Radis Una passeggiata filosofica sotto gli occhi delle betulle

Giulia Cenci racconta il progetto di arte pubblica dove il confine tra natura e antropizzazione valica il presente e riporta in superficie le nostre “Radici” sotto forma di forza creativa

Giulia Cenci, Le masche (ph. Andrea Guermani)

Ha da poco inaugurato l’opera di Giulia Cenci per Radis, un progetto di Fondazione per l’arte moderna e contemporanea CRT con la collaborazione della Fondazione CRC e la curatela di Marta Papini, nel comune di Rittana, in Valle Stura. Un lavoro meticoloso quanto rispettoso di un ambiente naturale e di una storia che riconduce a quei luoghi lotte di resistenza partigiana e contadina. È il Chiot Rosa, una radura montana disseminata di betulle e luogo storico per la comunità. L’aveva visto così sin da subito, quando al primo sopralluogo aveva avuto la visione, nitida, di quale progetto realizzare per quel territorio così speciale.

L’avevo seguita a distanza in quelle prime esplorazioni per poi intervistarla nei mesi successivi, mentre faceva calchi di betulla in silicone e lavorava, come di consueto, in fonderia per mettere a punto la sua opera. Diffusa, tra gli alberi, per accogliere i visitatori dolcemente. 

Credits: Andrea Guermani

Poi, le cose concrete: il numero cartaceo su cui era prevista la pubblicazione della nostra intervista era pronto a chiudere per andare in stampa (e ora per arrivare nelle edicole), ma naturalmente le foto dell’opera non c’erano: Giulia Cenci era ancora al lavoro. La ritroviamo ora, qualche tempo dopo, nel giorno dell’inaugurazione, a svelare la sorpresa. Le masche è il titolo dell’opera, indica creature sospese del femminile, streghe, presenze… esseri indefiniti che animano l’immaginario locale tanto quanto quello ancestrale di noi, esseri umani. Le masche appaiono a sorpresa, si nascondono nel terreno per fiorire più avanti e accogliere i visitatori. Buona visione.

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L’ho ascoltata per un po’ attraverso brevi clip registrate durante un sopralluogo sulle montagne del cuneese. Anzi, l’ho osservata. Perché Giulia Cenci, classe 1988, non parlava molto, ma esprimeva immaginazione. Il suo incedere nella neve, infreddolita, il suo osservare la radura e poi quelle betulle – «Gli alberi con gli occhi», come mi dirà in seguito – erano come gesti di un rituale antico, quasi fossero il tramite per assimilare ogni cosa. Per assimilare il paesaggio, sentire la neve, gustare il sole, percepire le foglie che sarebbero arrivate poi, dopo la neve, quando torna la primavera, insieme a tutti gli animali, a cominciare dagli insetti fino al lupo, che forse era già lì, anche lui in ascolto. 

Era bello stare a guardarla in questo suo partecipare per poi restituire in forma d’arte. I suoi lavori in alluminio sono stati raccontati ormai in mezzo mondo, compresa la biennale di Venezia (edizione 2022) che presentava una sua installazione lunga 150 metri in cui fare esperienza di quello che siamo: naturale e artificiale insieme, animale e umano, costringendo il pubblico in una performance artistica del guardare. 

E ora inaugura una sua opera per il progetto di arte pubblica Radis, messo a punto da Fondazione per l’arte moderna e contemporanea CRT con la collaborazione della Fondazione CRC, nel comune di Rittana, in Valle Stura. L’obiettivo di Radis (radice in piemontese) è duplice, vuole arricchire il territorio di opere d’arte pubblica a disposizione delle comunità e far dialogare tale patrimonio con la collezione della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT attraverso iniziative educative, public program e mostre collettive. 

Radis inizia a Rittana, piccolo comune montano del cuneese, con una mostra aperta a metà luglio di opere provenienti dalla collezione a rappresentare un dialogo e un avvicinamento al lavoro di Giulia Cenci che ha svelato la sua opera site specific all’inizio di ottobre al Chiot Rosa, una radura costellata di alberi di betulla tra il Comune di Rittana e la Borgata Paraloup. 

Lo ha scelto lei, Giulia Cenci, proprio in quel sopralluogo dove ha individuato gli alberi con gli occhi, perché ricco di storia: ha ospitato il primo quartier generale dei partigiani di Giustizia e Libertà. Più di duecento giovani passarono lì, tra cui anche Duccio Galimberti, Giorgio Bocca e Nuto Revelli. Per Rittana, un luogo della memoria, uno spazio della comunità. Come la borgata Paralup, un pascolo estivo che ora accoglie la fondazione Reveli sulla memoria del luogo. 

Volti umani, come maschere, diventano androidi su corpi di alluminio (credits: Andrea Guermani)

«Si racconta la difficoltà della vita contadina, senza idealizzarla», spiega Cenci, «Si parla della difficoltà di arrivare alla vita, di concepire e partorire i figli lungo la mulattiera o vicino ai campi; si racconta dei figli dati in affitto come gli animali: al mercato si poteva affittare un mulo, un bue da traino o un bambino di cinque o sei anni per lavori a giornata. Si racconta la distanza enorme tra me e chi ha vissuto una realtà così, fatta di una convivialità con gli animali, che fornivano tutto quello che serviva alla famiglia e vivevano interamente la loro vita (la carne non si mangiava quasi mai). 

