Il male russoGli oppositori di Putin dovrebbero iniziare a fare i conti con l’eredità imperiale della Russia

Quei pochi che si oppongono al Cremlino non riconoscono le radici di violenza e di dominio su cui si basa la storia del loro paese, esonerano i connazionali dalla responsabilità per i crimini commessi e alimentano una cultura che giustifica l’invasione dell’Ucraina

AP/Lapresse

«Che senso ha un mondo senza la Russia?», chiese un noto politico, ora ricercato per crimini di guerra, nel 2018. Un personaggio russo meno importante ha ripreso questo concetto nel 2024, anche se in modo meno minaccioso, dicendo: «La disgregazione della Russia sarebbe una catastrofe, non solo per il nostro Paese e il nostro popolo, sarebbe una tragedia per il mondo».

La prima citazione appartiene al presidente russo Vladimir Putin, mentre la seconda a uno dei suoi più grandi critici, il dissidente Illya Yashin. Nonostante le loro numerose divergenze, entrambi sembrano ignari delle origini dell’aggressione di Mosca: un impero, costruito sulla violenza e l’inganno, che si maschera da nazione. Nessuno dei due è disposto a confrontarsi con questa menzogna fondamentale che sostiene la politica, la cultura e l’autocoscienza del loro Paese.

Il colonialismo russo, radicato nei secoli di conquiste, continua in questo secolo con le guerre contro la repubblica cecena di Ichkeria, la Georgia e l’Ucraina, non grazie a un singolo leader o a un singolo regime, ma a una mentalità profondamente radicata nella psiche collettiva. Mosca reinterpreta l’aggressione come difesa, proteggendo così la società russa dal confrontarsi con il ruolo di un paese che vuole mantenere l’impero e la sua violenza.

Yashin ha attribuito le sue paure sul crollo della Russia alla questione delle «armi nucleari non controllate», un timore ben noto ai politici americani. Questo ricorda il famoso “discorso Chicken Kyjiv”, in cui nel 1991 il presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush invitava gli ucraini a rimanere nell’Unione Sovietica. Mentre gli Stati Uniti erano preoccupati di che cosa potesse andare storto se l’Urss fosse crollata, gli ucraini consideravano quel discorso un tradimento. Washington ha davvero ignorato la brutale storia imperiale della Russia? L’Holodomor, una carestia orchestrata da Mosca per uccidere milioni di ucraini e schiacciare il loro movimento nazionale, non era forse una prova sufficiente di questa realtà?

La nuova icona dell’opposizione russa, Yulia Navalnaya, che ha raccolto il testimone del defunto marito, ha portato argomentazioni notevolmente diverse: «Alcuni sostengono l’urgenza della “decolonizzazione” della Russia, proponendo di dividere il nostro vasto paese in stati più piccoli e sicuri. Tuttavia, questi “decolonizzatori” non sanno spiegare perché persone con radici e cultura comuni dovrebbero essere separate artificialmente».

Per capire quanto sia assurda e offensiva questa affermazione, basta ricordare la giustificazione di Putin per la guerra criminale che Mosca sta conducendo in Ucraina. La retorica dei «popoli fratelli» è stata usata dai tiranni russi per secoli. Come hanno fatto le persone del Tatarstan, del Daghestan o della Repubblica di Sakha a «condividere background» con i moscoviti? Il vero motivo è che sono stati tutti colonizzati. Diversamente da altri imperi, quello di Mosca non si basava sull’esclusione razziale. «Invece, era fondato sull’idea, non meno violenta, della “identicità”, il che significava che i colonizzati erano costretti a rinunciare alla loro identità e ad adottare le norme dei colonizzatori», ha spiegato il filosofo ucraino Volodymyr Yermolenko.

Un altro membro di spicco dell’opposizione russa, Vladimir Kara-Murza, ha rilasciato un’intervista al Guardian e ha scelto di evidenziare una citazione in un suo recente tweet: «Non sono solo i russi a doversi assumere la responsabilità collettiva, ma anche i leader occidentali che “per tutti questi anni hanno comprato gas da Putin, lo hanno invitato ai summit internazionali, e gli hanno steso tappeti rossi”». Indubbiamente, Kara-Murza è una persona coraggiosa, e sono convinto che le sue intenzioni siano genuine. Tuttavia, anche i pensatori più illuminati dell’autoproclamata opposizione russa non riescono a evitare di cercare qualcun altro a cui dare la colpa per i crimini di guerra commessi dai russi in Ucraina, esonerando così i cittadini dalla responsabilità, o almeno disperdendola.

Rappresentando i russi come vittime passive del regime di Putin, i leader dell’opposizione paradossalmente convalidano il putinismo, l’ultima reincarnazione di un sistema coloniale moscovita di sottomissione mascherato da nazionalismo. Invece di assumersi una responsabilità collettiva, continuano a separare la popolazione russa dalle azioni del loro Stato, rafforzando di fatto una cultura di negazione e complicità, invece di sfidarla.

L’appello di Kara-Murza ai leader occidentali si riassume così: non punite il popolo. Certo, chi potrebbe opporsi a una frase del genere? Ma il significato profondo e simbolico di questa affermazione è più rilevante. Se solo Putin e la sua cerchia ristretta devono rispondere di tutti i torti, mentre i centoquaranta milioni di russi vengono esonerati dalla responsabilità, come potranno questi imparare che l’apatia alimenta l’ingiustizia? E quando affronteranno la storia sanguinaria della Russia? E quando faranno ammenda?

Molti in occidente vorrebbero credere che il popolo russo sia solo una vittima della propaganda statale, ma la realtà è più complessa. Jade McGlynn, nel suo libro “Russia’s War”, sostiene che «la guerra della Russia contro l’Ucraina è popolare tra molti russi, e accettabile per un numero ancora maggiore di persone». Questa complicità non può essere spiegata solo con la paura del regime. «Putin non plasma le opinioni dei russi sulla politica estera o sull’Ucraina tanto quanto vorrebbe», ha spiegato la scrittrice.

McGlynn sottolinea che molti russi accettano la narrazione di Mosca perché l’alternativa – ammettere di essere complici in una guerra genocida – sarebbe troppo dolorosa. Questa illusione di massa, unita alla disumanizzazione degli ucraini, alimenta un ciclo vizioso che permette il sostegno diffuso o l’indifferenza verso le atrocità.

Ho incontrato due prospettive distinte sull’opposizione russa. La prima sostiene che chiunque si opponga a Putin è dalla parte giusta della storia e merita sostegno. La seconda sostiene che figure come Yashin, Navalnaya e Kara-Murza spesso portano più danni che benefici, chiedendo la revoca delle sanzioni, promettendo democrazia in Russia (che, a mio avviso, è impossibile senza la decolonizzazione), e condannando Putin senza affrontare le radici più profonde dell’aggressione russa: privare le persone della loro autonomia, perpetuare una narrazione di risentimento e mantenere la grande menzogna della nazione russa. Non mi trovo in disaccordo con nessuna delle due opinioni, ed entrambe possono essere vere contemporaneamente.

Senza dubbio ci sono individui in Russia o in esilio che resistono coraggiosamente al regime di Putin, ma il termine «opposizione russa» merita un’analisi approfondita. «Russia» è sinonimo di imperialismo e sottomissione, mentre «opposizione» rappresenta la democrazia, la libertà e la responsabilità, concetti che sono fondamentalmente incompatibili. Finché la Russia si aggrapperà al suo ethos imperiale, la critica a Putin affronterà solo le conseguenze, non la causa primaria della violenza sfrenata.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Kyiv Independent.

X