Solo tre eurodeputati italiani su settantasei hanno avuto il coraggio di votare intenzionalmente a favore dell’articolo 8 della risoluzione del Parlamento europeo per permettere all’Ucraina di usare armi occidentali contro obiettivi in territorio russo. Un piccolo gesto di disobbedienza verso i propri partiti, ma di grande lealtà verso l’Ucraina e gli eurogruppi che sostengono Kyjiv non solo a parole ma con i fatti. L’articolo 8 è stato approvato con trecentosettantasette voti favorevoli, centonovantuno contrari e cinquantuno astensioni, ma la figuraccia politica per l’Italia resta, e sarà difficile distogliere i colleghi europei dall’idea che Roma sia l’anello debole della resistenza contro l’invasione russa.
Tra questi tre eurodeputati coraggiosi che hanno scelto il giudizio della storia rispetto a quello partitico c’è anche Massimiliano Salini, dal 2014 al Parlamento europeo con Forza Italia e vicepresidente del gruppo del Ppe al Parlamento europeo. A Linkiesta spiega di non avere avuto dubbi sulla cosa giusta da fare: «Pur comprendendo la delicatezza della posizione del mio partito e di Antonio Tajani, che ha il compito difficile di mantenere un equilibrio nella maggioranza, la mia valutazione personale mi ha portato a sostenere questa risoluzione. Se il Ppe non avesse preso questa posizione, avrebbe compromesso la propria coerenza a favore della difesa dell’Ucraina».
Come giustifica la sua scelta politica?
Ho approfondito molto la questione all’interno del gruppo del Partito Popolare Europeo, discutendo nel dettaglio le dinamiche del conflitto, comprese quelle tecniche che caratterizzano le modalità con cui si svolge oggi la guerra. La Russia ha attaccato l’Ucraina, non il contrario. E in questo contesto diventa fondamentale il concetto di legittima difesa, radicato nella dottrina sociale della Chiesa. La legittima difesa deve essere proporzionata all’offesa ricevuta: chi si difende deve essere in grado di fermare chi attacca. Impedire all’Ucraina di intervenire contro basi militari russe da cui partono missili contro il suo territorio, non tiene conto di come funziona oggi la guerra. Non si tratta di attaccare la Russia tout court, ma di impedire ulteriori attacchi. Questo è il motivo per cui ho votato a favore.
Il fatto che tre dei più importanti partiti italiani abbiano votato in modo diverso rispetto alle famiglie politiche europee, avrà conseguenze gravi in termini di credibilità?
Non è una novità. Queste differenze si verificano spesso anche in altri Paesi su altri temi perché le famiglie politiche europee hanno una storia diversa rispetto ai partiti nazionali. C’è un modello di rappresentanza al Parlamento europeo che a volte non ha nulla a che vedere con quanto accade nei singoli Paesi. Per esempio nel centrodestra italiano abbiamo Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, che in Europa appartengono a tre gruppi diversi: il Ppe, i Conservatori e i Patrioti. Questo disallineamento è spesso distante dalla sensibilità popolare, ma personalmente credo che abbia fatto più bene che male alla politica. A volte il contesto nazionale può essere una gabbia, e l’Europa offre uno spazio di maggiore libertà.
L’Italia però rischia di essere vista come un anello debole nel sostegno all’Ucraina.
