Power heels Come le scarpe col tacco hanno trasformato l’universo femminile (e non solo)

Con “Tacco alto” (66Thand2nd), Summer Brennan indaga la natura simbolica della scarpa femminile. Dalla segnaletica di genere, passando per le proteste contro i femminicidi fino alle campagne di body positivity, emerge un accessorio poliedrico che diventa un potente mezzo di rivendicazione

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L’immagine di un tacco alto, soprattutto se di colore rosso, è una sorta di geroglifico che significa donna. Posta sulla porta del bagno di un ristorante, significa che gli uomini non possono entrare – probabilmente vicino c’è l’equivalente maschile con sopra un paio baffi o uno stivale da cowboy. Analogamente, se la scarpa col tacco rosso appare sulla copertina di un libro di solito suggerisce agli uomini che non devono leggerlo. Non è per loro. L’immagine, tuttavia, può essere usata in altri contesti per ottenere supporto. Nelle fotografie delle pile di scarpe sottratte alle vittime dell’Olocausto, ad attirare l’occhio è l’ovvio sandalo rosso col tacco, lanciato lì come il corpo di una donna su una montagna terribile e anonima, o parzialmente nascosto nel mezzo.

A partire dagli anni Novanta a Ciudad Juárez centinaia di donne sono state uccise e altre migliaia sono scomparse, in quello che è stato definito un «femminicidio». Molti di quei corpi sono stati ritrovati mutilati o con tracce di violenze sessuali. La maggior parte dei casi rimane irrisolta, con i poliziotti che incolpano le vittime per la loro stessa morte – per via dei tacchi alti che indossavano o del posto in cui stavano camminando. Le antenne telefoniche sono tappezzate di manifesti con sopra i volti delle persone scomparse. La percentuale di omicidi e di sparizioni è così alta e i crimini sono così violenti che Juárez è stata soprannominata «la città che uccide le donne». Dal 2009 l’artista messicana Elina Chauvet cerca di attirare l’attenzione su questi omicidi – e sulle donne uccise in tutto il mondo – portando in giro una sua installazione d’arte. Si chiama Zapatos Rojos, ed è composta di scarpe da donna – decine o centinaia, a seconda del contesto – poggiate a terra in coppia in una piazza, tutte rosse, tutte usate, molte ma non tutte col tacco, a rappresentare le donne che non so- no più qui a indossarle.

Conosco una donna che pratica la pole dance per divertimento, indossando quelle scarpe con il plateau di solito definite «scarpe da spogliarellista». Il tacco è esagerato per ragioni estetiche, ma anche funzionali: consente di aggrapparsi al palo. Attivista per la body positivity di lunga data, la mia amica trova questo tipo di ballo liberatorio. È un modo per lei di rivendicare la sua prestanza fisica e la creatività – creatività rispetto a un desiderio che esiste all’infuori di lei. Non importa chi sta guardando; spesso non c’è nessuno. Lo fa per sé. Se, come sostiene Margaret Atwood, c’è davvero un uomo nella sua mente, che la osserva e la approva – quanto conta se alla fine ne gioisce anche lei? Possiamo davvero toglierci di dosso le parti di noi danneggiate dalla cultura e restare comunque intere?

Una mia amica insegna il burlesque e l’arte dello strip-tease alle donne timide, adoperando tacchi e lingerie. Quando iniziano a sentirsi finalmente più a loro agio nell’esprimersi, spesso le studentesse scoppiano in lacrime dal sollievo, come se qualcosa di congelato dentro di loro si fosse sciolto. È emozionante entrare in contatto con quei lati profondi di sé – come l’orgoglio, la capacità di lasciarsi andare, la sessualità – che in precedenza erano resi inaccessibili dalla paura o dalla vergogna e che gli orpelli della cultura femminile possono aiutare a liberare.

Al figlio di un’altra amica sin dall’infanzia piaceva indossare abiti «da ragazza». All’asilo erano le coroncine e i vestiti da principessa ad attirarlo. A partire dall’adolescenza, il suo interesse si è evoluto in una propensione nei confronti delle drag queen più smaccatamente femminili e teatrali. Nel periodo in cui si tengono le parate del Pride, i suoi genitori eterosessuali marciano insieme a lui in segno di supporto – mamma, papà e figlio tutti agghindati con trucco, vestiti, parrucche e tacchi esagerati. Una donna di un metro e cinquanta che indossa tacchi di dieci centimetri incrementa la propria statura del 6,6 per cento – non è l’otto per cento di vantaggio che hanno gli uomini sulle donne in termini di statura, ma gli si avvicina.

