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Sui temi ambientali siamo mediamente avvertiti ma anche piuttosto ignoranti. Dai sondaggi emerge quasi sempre una discreta consapevolezza sui pericoli del cambiamento climatico. Ma in pochi, tra gli intervistati, sanno anche indicare i comportamenti adeguati per fronteggiare l’emergenza. Capire i motivi dell’impreparazione non è facile. Di sicuro, però, c’entra il tipo di informazione che riceviamo. Secondo alcuni esperti, per esempio, non ci interessiamo abbastanza all’emergenza climatica perché l’argomento risulta semplicemente noioso. Due analisti della Gallup, Jefrey M. Jones e Rebecca Rifin, lo avevano mostrato con alcuni sondaggi nel 2015.
Lo psicologo Espen Stoknes aveva evidenziato il problema in un libro uscito nello stesso anno (What We Think About When We Try Not To Think About Global Warming: Toward a New Psychology of Climate Action). In sintesi, il tono ansiogeno o apocalittico di certe notizie produrrebbe sconforto e distacco nel lettore, fno al punto da fargli voltare pagina dopo poche righe, con il risultato – appunto – di un apprendimento superfciale o nullo.
Oggi va quasi peggio. Secondo il rapporto Disinformazione e fake news in Italia (Ital Communications-Censis, 2023), un italiano su tre ritiene che sul climate change ci sia un “allarmismo eccessivo”. Eppure i modelli alternativi al catastrofismo non mancano. Diversi musei e fondazioni hanno in parte anticipato e in parte raccolto l’appello fatto dai ministri della Cultura durante il G20 e nella COP26 del 2021: «Usare le istituzioni culturali come strumento per aumentare la consapevolezza dell’azione globale sul cambiamento climatico». Due esempi virtuosi, in questa direzione, sono la Fondazione Guglielmo Giordano e l’Istituto Nazionale di Architettura-IN/ARCH, enti non proft dedicati proprio al racconto del patrimonio cultuale e della sostenibilità. Presiedute entrambe da Andrea Margaritelli, le due istituzioni hanno accentuato negli ultimi anni le iniziative sull’ambiente, hanno puntato su un’informazione mirata a processi concreti, e hanno focalizzato l’attenzione su temi come le foreste, l’utilizzo del legno e l’architettura sostenibile.
Sono argomenti per i quali Margaritelli ha un interesse primario, visto che l’azienda della sua famiglia – il Gruppo Margaritelli – possiede Listone Giordano, noto marchio delle pavimentazioni in legno di alta gamma. E proprio la passione per il legno ha spinto l’imprenditore a impegnarsi in un percorso che spieghi l’utilizzo di questo materiale e il suo ruolo nella lotta contro il global warming. Ma davvero siamo ignoranti come ci rappresentano i sondaggi? «Non sempre le informazioni arrivano all’opinione pubblica in modo appropriato», dice Margaritelli. «I falsi miti distolgono dalla comprensione. Si sente dire che le foreste sono i polmoni del pianeta. È una bella immagine, ma il paragone non è congruo, perché i polmoni umani assorbono ossigeno e immettono nell’atmosfera anidride carbonica, mentre gli alberi durante il giorno fanno esattamente il contrario».
». L’ossigeno prodotto dagli alberi, però, è prezioso per il pianeta. «Certamente, ma la scienza ci dice che nel contrasto alle emissioni quella quota di ossigeno ha un peso marginale. Ciò che incide fortemente, invece, è la capacità degli alberi di sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera e di tenerla imprigionata nel tronco. È un aspetto poco conosciuto, ma è su questo che bisognerebbe porre l’attenzione. Ogni metro cubo di legno di un albero corrisponde a una tonnellata di CO2 assorbita dall’atmosfera. È anidride carbonica che resterà lì, nel tronco, per l’intero ciclo di vita della pianta, ossia per almeno centosessant’anni, senza alcun danno per l’ambiente. Più foreste nascono, più ci liberiamo di CO2».
