Goodbye BidenUn presidente che ha fatto tutto benissimo, tranne l’essenziale

Dopo il 6 gennaio 2021 i democratici hanno dato l’impressione di considerare la minaccia definitivamente scongiurata, ma questo non è un momento qualsiasi nella storia degli Stati Uniti. In gioco c’è la democrazia stessa, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Oggi è il giorno in cui gran parte della stampa progressista mondiale tributa elogi a Joe Biden, che ieri ha deciso di ritirarsi dalle elezioni per la Casa Bianca, lanciando immediatamente la corsa della sua vice Kamala Harris. Gli elogi sono più che meritati, e non solo perché non capita spesso di vedere un uomo riconoscere i propri limiti e rinunciare volontariamente, sia pure dopo qualche comprensibile resistenza, alla candidatura per l’incarico più importante del mondo. Ma anche perché Biden, per tutto ciò che dipendeva da lui ed era in suo potere, con due sole eccezioni (la prima è l’Afghanistan, la seconda ve la dico tra un momento), avrebbe meritato una rielezione trionfale.

Non fosse stato per l’età e la salute, sarebbe bastato il modo in cui ha rilanciato l’economia americana a garantirgli il posto, a lui come a qualunque altro presidente in cerca di rielezione nella storia degli Stati Uniti. Il problema è che questo non è un momento qualsiasi nella storia degli Stati Uniti. In gioco c’è la democrazia stessa. Il candidato dei repubblicani è un golpista, un dichiarato ammiratore di Vladimir Putin, sostenuto da multimiliardari ansiosi di assumere nel nuovo regime il ruolo degli oligarchi nella Russia post-sovietica. E in un momento così critico, per gli Stati Uniti e per il mondo, Biden ha fatto tutto benissimo, tranne l’essenziale.

Dopo il fallito tentativo di sovvertire l’esito del voto del 2020, testimoniato dalle telefonate registrate in cui lo sconfitto chiedeva di «trovargli» i voti che gli mancavano e dai comizi in piazza in cui incitava i suoi sostenitori a non riconoscere il risultato e a marciare sul parlamento, Trump avrebbe dovuto essere già in carcere, e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici.

Dal giorno dopo l’insediamento di Biden i democratici hanno invece dato la netta impressione di considerare il pericolo definitivamente scongiurato, di ritenere meglio non esasperare le divisioni, se non addirittura di tifare per la permanenza di Trump alla guida dei repubblicani, nell’illusione di poterlo battere più agevolmente (cioè che Biden, con tutti i suoi acciacchi, potesse batterlo più facilmente di un avversario più giovane e meno compromesso con il passato).

Si tratta di una responsabilità storica, che fa il paio con quell’incredibile miscuglio di pensiero magico, wishful thinking e ottusità che ha portato i democratici americani – e buona parte dei progressisti e in generale degli osservatori del resto del mondo – a considerare normale l’idea di ricandidare alla guida della principale potenza del pianeta un signore che a novembre compirà ottantadue anni, e di potersi giocare con un simile candidato la partita decisiva per le sorti della democrazia. Il meno che si possa dire è che si sono svegliati tardi. Augurandoci che non sia già troppo tardi.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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