Power partnerL’Occidente non può vedere l’India solo come un’alternativa alla Cina

Mantenendo la propria autonomia strategica e una politica estera non allineata, Delhi sta rafforzando il suo ruolo come attore multilaterale sulla scena globale. Si sta adattando al contesto regionale indopacifico, in particolare in risposta alla crescente minaccia di Pechino

AP/Lapresse

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Paper – La democrazia in India, in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.

L’impegno nel mantenere un’autonomia strategica e l’avversione per una politica estera dettata dalle alleanze militari hanno sempre evidenziato l’aspirazione dell’India a interpretare un ruolo di attore genuinamente multilaterale sul palcoscenico globale. Questa scelta richiede una gestione meticolosa delle relazioni con le principali potenze mondiali, alleate o avversarie. E, dal momento che la regione indopacifica è emersa, quanto a opportunità e a competizione, come il principale teatro strategico mondiale e che l’ascesa conflittuale della Cina costituisce una minaccia per la sovranità indiana lungo il confine conteso tra i due Paesi nonché per gli interessi di Delhi nell’Oceano Indiano, la tradizionale politica estera non allineata dell’India ha dimostrato di poter superare la prova del tempo evolvendosi per servire gli interessi attuali.

Nell’ultimo decennio, la politica estera plurale dell’India ha ceduto il passo al multipolarismo asimmetrico che si è sviluppato in Asia. Storicamente, la condizione di parità dell’India con la Cina in qualità di “power-partner” trovava un bilanciamento nella delicata costruzione di legami con altri partner “affini”: gli Stati Uniti e l’Europa. Tuttavia, con gli scontri del 2020 tra truppe indiane e cinesi nella valle del Galwan, che hanno causato vittime da entrambe le parti, è iniziata un’epoca contraddistinta da un antagonismo bilaterale tra i due vicini che non si era osservato nemmeno in occasione dello “stallo del Doklam” del 2017. In seguito, si è tentato di ripristinare lo status quo lungo la “Linea di effettivo controllo”, ma le ostilità non provocate sono diventate sempre più comuni, come si è visto in occasione dello “scontro dello Yangtse” del 2022.

Inoltre, nel 2024, la Cina ha riaffermato in quattro occasioni le sue rivendicazioni sullo Stato indiano dell’Arunachal Pradesh, ostacolando ogni possibile miglioramento dei rapporti. La vicenda della valle del Galwan ha avuto un grave impatto sulle relazioni bilaterali, sollecitando l’India a rafforzare la sua posizione diplomatica, economica e di difesa per proteggere la sua sovranità nazionale e i suoi interessi. Questo atteggiamento ha portato a un avvicinamento agli Stati Uniti e all’Europa, soprattutto per quanto riguarda l’impegno a far sì che la regione indopacifica rimanga un territorio libero, aperto e inclusivo, capace di resistere alle spacconate aggressive e unilaterali della Cina.

Riconoscendo che l’ascesa pacifica di Pechino è di fatto finita (ma evitando di bollarla come “potenza revisionista”), l’India ha iniziato a vedere il Paese vicino come una minaccia militare immediata e una potenza rivale che ne ostacola gli interessi nei forum multilaterali come l’Onu. Per questo motivo, l’India, da semplice oppositrice del progetto della Nuova via della seta, si è trasformata in un Paese che adotta un più deciso approccio anticinese. Questo cambiamento ha visto il governo indiano stringere accordi tecnologici, commerciali, diplomatici e nel settore della difesa con gli Stati Uniti. E ora Delhi sta lavorando a un importante accordo sulla sorveglianza delle informazioni aeree.

Mentre il rinnovato Quad (il patto strategico informale tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti, ndr) rappresenta uno degli esempi più riusciti degli impegni minilaterali dell’India nella regione indopacifica, il progetto indiano Sagar (Security and Growth for All in the Region) evidenzia la visione di Delhi per quanto riguarda l’area indopacifica; tutto ciò si collega alla narrazione statunitense della Free and Open Indo-Pacific Strategy (Foip) e lascia spazio alla collaborazione tra progetti indiani, come l’Indo-Pacific Oceans Initiative (Ipoi), e organizzazioni a guida americana, come la Blue Dot Network (Bdn), per offrire delle alternative alla Nuova via della seta nella costruzione di infrastrutture di cruciale importanza nella regione indopacifica.