Le immagini di Ana Teresa Fernández sono oniriche, magiche, ma ogni scena è accaduta davvero. In una performance scambia i tacchi a spillo con un paio di tacchi alti interamente composti di ghiaccio. Rimane in piedi su una grata di un viale della zona ovest di Oakland finché non si sciolgono. Nelle foto artistiche scattate in precedenza, i tacchi assomigliano a scarpette di cristallo e hanno un aspetto crudele e bizzarro a contatto con il tepore della sua pelle. Ha chiamato quest’opera Ice Queen, ma anche La Llorona, dal nome della donna fantasma piangente protagonista dei racconti popolari dell’America Latina. Le scarpe di ghiaccio si disintegrano lacrima dopo lacrima. Fernández cita anche altri racconti. Ha dichiarato: «Volevo sciogliere il mito secolare di Cenerentola, una donna dietro una porta chiusa, che ha bisogno di essere salvata». La sua opera ha un’aria di sfida, o di trionfo. La sua protagonista può essere considerata classicamente femminile, ma è sempre soggetto e mai oggetto, capace di muoversi con destrezza tra realtà e fantasia con la grazia di una ballerina.

In un altro lavoro intitolato Ablution, che Fernández ha concepito in reazione al sentirsi apostrofata come mojada (un’immigrata clandestina salvata dalle acque), l’artista si riprende mentre nuota in una piscina, indossando di nuovo tacchi e tubino, per togliersi lo sporco dell’insulto razzista dal corpo. Nel 2017, nel corso di una conferenza sulla sua opera tenutasi a Washington D.C., ha definito il suo costume da bagno non convenzionale come «il drag della femminilità». Non era immediatamente chiaro se drag si riferisse a una forma di travestimento indossato per rappresentare la femminilità o a drag come peso, ciò che rallenta il corpo nel suo movimento attraverso l’aria o l’acqua, frenandolo.

È difficile separare l’oggettificazione femminile dalla sensualità femminile, quel terreno inesplorato della femminilità che si trova al di fuori dell’influenza e del controllo maschili. Ma se è vero che i tacchi possono essere e sono stati usati per mettere in atto rigide norme di genere, è altrettanto vero che possono essere usati per sovvertirle. Gli uomini si sono vestiti da donne per millenni, per ragioni che spaziano dall’arte alla spiritualità e all’espressione per- sonale, oltre che alla parodia. Al tempo di Shakespeare tutti gli attori professionisti erano di genere maschile, e quindi le prime Giulietta, Desdemona, Viola e Lady Macbeth sono state interpretate da uomini, con la massima serietà. Dal momento che all’interno delle opere di Shakespeare alcuni dei personaggi più celebri si travestono, il pubblico vedeva uomini nei panni di donne, e anche uomini che interpretano donne nei panni di uomini. 

Ancora nell’Ottocento, nonostante le attrici fossero ammesse sul palco, non era inconsueto che gli uomini interpretassero donne a scopi comici. Il drag, cioè il travestimento, può essere usato con malizia, per prendere in giro gli omosessuali e le donne, e in particolare quelle di colore, come accadeva all’inizio del secolo scorso quando i bianchi americani si travestivano da donne e praticavano la blackface. Tuttavia, oggigiorno il drag è più frequentemente una celebrazione della femminilità espressa dal sesso maschile e delle identità di genere non convenzionali. In molti casi il drag è diventato un look a sé, una sorta di femminilità iperbolica. Come ha detto RuPaul una volta: «Io non interpreto donne. Quante donne conoscete che indossano tacchi di quindici centimetri e parrucche di un metro e passa e vestiti attillati?». E: «Non mi vesto come una donna, mi vesto come una drag queen». Anche questo è creare miti. Eddie Izzard, in passato autoproclamatosi «travestito manager», fa parte di un’altra categoria, quella delle persone che si identificano come uomini o come non binarie e indossano vestiti «da donna» non per performance o imitazione, ma perché è ciò che sentono più naturale e giusto rispetto alla propria identità. In una foto scattata di recente da un paparazzo a New York si vede Izzard vestito praticamente nello stesso modo in cui mi vesto anch’io per girare in città: jeans, camicia, stivaletti alti alla caviglia e un guizzo di rossetto.

