragionamento. Quello che sta dicendo è che se non hai figli non t’importa del futuro, giacché mica t’interessa lasciare ai gatti un pianeta migliore.
Come non esistesse il carattere, l’indole, la personalità. Come se i figli – una roba che, mi scuso per il bisticcio di metafore, fanno anche i gatti – cambiassero profondamente la natura d’un individuo. Io non mi sono mai fatta slabbrare le pudenda da una creatura non senziente, ma sono ragionevolmente certa che, avessi partorito dodici volte, sarei molto più stanca ma altrettanto egoista. Certo che c’è una posa sociale per cui chi ha figli deve ribadire ogni momento che si preoccupa del futuro del pianeta – ma è, appunto, una posa sociale.
Tutti noi conosciamo genitori cui non frega niente degli altri (magari gl’importa dei figli, ma solo perché loro emanazione), e gente sterile assai altruista. Peraltro non sono neanche così sicura che la miglior qualità d’un politico sia l’empatia: forse Vance confonde il governo d’una nazione con quello d’una religione.
Una volta Margaret Mazzantini disse che sentiva gracidare il dolore del mondo: Vance l’avrebbe presa per una candidatura. Ma magari parlava della sua sensibilità in-quanto-scrittrice, non di quella in-quanto-madre. Il problema delle caselle identitarie è che sono limiti, mica opportunità.
Io, che del dolore del mondo me ne catafotto e se sento gracidare mi metto i tappi nelle orecchie, non riesco a offendermi se un tizio che neppure conosco dice che le donne senza figli sono una categoria fallata.
E quindi la cosa su cui m’interrogo è: non riuscire a sentire riferite a me le osservazioni generiche sulle mille categorie cui pure m’è accaduto d’appartenere – le donne, le sterili, le grasse, le ricce, le arrampicatrici sociali, le negate in cucina, le zoccole, le cornute, le sfaticate, le insonni, le egoiste, le zitelle, le disordinate, le sarcazzo – questa incapacità di vedermi rappresentata, è un limite o una forza?
Nella politica lo sappiamo: sarebbe un forte impedimento a qualsivoglia candidatura; ma, a Monopoli, starebbe nella scatola degli imprevisti o in quella delle probabilità?