Emergenza abitativaPerché sinistra e destra sbagliano entrambe sul problema degli affitti brevi

Il turismo di qualità proposto dalla ministra Santanché rischia di escludere chi ha un reddito medio-basso, mentre la proposta del Pd di vietare gli affitti brevi nei comuni ad alta densità abitativa senza fornire alternative concrete, potrebbe limitare la mobilità e l’accessibilità abitativa a molte persone

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Due eventi apparentemente marginali hanno dimostrato come la destra e la sinistra italiana abbiano visioni complementari su turismo e affitti brevi. Il 23 luglio, infatti, la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha incontrato la Sindaca di Firenze Sara Funaro, per discutere di turismo di qualità. Il 19, invece, è stato assegnato alla commissione attività produttive della Camera dei Deputati un disegno di legge a firma Pd che attribuirebbe enormi poteri ai sindaci dei comuni ad alta densità abitativa per ridurre fortemente, se non vietare, gli affitti brevi. 

Apparentemente, le due cose sono antitetiche. Da una parte, il turismo di qualità è un modo edulcorato per dire turismo per ricchi, e quindi escludente. Si combatte l’overtourism rendendo insostenibile viaggiare per chi non ha un reddito alto, come un grand tour di ottocentesca memoria di cui è facile scorgere la matrice classista (e che però, a quanto pare, trova in una sindaca del Pd un’interlocutrice). Dall’altra, la lotta agli affitti brevi viene spesso spacciata per difesa dei redditi più deboli, strozzati dall’aumento di affitti e costi: nulla di più socialista.

Tuttavia, la crociata contro gli affitti brevi rischia di essere la foglia di fico dietro cui la sinistra cerca di nascondere la mancanza totale di un progetto concreto per l’emergenza abitativa e l’impoverimento della classe media. Trasformare gli affitti brevi nella causa di tutti mali può essere utile per guadagnare consenso, ma rischia di scontrarsi con la realtà nel momento in cui si dovrà governare. 

Andate da un qualunque under 35 italiano con Retribuzione annua lorda sotto i quaranta mila (cioè molti di loro), e chiedetegli se potrebbe farsi una vacanza di una settimana in albergo; poi, chiedetegli se potrebbe farla in Airbnb o equivalente. Andate da studenti e lavoratori fuorisede, e chiedete dove hanno alloggiato mentre cercavano casa nella loro nuova città (operazione che può richiedere anche settimane): difficilmente qualcuno vi dirà che era in albergo. Se gli affitti brevi rispondono a dei bisogni (per di più del ceto medio), bisogna anche proporre alternative concrete in caso di blocco.

Oggi questo piano della discussione è del tutto assente nel dibattito e nelle proposte politiche: ciò significa, semplicemente, dare l’albergo come unica possibilità a migliaia di persone, molte delle quali non potrebbero permettersi questo cambiamento, finendo semplicemente col non spostarsi, sia esso per lavoro, studio o piacere. Per di più, a fronte di un vantaggio tutto da dimostrare: nel mercato italiano non esistono stime di quanto realmente gli affitti brevi incidano sul costo di una città, e spesso anzi non esistono nemmeno stime reali di quanti immobili in alcune città siano adibiti ad affitti brevi. Le uniche che si trovano online sono spesso a opera di associazioni contro gli affitti brevi, e pertanto da prendere con le pinze e spesso esagerate, anche se vengono citate nel dibattito politico come fossero prodotte con chissà quale rigore scientifico.

Se si addita Airbnb come il male, poi si dovrebbe spiegare perché il monopolio alberghiero costituirebbe una vittoria del socialismo. Attualmente, infatti, tertium non datur: in Italia non esiste un piano casa da decenni (l’ultimo, grande piano risale agli anni Sessanta, a firma Fanfani, figura ormai semi sconosciuta agli under 35) e gli studentati sono un rarità e non un normale servizio come avviene nei maggiori Paesi europei (Milano ha quattordici mila posti letto, e oltre novantadue mila studenti fuorisede). 