In questo contesto, la pubblicazione della Strategia dell’Unione europea per la cooperazione nella regione indopacifica è stata fondamentale per far progredire le relazioni tra l’India e l’Ue. Il coinvolgimento dell’India nella strategia Global Gateway dell’Ue (che mira ad affrontare le sfide globali più urgenti, dalla lotta al cambiamento climatico al miglioramento dei sistemi sanitari, ndr) è molto promettente; il fatto che Delhi abbia accolto con favore la cooperazione promossa da quel progetto nella regione politicamente sensibile dell’India nord-orientale, dove finora aveva consentito solo la partecipazione del suo partner più fidato, il Giappone, è un segnale eloquente della crescente fiducia che l’India ripone in Bruxelles. La EU-India Global Gateway Conference ha evidenziato come area di interesse anche la zona sub-himalayana, che, così come l’area di confine con la parte nord-orientale dell’India, rappresenta un punto sensibile per la Cina, che sarà quindi innervosita dalla collaborazione India-Ue.

L’India, in qualità di net-security provider nella regione, può emergere come partner cruciale nell’introduzione del Global Gateway, in particolare attraverso la EU-India Connectivity Partnership, come iniziativa affidabile per le democrazie indopacifiche più piccole, con cui è possibile collaborare mentre cercano di barcamenarsi nel contesto della competizione tra Stati Uniti e Cina. Intanto, le relazioni tra l’India e alcuni Paesi europei come la Francia, la Germania e il Regno Unito continuano a farsi più strette man mano che i singoli Paesi rendono note le loro strategie indopacifiche. È necessario creare un accordo trilaterale Ue-India-Stati Uniti, dal momento che tutti e tre questi attori democratici agiscono in base a una visione simile della regione indopacifica.

Un accordo trilaterale di questo tipo consentirebbe una maggiore convergenza tra vari progetti; ad esempio, l’India potrebbe coinvolgere sia gli Stati Uniti sia l’Occidente nella Supply Chain Resilience Initiative (Scri) che gestisce insieme con il Giappone e l’Australia. Ciò contribuirebbe a rafforzare, con conseguenze positive, la presenza occidentale nella regione indopacifica, soprattutto se si considera che i Paesi dell’Asean sono restii a impegnarsi con l’Occidente, ma la loro fiducia nei confronti di un partner regionale non allineato come l’India rimane invece più alta. Una collaborazione trilaterale Stati Uniti-Ue-India potrebbe poi evolversi attraverso la futura partecipazione, nel ruolo di osservatore, di qualche altro attore rilevante, come l’Asean appunto.

L’impegno dell’India nel rigoroso mantenimento della propria autonomia strategica – che si è manifestato anche in occasione della guerra tra Russia e Ucraina e del conflitto tra Israele e Hamas – ha mostrato all’Occidente la sicurezza con cui Delhi si sta conquistando un nuovo posto nell’ambito degli affari internazionali e ha anche evidenziato il concetto secondo cui i Paesi amici non devono necessariamente essere d’accordo su ogni decisione. L’approccio indiano, in queste due situazioni di conflitto, deriva da considerazioni legate all’interesse nazionale. Ci si deve aspettare che l’India adotti un approccio simile anche nelle questioni relative alla regione indopacifica, ad esempio nel caso di Taiwan, riguardo al quale l’India rifiuta di farsi trascinare in meccanismi simili a quelli di un’alleanza (ribadendo con fermezza che il Quad rimane solo un gruppo di dialogo). Le scelte dell’India dipenderanno, in ultima istanza, non solo da ciò che decideranno di fare i suoi partner internazionali ma anche dalle esigenze legate ai propri rapporti bilaterali con la Cina.

Anche se è il “fattore Cina” a spingere l’India ad avvicinarsi all’Occidente, è importante sottolineare come l’India rimarrebbe importante per l’Occidente anche al netto delle sfide con la Cina, in quanto fulcro della regione indopacifica. L’Occidente non deve limitarsi a considerare Delhi come un contrappeso di Pechino, ma deve prenderla in considerazione nella sua veste autonoma di potenza internazionale in ascesa. E deve considerare la regione indopacifica come un’area marittima di importanza cruciale al di là di quello che avviene nel Mar Cinese Meridionale.

Eerishika Pankaj è la direttrice del think tank Organisation for Research on China and Asia (Orca), di Nuova Delhi

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Paper – La democrazia in India, in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.

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