Le dinamiche nazionali sono difficili da comprendere per chiunque, non solo quelle italiane. Ma l’unità europea si è mostrata forte nella reazione all’emergenza ucraina, dimostrando che l’Ue sa avere un ruolo di protagonismo, nonostante tutte le sue difficoltà. La peculiarità italiana è legata a una fase di immaturità della nostra politica, non del nostro paese. Per fortuna il voto al Parlamento europeo ha permesso di poter superare queste differenze. La posizione dei Paesi dell’Est è decisamente più forte su questo tema rispetto a quella del resto dell’Unione Europea, per ragioni storiche e di vicinanza geografica al problema russo. Da lì proviene una grande tensione, un grido di dolore e preoccupazione molto più forte. Al di là delle peculiarità storiche, geografiche o politiche, l’Unione Europea ha dimostrato con questo voto di avere un ruolo da protagonista. Io sono stato educato a partire da ciò che esiste, non da quello che manca. Ecco perché parto dalle difficoltà per continuare a sperare nel completamento del progetto europeo, come ha chiesto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ricordiamo che la risoluzione approvata dal Parlamento è un atto non vincolante. Spetterà poi al Consiglio europeo dare il via libera a Kyjiv. Quale pensa dovrà essere la strategia per sostenere l’Ucraina nella sua resistenza?
Nel breve termine, è fondamentale mantenere continuità nel sostegno all’Ucraina, utilizzando le forme di supporto già note e garantendo l’unità dell’Occidente, specialmente attraverso l’Alleanza Atlantica e ciò che essa comporta. Le prossime elezioni americane avranno un ruolo cruciale in questo contesto, ma è essenziale mantenere compatto il fronte occidentale. L’Europa ha mostrato una capacità di reazione straordinaria di fronte all’emergenza ucraina, persino più reattiva degli Stati Uniti in alcuni aspetti. Come affermava il compianto generale Claudio Graziano, l’Unione europea, in quarantotto ore, ha compiuto più progressi in tema di difesa rispetto agli ultimi vent’anni. Ma manca ancora uno strumento fondamentale: superare l’asimmetria nel portafoglio difesa del commissario europeo.
Cioè?
Lo spazio è una competenza condivisa tra l’Unione europea e gli Stati membri, mentre la difesa rimane una competenza esclusiva degli Stati nazionali. La sfida sarà modificare i trattati per includere pienamente la difesa tra le competenze europee, spostando parte del bilancio nazionale a livello comunitario. Questo cambiamento richiede una forte volontà politica e un consenso tra le forze politiche, perché non si può continuare a immaginare un’Unione Europea con un bilancio pari all’un per cento del Prodotto interno lordo e pretendere che sostenga la competitività, la politica estera e la difesa in modo efficace. Per raggiungere questi obiettivi il bilancio dell’UE dovrà essere aumentato almeno al cinque, sei per cento del Pil, iniziando proprio dalla difesa.
Secondo lei come andrà l’audizione al Parlamento europeo di Raffaele Fitto, nominato da Ursula von der Leyen vice presidente con delega alla Coesione e alle Riforme?
Credo che sarà un’audizione non banale. Fitto ha le spalle larghe e saprà reggere l’audizione, che sarà una delle più complesse. Il percorso che ha portato alla sua candidatura non è stato semplice: una delle increspature è stata il voto contrario di Fratelli d’Italia, figlio di una strategia per salvare capra e cavoli. Da un lato, Fratelli d’Italia ha potuto mantenere il sostegno della destra, dall’altro ha evitato problemi con i suoi elettori. Nonostante queste difficoltà credo che alla fine Fitto supererà le forche caudine della audizione e diventerà commissario. Da quel momento però Fratelli d’Italia dovrà dimostrare di poter gestire la vera politica e non potrà più giocare con le parole.
Quindi dopo la nomina di Fitto Fratelli d’Italia dovrà votare con la maggioranza del Parlamento europeo?
Esatto. Fratelli d’Italia dovrà far parte della maggioranza al Parlamento europeo e non potrà più evitare di prendere posizione. Questo avrà un impatto anche sulla politica italiana e sul centrodestra. Finora, Fratelli d’Italia ha potuto contare su un consenso legato al dire agli elettori ciò che volevano sentirsi dire. Ma arriva il momento in cui bisogna fare ciò che è necessario, e in quel momento qualche voto si perde, guadagnandoci però in credibilità istituzionale. Vedremo come gestiranno questa transizione, perché la nomina di Fitto costringerà il partito di Giorgia Meloni a confrontarsi con la vera politica europea.