Per di più, in Italia il fenomeno delle seconde case (vuote per undici mesi all’anno) è radicato da decenni, e in alcune realtà locali ha avuto effetti pesanti. Non si possono, dunque, attribuire a piattaforme relativamente recenti dei fenomeni che vengono da lontano, tanto più quando questi sono stati incoraggiati e alimentati da una visione spesso mistica della proprietà immobiliare, tipica della cultura italiana e del dibattito politico.

Dove gli affitti brevi sono stati vietati, gli effetti sono stati contrari alle aspettative. A New York, nel settembre 2023 sono stati vietati gli affitti sotto i trenta giorni. A quasi un anno, i costi degli alberghi sono aumentati vertiginosamente, come rivelato dal Guardian, e molte case sono semplicemente finite nel mercato nero mentre contestualmente sono aumentati gli affitti brevi nel vicino New Jersey. Anche l’effetto degli affitti brevi sui costi medi di immobili e sugli affitti in generale è stato molto ridimensionato rispetto alla retorica iniziale: Sophie Calder-Wang, della University of Pennsylvania, ha per esempio stimato che non vada oltre l’un per cento annuo.

Forse, semplicemente, bisognerebbe prendere atto che le nostre abitudini, le nostre vite e i nostri ritmi sono cambiati troppo per poter tornare indietro con uno schiocco di dita, perché non sempre le policies funzionano come i salvataggi alla Playstation, dove si può ripristinare una situazione semplicemente annullando ciò che è venuto dopo. Bisognerebbe prendere atto che gli affitti brevi non rispondono solo ai bisogni dei turisti, categoria mai demonizzata come ora, ma soprattutto ai bisogni di migliaia di persone normalissime che, nel 2024, cambiano città, lavorano per brevi periodi in luoghi diversi da dove vivono, frequentano corsi a Milano o Roma per pochi mesi.

Se il problema esplode oggi non è tanto per le piattaforme di affitti brevi, ma perché in questi anni il numero di persone che si muovono verso le città, combinato con la liquidità della vita, è qualcosa di nuovo e di strutturale, non paragonabile nemmeno all’emigrazione meridionale del dopoguerra per forme e tempi. Ma ogni misura che, in ultima istanza, mirasse a fermare questi flussi senza un generale ripensamento del ruolo delle aree interne e del loro sviluppo sarebbe solo conservatrice: rendere più difficile spostarsi a Roma, Milano o Bologna, senza contestualmente sviluppare altri centri, significa semplicemente condizionare gli individui alla propria realtà d’origine — ancora più di quanto già non avvenga in Italia, come ci dimostrano periodicamente i dati sui redditi e la mobilità sociale.

Questo, ovviamente, non vuol dire rassegnarsi a ogni stortura: regolamentare per evitare abusi e distorsioni è ovviamente necessario, ma serve guardare in faccia alla realtà, senza messaggi banalizzanti. Invece di finire indirettamente con il limitare la mobilità (geografica, ma anche sociale) delle persone sotto un certo reddito, quando si parla di alloggi bisognerebbe adottare un approccio multilivello.

L’edilizia popolare è una parte della soluzione, ma in maniera più sistemica serve una politica industriale policentrica, che favorisca l’aumento dei salari ma anche lo sviluppo di aree che oggi subiscono una forte emigrazione. Anche il lavoro da remoto (tema del tutto scomparso dall’agenda del Pd) potrebbe svolgere una doppia funzione, ripopolando aree interne mentre al contempo si diminuiscono i flussi verso città già congestionate.

Certo, è molto più complesso che additare negli affitti brevi la causa dell’impoverimento del ceto medio. Ma l’alternativa è lasciare che Airbnb diventi per certa sinistra quello che gli immigrati sono per certa destra. Possiamo permettercelo?

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