Esce oggi “Nei nervi e nel cuore” (Solferino) il saggio in cui Rosella Postorino risale lungo il crinale del tempo, il suo, quello intimo dell’infanzia e quello adulto delle scelte, facendo luce sulla traiettoria di un destino: scrivere, lavorare con i libri e immaginare il mondo a partire da questi.
Già nella bella postfazione de “Gli impudenti”, il primo romanzo di Marguerite Duras ripubblicato nel febbraio di quest’anno da Feltrinelli, Postorino rifletteva sull’humus che ogni scrittore è destinato a trasformare nella materia organica della propria indagine sull’umano: l’infanzia. Duras dichiara che dei fantasmi della sua si è liberata con “Una diga nel Pacifico”, ma altrove specifica che l’infanzia è “interminabile”.
Nella postfazione, Postorino scrive: «E io credo che nessuno se ne sbarazzi mai del tutto, tantomeno uno scrittore. Non può: è il suo incubatore di mistero, di incanto e turbamento. Non far cicatrizzare l’infanzia è il prezzo da pagare per scrivere». Una moneta che Postorino paga, soprattutto in questo libro, con la consapevolezza di quanto sul terreno dei rapporti Io-me, e Io-mondo, siano le fragilità più della forza, l’oscillazione più della costante, l’attimo più dell’eterno, ad assicurare un buon raccolto.
Scrivo per essere amata, ammette l’autrice quando dopo due anni di lockdown prende la parola di fronte a un pubblico, esponendo a quel pubblico una debolezza, come rifletterà in seguito davanti al sarcasmo di un amico, e tornando a fare chiarezza nel libro: «Scrivo perché a volte mi sono sentita rifiutata e indegna, e questa sensazione prima o poi la provano tutti. Scrivo perché ho bisogno di essere accettata, come chiunque, il mio amico e sua figlia compresi. Scrivo per cercare riscatto e non mi sento riscattata mai. Scrivo per rivendicare il nostro diritto di trionfare e di perdere, di essere limpidi e imperscrutabili, qualcosa che difficilmente si può afferrare del tutto, perché siamo ambigui, e cioè umani».
Coltivare la possibilità di essere vulnerabile e forte insieme. Reclamare quella di abitare le contraddizioni dell’animo e tutta l’incoerenza su cui l’arte del romanzo tenta da sempre di gettare un lumicino. Dentro queste doppiezze si posa lo sguardo dell’autrice che ripercorre in una sequela di segmenti disgiunti la propria vita, a partire dall’infanzia, dietro al tentativo di cogliere l’origine del suo sguardo sul mondo: uno sguardo sia indulgente che rigoroso, sia emotivo che analitico, assennato e spiazzante.
È in fondo, questo, e più in generale, un libro sull’amore: di sé e della vita, troppo bella per essere sprecata rinunciando al potere delle parole o limitandosi a navigare sulla superficie del mondo. È un libro sul bisogno di trovare sé stessi all’interno di una linea che tenga insieme i desideri degli altri, che forse anche da adulti non smetteranno di continuare a vibrare, e la misura esatta del proprio Io.
Sradicare le radici dal posto che chiamiamo casa è un atto doloroso e lieto, traumatico e basilare, irrinunciabile in qualsiasi percorso di iniziazione al mondo, a maggior ragione se si coltiva l’ambizione di ricondurre quel mondo sotto al vetrino della scrittura. E in questo flusso di pensieri sulla vita, individuale e collettiva, reale e letteraria, si alternano gli atti di ogni esistenza: allontanarsi e poi smarrirsi, e ritrovarsi, essendo immobilizzati dalla paura, essendo sorpresi dall’audacia.
Lungo un’altra asse, poi, oltre la parabola di formazione, a risuonare è il rumore della società, la nostra, con i suoi temi irrisolti e coi suoi eterni dilemmi. Scoprirsi d’accordo con ciò che Postorino conclude di volta in volta su un argomento o sull’altro non sarà necessario per amare questo libro: non un saggio affilato, ma un toccante romanzo sugli inciampi e le paure, la scoperta, il desiderio, i fallimenti e gli abissi che riecheggiano dentro l’animo di ognuno di noi. È la fede nella letteratura a scaldare lo sguardo di Postorino sulle cose, l’incantesimo ingenerato dalle parole.
