Sirene, rombo, tuono. Sirene, rombo, tuono. Con poche variazioni, questi sono i rumori che scandiscono il ritmo nel nord d’Israele, il cui cielo ferito viene attraversato ancora e ancora da scie luminose: prima un razzo di Hezbollah o un missile assemblato in Libano di provenienza iraniana, poi un intercettore Tamir dell’Iron Dome che lo distrugge con mille scintille. Magari le schegge cadranno in campo aperto, o in testa a un contadino, oppure romperanno una finestra uccidendo qualcuno. O, ancora, la munizione schiverà la difesa israeliana e cadrà, magari in un campo da calcio.
Questa è la realtà creata dai terroristi di Hezbollah, militanti sciiti libanesi sostenuti dall’Iran per la guerra a Israele; una crescente minaccia che ha costretto migliaia di israeliani a evacuare le loro abitazioni, portando con sé la crisi degli sfollati interni. Una realtà fatta di corse nei bunker, desolazione, morte del raccolto abbandonato e delle persone. E notifiche push che avvisano di un nuovo attacco nel nord.
Tra gli sfollati, Linkiesta è riuscita a intervistare Angela Yantian, una donna che ha consacrato la sua vita alla patria ebraica e che da dieci mesi vive come una «rifugiata senza appartenenza». Originaria della Svizzera, è giunta in Israele a soli diciotto anni con l’Hashomer Hatzair, un movimento giovanile che promuove il sionismo, il socialismo e la vita comunitaria.
Ha poi fatto aliyah e si è unita al vicino Kibbutz Bar’am, una comunità agricola collettiva, per partecipare attivamente alla realizzazione del “sogno sionista”, ovvero il ritorno del popolo ebraico alla Terra d’Israele e il diritto all’autodeterminazione, in uno Stato indipendente basato su principi di uguaglianza, cooperazione e vita collettiva.
Come molti sionisti delle origini – Buber, Magnes e Weizmann tra gli altri – sperava di coesistere pacificamente con le popolazioni arabe locali, e sosteneva apertamente la collaborazione reciproca. Ricordando con nostalgia gli anni in cui la minaccia di Hezbollah sembrava lontana e trascurabile, Yantian racconta: «Ho sempre creduto nella pace e nei diritti condivisi. Dopo il liceo eravamo tutti pieni di idee. Da allora sono successe molte cose. Il Kibbutz Bar’am era per me un paradiso naturale, senza rumore, senza inquinamento, ma con Hezbollah dall’altro lato della strada».
Da lì, a duecento metri dal Libano, si poteva guardare in faccia i libanesi: in mezzo non c’è un cuscinetto, una terra di nessuno. C’è la strada, la recinzione, e poi il Libano. «Dopo le due guerre del Libano – dice ancora Yantian – la gente aveva gli incubi: “Sentiamo bussare, vediamo persone costruire tunnel sotto le nostre case”, dicevano. Circolavano voci su Hezbollah che diventava più forte. Ma io pensavo fossero solo minacce vuote, ed ero tranquilla. Sono una sognatrice. Sognavo di poter un giorno prendere la mia macchina, guidare fino a Beirut, e tornare a casa, in Israele, il giorno dopo. Il 7 ottobre mi ha mostrato la differenza tra i sogni e la realtà».
Dopo oltre cinquant’anni in Israele, la realtà ha messo a dura prova le sue convinzioni. La situazione al confine settentrionale con il Libano è peggiorata drasticamente negli ultimi mesi, con Hezbollah che ha intensificato i suoi attacchi, lanciando migliaia di razzi e missili verso Israele. Prendendone atto, il governo israeliano ha ordinato l’evacuazione di numerose comunità vicine al confine, costringendo migliaia di persone a cercare rifugio in altre parti del Paese.
«Prima del 7 ottobre non avevo mai pensato di andarmene, ma adesso… tutti se ne sono andati. Cosa avrei fatto lì da sola?», si chiede Yantian, riflettendo sulla sua nuova realtà.