Ridurre le emissioni, in effetti, basta più. Lo ha sottolineato la COP28 del 2023. L’urgenza è catturare il carbonio che è già in circolo. Negli ultimi anni, infatti, sono diminuite le emissioni derivanti da combustibili, ma quelle di molte industrie (cemento, acciaio e raffinerie) non si riescono ad abbattere. Lo stoccaggio del carbonio potrebbe essere una soluzione al problema.
Una sezione del sito della Commissione europea descrive nel dettaglio come la CO2 possa essere catturata e immagazzinata in forma compressa per essere poi stoccata nel sottosuolo. «È evidente che le foreste, a differenza di quei sistemi, rappresentano una soluzione naturale all’esigenza dello stoccaggio» commenta Margaritelli. «Il carbonio intrappolato nel legno, però, non resta lì all’infinito», avverte. «Se una pianta degrada per effetto di batteri oppure è distrutta da un incendio, la CO2 torna a liberarsi. Per questo sono necessarie una corretta gestione forestale, una valorizzazione della silvicoltura e una consapevolezza diffusa sul ciclo del legno».
Serve una visione che metta nella stessa prospettiva l’intero percorso, dalla forestazione al riuso dei materiali. «In Francia occorrono in media centottant’anni per far crescere una foresta di rovere e avere il diritto di taglio», spiega Margaritelli. «Questo sarebbe già un periodo di tempo dignitosamente lungo per trattenere fuori dall’atmosfera il carbonio stoccato nei tronchi. Ma se a quelle stesse piante si assicura una vita successiva in forma di manufatto, e si ricicla poi quest’ultimo nei molti modi possibili, allora si può mantenere la CO2 imprigionata nel legno ancora più a lungo». È importante conoscere il legno e i suoi utilizzi. «È il materiale più ecologico e versatile che di sempre», sottolinea Margaritelli.
. «Alimenta un’industria, permette di costruire, aiuta il risparmio energetico, è un isolante termico e acustico ed è il materiale antisismico per eccellenza. Tutto a impatto zero. Eppure ha poca rilevanza nei media. Si parla molto di transizione energetica, quasi mai dell’importanza del legno. Una maggiore divulgazione creerebbe consapevolezza e inciderebbe sui consumi, cioè sulle azioni dei singoli, che possono pesare davvero nella lotta al cambiamento climatico».
Fin dall’antichità – ricorda Margaritelli – il legno è stato la materia per antonomasia. I latini usavano la parola lignum per indicare la legna da ardere, ma dicevano materia quando si riferivano al legno per gli utilizzi più nobili come le costruzioni. La memoria linguistica resiste nello spagnolo (madera) e nel portoghese (madeira). «Il legno è materia di origine, è generativo, è custode, è femminile, non a caso porta nel suo nome latino il termine mater. La Fondazione Guglielmo Giordano si occupa di ricerca e divulgazione per far riscoprire il valore di questo materiale che nel tempo aveva perso una parte della sua potenzialità e che invece è necessario valorizzare proprio in funzione ambientale».
Più trasversale è invece l’approccio dell’Istituto Nazionale di Architettura IN/ARCH, che punta al legame tra i diversi ambiti del sapere, guarda a una nuova cultura del progetto facendo incontrare esperti di diverse discipline. «Architetti e designer saranno le fgure più coinvolte nell’immaginare un nuovo mondo sostenibile, ma è necessario che dialoghino con biologi, botanici, forestali, silvicoltori, psicologi, neuroscienziati, fisici e flosofi», commenta Margaritelli.
È quanto avviene per esempio nella manifestazione dell’IN/ARCH dal titolo Seed, che si tiene ogni anno tra Perugia e Assisi con le conferenze aperte al pubblico. «L’emergenza climatica ci mette di fronte a problemi articolati. Per affrontarla serve un sapere intrecciato, che tenga conto dei legami tra i materiali, gli oggetti, gli edifici, le persone e la natura». La battaglia per salvare il Pianeta è insomma una sfida culturale: «Per vincerla non serve il catastrofismo, occorrono invece racconti e conoscenza. Solo la consapevolezza può portarci a partecipare emotivamente alla lotta ai cambiamenti climatici e dunque all’azione concreta attraverso i consumi e le scelte di tutti i giorni».
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