Pronto, chi sfrutta?La bizzarra decisione della Sicilia di combattere il caporalato con un call center

L’Helpdesk Anticaporalato è un servizio multicanale e multilingue che permette ai lavoratori sfruttati di segnalare abusi e ottenere assistenza legale. Ma nessuno lo fa per paura di ritorsioni. Le ong invece offrono un aiuto diretto e immediato sul campo attraverso ambulatori mobili e aiuti concreti

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Di persone senza un braccio, abbandonate sanguinanti sul ciglio della strada, come il povero Satnam Singh, non se ne ricordano. Ma hanno forse memorie anche peggiori. «Qui tanta violenza, nessuno denuncia», raccontano a occhi bassi. Sono i giovani lavoratori sfruttati nelle campagne della provincia di Trapani. Anche qui esiste il caporalato, anche qui ci sono gli schiavi della terra.  Dudu, se questo è realmente il suo nome, ha venti anni, e non mostra sul corpo nessun segno di fatica. Per forza, è al suo primo giorno. «Fino a qualche giorno fa lavoravo – spiega – in uno stabilimento balneare. Stavo bene. Mi è scaduto il permesso di soggiorno e non mi hanno più voluto tenere. Questo è l’unico lavoro che ho trovato». Un lavoro da clandestino, dentro le serre o tra i campi. Che segue la stagionalità dei raccolti. 

Oggi sono angurie e il celebre melone giallo che dalle campagne di Trapani arriva in tutta Italia. Poi sarà la volta della vendemmia, da metà agosto fino a settembre, e poi nel Belice si formeranno le tendopoli – fino a duemila persone in baracche di fango e lamiere, per la raccolta delle olive. Poi ci si sposterà per gli agrumi, una transumanza, e i pomodori per le nostre insalate, le pregiate fragole. «O venivo qui, o andavo a rubare» dice Dudu mentre aspetta, con altri, che li vengano a prendere, nello spiazzale enorme davanti a una cantina, sulla statale, all’alba di un giorno di caldo afoso. In pochi hanno voglia di parlare, nessuno vuole essere visto in faccia e, soprattutto, il cronista non ci deve essere quando, intorno alle cinque e trenta arriveranno loro, quelli del furgone. «Se vedono che parli con noi a te non ti fanno niente, ma a noi ci fanno saltare la giornata». 

È capitato diverse volte, ad esempio, che le forze dell’ordine hanno fatto degli appostamenti, controllando i drappelli di manodopera in attesa dei loro capi: «Quando hanno visto polizia, hanno tirato dritto, e noi abbiamo perso giornata di lavoro e tutto», spiega Omar, il più anziano del gruppo, che di cose ne ha viste. Soprattutto di giovani morire: «Due anni fa un ragazzo è morto in un incendio, perché sentiva freddo nella baracca. Era novembre, si è acceso fuoco e ha bruciato tutto». Raccontano di averlo visto correre tra le lamiere e chiedere disperatamente aiuto come una torcia umana. Il giorno dopo, come sempre, erano al lavoro. Tranne lui. Non c’è tempo per metabolizzare il dolore.

Poi ci sono quelli investiti sotto un treno. Una scena che si ripete ogni estate. Per spostarsi da una città all’altra e non essere visti dai posti di blocco, i braccianti clandestini seguono le rotaie. A volte però, per inesperienza del mondo, perché hanno le cuffiette e la musica a tutto volume come unica compagnia, non sentono il treno che arriva. Ed è finita. 

Subito dopo la morte di Satman, l’assessore al Lavoro della Regione Siciliana, Nuccia Albano, ha ricordato che il governo dell’Isola fa la sua parte, con un progetto, finanziato dall’Unione Europea (1.600.000 euro) per combattere il caporalato in Sicilia. Si chiama “P.I.U. Su.Pr.Eme.” È un’azione di contrasto che punta a mettere in atto, in tutto il Sud Italia, misure «sia in favore dell’integrazione socio-lavorativa dei migranti sia di contrasto allo sfruttamento del lavoro in agricoltura». Come? Con un call center. 

«L’Helpdesk Anticaporalato è un servizio multicanale, multilingue e specialistico spiegano alla Regione che, attraverso un numero verde (800 939 000), un messaggio WhatsApp (350 909 2008) o i canali social, raccoglie segnalazioni e denunce di lavoratori stranieri sfruttati, guidandoli verso una rete di servizi di tutela legale. Attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 18.30, il servizio risponde in quindici lingue, tra cui italiano, inglese, francese, arabo, pidgin, edo, benin, wolof, mandingo, fula e pular, pashto, urdu, punjabi e hindi». Pronto, chi sfrutta? 