Molti dei suoi vicini e amici hanno lasciato definitivamente il kibbutz, e non torneranno più. Senza di loro, il senso di fratellanza e unità che caratterizzava quello stile di vita, così caldo e accogliente seppur umile e sfidante, si è frammentato. «La mia comunità non è più quella di prima,» spiega con malinconia, «e senza la vicinanza geografica si sta disgregando. Anche i miei figli se ne sono andati. Le persone sono traumatizzate e hanno paura che quello che è successo al confine con Gaza succeda anche a noi. Ogni volta che ci sono nuove trattative si alza la speranza, piangiamo, chiamiamo, gridiamo… e poi crolla tutto. È emozionalmente provante. Ho perso molta energia in questa guerra… non sono più la stessa persona. Siamo tutti stanchi». Insomma, le comunità evacuate rischiano di non ritrovare la loro coesione.
Per tre mesi Angela Yantian ha vissuto in un albergo a Tiberiade, in una delle tante strutture che ospitano gli sfollati. Lì, persone provenienti da diverse realtà socio-culturali convivono ammassate, con pochi sfoghi e nessuna certezza sul futuro. Coloro che – prima della guerra – organizzavano le manifestazioni contro la riforma giudiziaria di Benjamin Nethanyahu, hanno reindirizzato la loro organizzazione capillare nell’aiutare il Paese in difficoltà, «intervenendo laddove lo Stato ha fallito». In poco tempo, hanno inviato vestiti, cibo, e aiuti. Ma «gli hotel erano completamente pieni, con una folla disomogenea di religiosi, laici, giovani, e anziani. Lì sono nati bambini e lì sono morti anziani. Non c’era una scuola e dovevamo tenere occupati i bambini. È stato difficile, c’era molta tensione, e dopo poco è diventato insopportabile».
L’evacuazione di massa dal Nord è stata una delle più grandi operazioni di questo tipo nella storia recente del Paese. Ad oggi, le autorità israeliane hanno organizzato programmi di rivitalizzazione per sostenere gli sfollati (supporto psicologico, sovvenzioni e indennità, supporto educativo e programmi ricreativi per i bambini), ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.
A gennaio, Yantian ha intrapreso una serie di viaggi in Europa per portare all’attenzione la crisi degli sfollati interni. «Noi qui crediamo che la pace sia l’opzione migliore, ma ora sono disillusa e… non so se ci sarà. Oslo era una grande speranza, ma ora sono qui da cinquant’anni e non sono più ingenua com’ero a diciotto anni: ora so che implementare la pace è molto più complicato, ci sono troppe forze in gioco». Critica nei confronti del governo israeliano, che «ha trascurato per troppo tempo il problema palestinese», e critica degli insediamenti in Cisgiordania, ha dedicato la vita a un ideale e ora si trova a fare i conti con una realtà ben diversa. «Credo ancora nella patria ebraica, ma non posso essere una sionista “cieca”».
Alla domanda se non sia forse meglio tornare in Svizzera, risponde: «Sono venuta in Israele per ragioni ideologiche: pur essendo laica sento l’importanza per gli ebrei di avere una patria. Il popolo ebraico non può sopravvivere per sempre senza una patria, e la mia presenza qui ha uno scopo specifico: abbiamo una missione. Ma non so se ho ancora l’energia per realizzarla. Vivere in queste condizioni è difficile, abbiamo troppe domande senza risposte, che pesano sulla vita quotidiana. Non si può vivere senza speranza e noi qui siamo molto disillusi. Ma se tutti ce ne andassimo… cosa succederebbe?».
Nonostante tutto, Angela Yantian continua a credere nel dialogo. La sua storia è un promemoria delle comunità distrutte dal conflitto e di una speranza che deve resistere. «Io non credo nella guerra», dice ancora. «Certo, bisogna sapersi difendere, ma bisogna anche saper convivere. Ad oggi sono convinta che la priorità assoluta sia raggiungere accordi per un cessate il fuoco su tutti i confini, ed evitare assolutamente una guerra totale. Ma Bibi sembra preoccupato solo di non perdere il potere… Ci serve l’aiuto internazionale, in particolare degli americani e dei sauditi, e gli europei potrebbero inviare delegazioni per continuare il dialogo. Il dialogo è la cosa più importante. Qualsiasi forma di comunicazione, comprensione, intesa, salvaguardia e protezione degli accordi… Insomma, qualcosa si può fare. Non lasciateci senza speranza».