Sintonizzarsi sul tuttoL’approccio artistico libero e non codificabile dei Masbedo

Teatro, performance, musica, fotografia: lo stile del duo artistico è talmente variegato e olistico che potrebbe confondere. Non è mai detto ciò che avverrà, ciò che sta per succedere

MASBEDO, Ritratto di città (courtesy of MASBEDO)

«È molto difficile spiegare come succeda e perché succeda. Parlo naturalmente di quel minuto, di quell’ora o di quel secondo, non importa, in cui a ogni nuovo risveglio di mattino la città si ritrova tutta, improvvisamente e con sorpresa, coperta dal silenzio». 

Iniziava così la composizione sonora di Luciano Berio e Bruno Maderna. Era il 1954 e il progetto, che si intitolava “Ritratto di città”, avviava le pratiche sperimentali dello Studio di Fonologia Rai di Milano. Da allora molto è cambiato: sono passati esattamente settant’anni, le città non sono quasi più silenziose, la coperta si è sollevata rivelando un brulichio costante di rumori, fischi di automobili, sgangherate rotaie dei tram che tremano e insieme a loro fanno tremare le facciate dei palazzi. 

Un tale mondo confusionario, caotico, incessante è adesso materia d’indagine per il duo artistico Masbedo, che dalla fine degli anni Novanta mescola discipline e linguaggi diversi: video, installazioni, cinema, performance, teatro d’avanguardia, sound design. Una commistione continuamente elaborata, riconcepita alla luce di nuovi significati, di inedite sovrapposizioni da Nicolò Massazza (1973) e Iacopo Bedogni (1970). 

MASBEDO, Ritratto di città (courtesy of MASBEDO)

Merito loro se oggi rinnovano, riconcepiscono quell’esperimento, chiamandolo allo stesso modo, “Ritratto di città”, all’interno di una serie di appuntamenti, un vero e proprio tour internazionale: hanno cominciato a Manchester il 25 marzo grazie al partner di progetto Soda (School of Digital Arts), poi sono volati a Parigi al Centre Pompidou-Metz e il 9 aprile si trovavano alla Triennale di Milano. Il resto della primavera li ha visti alla Fondazione Merz di Torino, al Maxxi di Roma e al Center for contemporary art di Tel Aviv-Yafo. 

A Milano hanno occupato stabilmente un posto al Museo del Novecento fino al 30 giugno, e a maggio si sono esibiti ancora alla Triennale e al Castello Sforzesco con un vasto programma internazionale. I loro lavori sono attualmente visibili in Lussemburgo presso l’associazione artistica Casino Luxembourg: il progetto, a cura di M+M studio, si chiama “My Last Will e li vedrà coinvolti, fino all’8 settembre, assieme ad altri trentuno artisti internazionali. L’obiettivo? Rispondere alla domanda “Cosa rimarrà?”, cercando di restare nel «qui e dopo». 

 

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Per chi non conoscesse Masbedo, l’approccio è talmente variegato e olistico che potrebbe confondere. Non è mai detto ciò che avverrà, ciò che sta per succedere. Una cosa è certa: la musica, i suoni, il rapporto con melodie ritmate sono alla base di tutte le performance del duo artistico. Anche quando si appoggiano al cinema, alle narrazioni visive e alle immagini in movimento. 

Il loro obiettivo è rappresentare la società contemporanea, le sue frammentazioni, le sue voci contraddittorie, i suoi richiami lontani e vicini unendo le arti. Basti pensare a una loro opera del 2018, ospite fino a febbraio del 2024 del Maxxi di Roma: un cortometraggio, se così si può definire, di diciannove minuti, intitolato Protocol No. 90/6, nella quale un pupo siciliano, comandato dai fili automatici di un invisibile puparo, è l’immagine emblematica della verità manipolata dall’alto. Un manifesto di denuncia che i due artisti hanno rinvenuto dopo varie ricerche all’interno dell’Archivio di Stato di Palermo. 

MASBEDO, Ritratto di città (courtesy of MASBEDO)

Forse, oggi, restituire un “ritratto di città” coincide con la confusione, con l’alterazione dei sensi e la sovrapposizione di linguaggi ed estetiche. Chissà quale sarà il canto, l’urlo, il coro della metropoli individuato da Masbedo. Quali leggerezze, quali attriti porteranno alla luce? Quali proiezioni, quali dibattiti, quali idiosincratiche rassegne manipoleranno? Sicuramente un tributo va a quel sound elettronico che lo studio di Fonologia della Rai di Milano ai tempi contribuiva a diffondere, dando inconsapevolmente vita al linguaggio del nuovo millennio, incapace di verbalizzare, di farsi discorso, di trovare connessioni logiche e razionali, e per questo libero. Non codificabile. Puro suono.

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