È difficile che un lavoratore schiavo dei campi chiami per ricevere aiuto. Dovrebbe averne il tempo e la voglia, dopo dodici ore per mettersi in tasca, quando va bene, venti o venticinque euro. Prevale innanzitutto un sentimento di vergogna, e poi la paura di perdere anche quei quattro soldi è troppa, e anche il non poter lavorare più. «Ma poi non si fa mai i conti con le persone e la loro storia racconta Sabrina, una delle volontarie che cercano di portare sollievo (cioè: cisterne d’acqua potabile, riso, coperte) nelle varie tendopoli sparse per il territorio. Anche il lavoratore più sfruttato ha una sua dignità. Qualche mese fa, la Croce Rossa creò una tendopoli ben organizzata in un terreno confiscato alla mafia, per ospitare lavoratori migranti che stavano tra i rifiuti, nelle baracche, in mezzo agli oliveti. Non c’è voluto andare quasi nessuno. Molte persone, infatti, hanno paura di essere in qualche modo controllate e di perdere quel po’ di libertà che gli rimane». 

Ecco perché sembrano più efficaci le soluzioni delle Ong, che fanno in Sicilia, oggi, quello che una volta facevano nei Paesi africani della povertà più nera: agiscono sul campo, cercando di salvare il salvabile. È quello che accade in quella che in Sicilia si chiama la «Fascia trasformata», una zona a sud est dell’Isola così chiamata per la presenza ininterrotta di trenta chilometri di serre, dove i lavoratori braccianti vivono in condizioni estreme. 

Emergency ha installato un ambulatorio mobile. Non dà consigli, dà aiuto. Subito. Per chi si fa male, ad esempio, e non può o non vuole andare in ospedale, per chi ha fame o è disidratato, o ha bisogno di supporto psicologico: «Favoriamo l’accesso alle cure delle fasce più vulnerabili della popolazione bracciante, proveniente perlopiù da Marocco, Tunisia, Romania e Albania, spiegano da Emergency. Abbiamo cominciato nel 2019 con una clinica mobile su cui offriamo gratuitamente servizi di medicina di base, educazione sanitaria, orientamento socio-sanitario e ascolto psicologico. A maggio 2022 abbiamo inaugurato un nuovo Ambulatorio, nel centro di Vittoria».

Secondo la Regione sono quarantamila i lavoratori sfruttati in Sicilia (su un totale nazionale di duecentotrentamila persone). Di loro ci si occupa solo quando diventano casi di cronaca, come nel caso di Omar Baldeh, ucciso nell’incendio della baraccopoli del 2021 in un ex cementificio, oggi abbandonato, tra Campobello di Mazara e Castelvetrano. 

A fine 2023 la Procura di Caltanissetta scopre una rete di reclutatori di braccianti nelle campagne vicino Palma di Montechiaro, con i giovani rastrellati la mattina e portati nei campi a bordo di furgoni, costretti poi a ridare al loro stesso caporale parte della misera paga giornaliera. Nel maggio di quest’anno identica operazione dall’altra parte della Sicilia, a Paternò. Anche lì condizioni indecenti e inumane. Come a Vittoria, in provincia di Ragusa, dove le braccianti rumene erano costrette pure a subire abusi e violenze. Lì vicino, a Cassibile, si coltivano patate. E la manodopera è marocchina e sudanese, da aprile a giugno. Sfruttati per pochi euro al giorno, sono costretti a vivere in ghetti sovraffollati e privi dei servizi minimi indispensabili.

I loro sforzi diventano il cibo che portiamo a tavola. E anche il nostro vino, come ha scoperto la Guardia di Finanza in un’operazione in provincia di Trapani che ha svelato come una cooperativa avesse, in pratica, una sorta di esclusiva sulla fornitura di braccianti per le grandi e rinomate cantine siciliane, che si sono giustificate dicendo che non sapevano nulla di come operava la cooperativa, alla quale loro appaltavano la vendemmia, a un costo, per il servizio, così basso che, forse, qualche sospetto sarebbe potuto venire. D’altronde, quando si parla di sfruttamento e di diritti negati, dire di non sapere è sempre il modo migliore per farla, tutti, franca.

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