Negli ultimi cinquecento anni, ogni volta che nella moda maschile occidentale si è celebrato lo sfarzo, ne ha fatto parte una qualche versione di scarpa con il tacco. Le nostre nozioni di virilità sartoriale cambiano quanto gli ideali di bellezza femminile. Per gli europei del Diciassettesimo secolo un paio di stivali col tacco, un cappotto con la gonna a ruota e una chioma fluente rappresentavano il massimo della mascolinità. L’ostentazione maschile passò di moda dopo la Rivoluzione francese, ma le scarpe con il tacco per gli uomini non se ne sono mai andate del tutto; sono diventate semplicemente meno vistose. A partire dal Diciannovesimo secolo, le scarpe maschili fatte a mano prevedono tacchi di altezza diversa, da due a sette centimetri, in base alle necessità e alla vanità del cliente.

Poi negli anni Settanta arrivò il gender-bending e all’improvviso poteva succedere di tutto. Il glam rock esplose sulla scena musicale come uno scoppio di coriandoli metallici in cui si mescolavano il glamour hollywoodiano, il cabaret e la fantascienza. Era dalle chopines dei Veneziani che il mondo occidentale non vedeva la presenza di zeppe così alte all’interno della cultura mainstream, indossate da questa nuova specie di icone maschili e dai loro fan. Gli storici della moda hanno spiegato l’arrivo delle scarpe con la zeppa all’interno della cultura maschile negli anni Settanta come conseguenza di diversi fattori, tra cui il modo in cui si vestivano i «papponi» vanesi dei film di blaxploitation e la maggiore visibilità delle sottoculture sessuali e di artisti e musicisti di genere non conforme. Alcuni antecedenti possono essere trovati negli stivaletti Chelsea con il tacco cubano e nei winklepicker sfoggiati dai Beatles e dai Rolling Stones nel decennio precedente.

All’improvviso il corpo maschile veniva presentato allo sguardo femminile in modi del tutto inediti. Icone come David Bowie, Lou Reed, Alice Cooper ed Elton John indossavano le zeppe sia sul palco che nella vita quotidiana. Con perturbante sensualità Tim Curry interpreta il ruolo dello scienziato bisessuale, queer e alieno Frank N. Furter nel Rocky Horror Picture Show, con indosso scarpe da ballo coperte di strass realizzate dall’iconico stilista della Londra glam rock Terry de Havilland. Nella maggior parte dei casi queste scarpe, più che femminilizzare certi idoli, li fanno apparire dandy, ipermascolini ed estremamente sessualizzati.

Se durante gli anni Settanta le scarpe rialzate e con la zeppa si sono fatte strada nel guardaroba dell’uomo qualunque, tuttavia non sono mai diventate d’ordinanza nelle divise professionali maschili o in altre carriere meno legate all’arte, come da molto tempo lo sono i tacchi per le donne. Già negli anni Ottanta questo stile era perlopiù scomparso, anche se alcuni artisti, come Prince e David Bowie, continuarono a indossarne versioni meno vistose. Di tanto in tanto le riviste di moda e i blog dichiarano che i tacchi stanno tornando in voga per gli uomini. Tuttavia, nonostante tutti i tentativi degli stilisti e dei più vanitosi seguaci della moda, non è ancora successo.

Sentire di avere potere non equivale ad averlo, ma le due cose non sono slegate. Ciascuna ha i suoi vantaggi. Uno dei principali strumenti di oppressione delle donne nel corso dell’ultimo secolo è stato l’attacco costante alla loro autostima in ogni ambito culturale, il che le ha rese troppo concentrate sulla presunta inaccettabilità del loro corpo per potersi impegnare a migliorare i sistemi che influenzano le loro esistenze. Per questo motivo, incrementare l’autostima di una donna può spingerla ad agire, a ottenere risultati per sé ma anche cambiamenti a livello sociale. Ciò non significa che sentirsi carine sia un prerequisito per impegnarsi politicamente – nient’affatto. Tuttavia, in una cultura che silenzia le donne a ogni passo e che equipara la bellezza al loro valore in quanto esseri umani, ha senso provare ad accettare un’iniezione di autostima ogni volta che è possibile; prendere il controllo sulla propria sessualità e vedersi come soggetto sessuale invece che solo come oggetto; celebrare i diversi tipi di bellezza femminile. Agire. Scegliere. Essere protagoniste.

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Tratto da “Tacco alto” (66Thand2nd) di Summer Brennan, pp.160, 15,20

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