Poi c’è la storia partigiana: lì c’era la sede di un vero e proprio centro di formazione. E tutto questo viene rinarrato nelle feste al Chiot Rosa, il luogo del ricordo». Di chi vive ancora in paese (pochi) e di chi ci torna (molti) in un territorio che ha subito uno spopolamento importante e che forse è intriso di nostalgia. Per questo lei ha scelto di non fare un monumento: «I monumenti ossificano la memoria, creano una distanza rappresentando il passato. Che invece è molto vivo, come la storia dei posti che va portata nel contemporaneo. Per questo penso che fare un monumento qui, al Chiot Rosa, sia sbagliato. 

Io vorrei aprire qualcosa di nuovo, come un fiore inatteso che spunta dal terreno», dichiara Cenci, che poi spiega: «Ho pensato a un’opera sparsa nel bosco, un innesto nel paesaggio, disseminata. E la metafora del fiore torna perché per crescere ha bisogno di tutto quello che ha intorno. L’ho pensato subito, quel giorno del sopralluogo… in cinque minuti ho deciso come lavorare». Mica facile, per un’artista che lavora in fonderia, che assembla materiali diversi, che fa tutto nel suo studio nella campagna toscana di Cortona, dall’origine del materiale (spesso rottami di auto) fino alle casse per trasportare l’opera e alle prove di allestimento. 

Credits: Andrea Guermani

Questa volta Fondazione CRT le ha proposto una collaborazione con la fonderia artistica De Carli di Torino e parte del suo lavoro si è svolta lì, per realizzare un’opera permeabile, «un lavoro che si integra, che diventa parte della radura e del bosco di betulle, una fioritura che cerca di raccogliere le peculiarità del luogo, proprio come le foreste secondarie che hanno creato dinamiche nuove di flora e fauna. O come la storia, il dna di questo luogo». Anticipata dall’esposizione Opera al nero, curata da Marta Papini e Leonardo Pietropalo con la consulenza di Giulia Cenci, parla del rapporto tra l’uomo e la natura. «Non è una mostra allegra, ma rispecchia il mio lavoro, che ha una visione critica sul mondo presente e un’immagine del futuro che spero non si avveri». 

L’ambiente è al centro del suo lavoro – «ho idea di quanto sia difficile ora fare un passo indietro, quello necessario a non considerarci più i padroni dell’universo, ma vicini di casa, inquilini, esseri viventi, anche umani» –, in un senso della nostalgia che ha a che fare con l’universo – «penso alla nostalgia in questi termini: e se fossi stata un animale e non umano?» –, ma anche relativa al trascorrere del tempo – «come artista ed essere umano ho rimpianti legati alla mia storia: faccio parte di una comunità antica e giovanissima. E il mio lavoro credo ne parli». 

Cenci G., secondary forest, 2024, indoor studio view, 2024, Ph. Martina Pizzoferrato

E in effetti tutto questo confluisce nel suo fare artistico che prova a rispondere alle questioni legate al suo stare sulla Terra «facendo, costruendo qualcosa: sono produttrice». Il suo creare genera opere dal gusto post atomico che non hanno nulla di quella filosofia: «Non sono post: sono contestualizzate nel conflitto del presente. Si vive con il filtro della bellezza, quello di Instagram, che ci permette di trascorrere la nostra esistenza, senza vedere le ingiustizie. Vivo a Cortona, in campagna, ma la campagna toscana è un affare multinazionale che sfrutta gli animali, le persone, il territorio. Allora ha senso parlare di artificiale e naturale? Penso sia una contrapposizione sbagliata, come se l’uomo fosse estraneo alla natura. Ma una tana è naturale quanto una casa, il sistema vitale delle piante è simile a quello dell’uomo e io mi sento un essere naturale». Eccola lì, di nuovo, che cammina nella neve, si ferma a guardare, a respirare, come a diventare parte della natura di Rittana. 

«Al Chiot Rosa», mi dice, «ci sono le betulle, alberi argentei come le parti delle mie sculture in alluminio. C’è una simbiosi tra naturale e artificiale», spiega. E quella simbiosi andrà esperita, vissuta con una passeggiata filosofica sotto gli occhi delle betulle. «Per me l’opera è qualcosa con cui il pubblico può interagire e per mostrarla creo una coreografia dello spettatore e dell’opera. Calcolo il passaggio del visitatore e lo provo in studio, prevedendo i movimenti che lo spettatore farà per interagire con il mio lavoro. E a Rittana ci saranno elementi abitabili, in cui entrare: sono tane, rifugi umani, ripari, ma anche luoghi del conflitto e del dolore». Beh, la parola Paralup, nome della borgata vicino al Chiot Rosa, in dialetto occitano significa riparo dai lupi.