Vladimir Putin ha provato a convincere il mondo di essere uscito dall’isolamento internazionale in cui si trova da quando ha invaso l’Ucraina nel febbraio del 2022. Durante l’annuale summit dei Brics+ organizzato a Kazan dal 22 al 24 ottobre, il dittatore russo ha colto l’opportunità di farsi vedere al fianco degli altri leader internazionali (Cina, India, Brasile, Sudafrica e, da circa un anno, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran) dopo anni di assenza forzata a causa della pandemia e del mandato di arresto internazionale emesso nei suoi confronti.
Il Cremlino vorrebbe mostrare al mondo una Russia in salute e con relazioni internazionali stabili, ma la realtà è un po’ diversa: la trasformazione in un’economia di guerra sta mettendo in ginocchio il sistema sanitario, quello sociale e dell’istruzione. Nel panorama internazionale, i Paesi che hanno scelto di sostenere in maniera decisa la Russia si riducono a Cina (anche se non ufficialmente), Iran e Corea del Nord, oltre a una manciata di Stati dell’Africa e del Sudamerica.
Mosca e Pechino hanno utilizzato questo summit per spingere i Brics+ verso posizioni sempre più antioccidentali, con l’obiettivo di sfidare l’ordine mondiale a trazione statunitense e l’egemonia del dollaro come valuta di scambio. Per il momento, sembrano idee destinate a rimanere tali, vista anche l’eterogeneità del gruppo che rende molto difficile arrivare a soluzioni concrete, a maggior ragione in questa fase di allargamento.
Al summit, oltre ai membri dell’alleanza, erano presenti i leader di una ventina di Paesi coinvolti da Putin. In linea generale, il denominatore comune degli invitati è una certa allergia nei confronti del sistema democratico. Salvo qualche eccezione (Brasile, Sudafrica e India), infatti, «si tratta per lo più di regimi autoritari in cui il pluralismo è del tutto assente o soggetto ai voleri del governo. Tra questi, ci sono sistemi a partito unico come la Cina, monarchie assolute come gli Emirati Arabi Uniti, teocrazie come l’Iran, nonché paesi formalmente in guerra, come la Russia» come sostiene Giorgio Fruscione di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).
Questo aspetto già di per sé pone qualche perplessità sulla futura tenuta dell’organizzazione e sul raggiungimento degli obiettivi prefissati. I dubbi sull’efficacia delle azioni dei Brics+ riguardano proprio la capacità di arrivare a una sintesi tra Stati autoritari con interessi così diversi. Ciascuno dei leader coinvolti sembra voler portare avanti una propria visione più che un progetto comune e paradossalmente l’allargamento potrebbe indebolire un gruppo già fortemente eterogeneo.
Anche tra i Paesi fondatori ci sono approcci diversi rispetto allo scopo dell’alleanza: Cina e Russia cercano di strutturare un’organizzazione più larga possibile per contrastare gli Stati Uniti, mentre India e Brasile vogliono tentare di riformare la governance mondiale in un’ottica di multipolarità e collaborazione, sia politica sia commerciale. L’India, inoltre, è impegnata con Stati Uniti, Giappone e Australia nel Quadrilateral security dialogue, una cooperazione strategica informale che ha lo scopo di contenere l’espansionismo cinese nella regione dell’Indo-Pacifico.
Un altro tema sul quale non sembra esserci grande coesione è quello dell’allargamento. L’ultimo caso riguarda il presidente brasiliano Lula da Silva – assente in Russia a causa di un incidente domestico che gli è costato cinque punti di sutura in testa – contrario all’ingresso nei Brics+ del Venezuela di Nicolas Maduro e del Nicaragua di Daniel Ortega, due regimi autoritari sudamericani sostenuti da Vladimir Putin.
La strada per i Brics+, dunque, sembra ancora lunga e complessa, ma sarebbe un errore sottovalutare la tre giorni russa. I Paesi membri dell’alleanza hanno voluto lanciare un messaggio di stabilità delle loro relazioni in una fase di grande incertezza a livello internazionale e l’obiettivo, più nella forma che nella sostanza, sembra essere stato raggiunto.
A Kazan era presente anche la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan (che il 23 ottobre ha avuto un bilaterale con Putin), unico Paese Nato a partecipare al summit. Ankara si è sempre mantenuta in equilibrio tra la Russia e l’occidente grazie alla capacità di Erdoğan di giocare su tavoli diversi. I rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti restano saldi, ma problematici: i colloqui di adesione con Bruxelles sono in stand-by da diversi anni e Washington ha rimosso la Turchia dal programma di vendita degli F-35, dopo che Ankara aveva acquistato un sistema di difesa missilistica russo. Erdoğan ha anche accusato gli Stati Uniti e gli altri alleati occidentali di essere troppo permissivi nei confronti di Israele.
Divergenze che hanno portato la Turchia a fare richiesta di adesione al progetto Brics+ e, sebbene le relazioni con Mosca in passato non siano state sempre semplici (soprattutto sulle questioni legate alla Siria), in questo momento gli interessi dei due Paesi potrebbero coincidere. Nonostante il supporto militare fornito a Kyjiv e l’apertura all’adesione dell’Ucraina nella Nato, in questi anni la Turchia ha continuato a cooperare con la Russia sull’energia e le materie prime, rafforzando gli scambi commerciali bilaterali. In questo difficile gioco di equilibri, Ankara si è posizionata come facilitatore naturale dei futuri colloqui di pace, forte del controllo sugli stretti che collegano il Mar Nero ai mercati mondiali che la pongono al centro di un accordo sul passaggio sicuro delle esportazioni agricole ucraine (anche se poi la Russia quell’accordo lo rispetta a modo suo).
Ma, se Erdoğan dovesse effettivamente portare il Paese all’interno di un’alleanza strutturata con Russia e Cina, si registrerebbe uno sbilanciamento importante rispetto alle posizioni mantenute in questi ultimi anni. Ankara vede i Brics+ come un’opportunità per una maggiore cooperazione economica con i Paesi membri, e non come un’alternativa ai rapporti con l’occidente.
Probabilmente, pur causando più di qualche mal di pancia, la Turchia non stravolgerebbe le relazioni con la Nato, anche se andrebbe a rafforzare una realtà che ha come obiettivo principale quello di creare un’alternativa all’occidente. Tutto ciò in un momento in cui i rapporti con Stati Uniti e Unione europea sono piuttosto freddi. Senza un’inversione di rotta nei prossimi mesi, l’elefante nelle stanze di Washington e Bruxelles rischia di essere proprio il Paese con il secondo esercito dell’Alleanza atlantica.