
La Tunisia si avvicina alle elezioni presidenziali tra tensioni e repressione, con l’ombra di un aumento dell’autoritarismo sotto la guida di Kaïs Saïed. Il voto del 6 ottobre si svolgerà in un Paese segnato dal controverso boicottaggio dei candidati avversari del presidente uscente, dalle minacce alla libertà di espressione e dalla crisi economica che da tempo attanaglia il Paese.
Inizialmente, i candidati dell’opposizione erano diciassette, ma il loro numero è sceso gradualmente, fino ad arrivare a tre, di cui uno, il liberale Ayachi Zammel, si trova in carcere. Le previsioni quindi lasciano ben poche speranze: a vincere, molto probabilmente, sarà Saïed, che già corre verso il suo secondo mandato.
Dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, la Tunisia aveva attraversato un periodo caotico, ma caratterizzato anche da sperimentazione democratica e apertura. Con l’ascesa al potere di Saïed nel 2019, il Paese ha intrapreso una decisa svolta autoritaria. Il presidente tunisino aveva ottenuto allora circa il settantatré per cento dei voti, e da quel momento ha progressivamente rafforzato il suo controllo sullo Stato. Dopo aver sospeso il parlamento nel luglio 2021 e aver sciolto la maggior parte delle garanzie democratiche previste dalla Costituzione del 2014, Saïed ha consolidato sempre di più la sua autorità, con quello che da molti viene definito come un vero e proprio «colpo di mano». Secondo Human Rights Watch, «Nel settembre 2021, Saïed ha sospeso la maggior parte della costituzione del 2014 e si è concesso un potere quasi illimitato di governare per decreto. Ha usato questa autorità per consolidare il potere nel 2022 introducendo una serie di riforme regressive e minando l’indipendenza della magistratura. Dopo aver sospeso il parlamento nel luglio 2021, Saïed lo ha sciolto completamente nel marzo 2022 dopo che i parlamentari hanno cercato di incontrarsi online per protestare contro le sue misure eccezionali».
La presa di potere da parte del leader tunisino ha in parte raffreddato i rapporti con l’Unione europea. «In seguito alla Primavera Araba, c’era stato un forte sostegno da parte dell’Unione Europea verso la Tunisia. Ma dopo il “colpo di Stato” di Saïed, Tunisia e Ue si erano leggermente allontanate, anche se non c’è stata nessuna rottura», spiega Caterina Roggero, Senior Associate Research Fellow presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. L’Italia, in questo senso, con la presidenza del Consiglio di Giorgia Meloni, ha fatto da ponte e ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare nuovamente questo legame. «Quando la Tunisia ha visto crollare le sue finanze, arrivando quasi al collasso, ha dovuto negoziare l’accordo con il Fondo monetario internazionale, ottenendo 1,9 miliardi di dollari, soldi che però sono ancora bloccati. Giorgia Meloni si è prodigata nel coltivare un rapporto con Saïed, fino ad arrivare alla firma della partnership strategica nel 2023 con l’Europa, che è stata raggiunta grazie al ruolo da ponte assunto dall’Italia». Se venisse riconfermato il mandato di Saïed, quindi, il Paese arabo non riceverebbe delle ripercussioni a livello internazionale. E anzi, il leader tunisino sta allargando i suoi orizzonti, in modo da trovare l’appoggio anche da altri Paesi cruciali per quanto riguarda gli equilibri internazionali, come ad esempio la Cina e l’Iran.
Lo spazio delle opposizioni
In Tunisia lo spazio per il dissenso negli ultimi anni si è ridotto fino quasi a scomparire. Il governo ha colpito duramente i media, gli attivisti e le associazioni impegnate nella difesa dei diritti delle persone. E alla chiusura della campagna, l’Alta autorità indipendente per le elezioni (Isie) ha convalidato solo tre candidati su diciassette: Saïed e due ex membri del parlamento, Zouhair Maghzaoui, ex deputato tunisino associato alla sinistra pan-arabista, e Ayachi Zammel, politico liberale, sostenuto da una coalizione di figure di sinistra e opposizione. Le altre quattordici candidature sono state respinte per «mancanza di firme di approvazione, garanzie finanziarie o per non aver soddisfatto i criteri di nazionalità». Dei due sfidanti ammessi, Zammel è stato arrestato il primo settembre con l’accusa di aver pagato per ottenere consensi per la candidatura. Il cinque settembre, il tribunale ne ha ordinato la scarcerazione, ma il politico è stato arrestato di nuovo il giorno stesso. Attualmente è detenuto con cinque mandati di custodia cautelare a Jendouba. In più, tra il 12 e il 13 settembre sono stati arrestati quasi cento membri di Ennahda, gruppo dell’opposizione di radici islamiste e sciolto da Saïed.
«Lo spazio è limitato a candidati conformi o in linea con la politica principale del paese. Non c’è diversità, né pluralismo. E le risorse statali vengono utilizzate a favore di uno solo dei candidati, ovvero l’attuale presidente. Queste elezioni non sono democratiche, non sono a favore di una competizione politica libera e trasparente», commenta un membro di I Watch Organization, una ong tunisina fondata nel 2011 che si occupa della lotta contro la corruzione della promozione della trasparenza e politica in Tunisia.
Inoltre, secondo Human Rights Watch, la commissione elettorale sarebbe completamente nelle mani del presidente, che la controllerebbe grazie a una riforma approvata due anni fa. I sette membri dell’Isie, infatti, sono nominati direttamente da Saïed. Non esisterebbero quindi le condizioni per parlare di uno scrutinio libero ed equo, né di un’autentica espressione della volontà popolare. «I tunisini», spiega Human Rights Watch, Gstanno per votare per la presidenza in un contesto di maggiore repressione del dissenso, imbavagliamento dei media e continui attacchi all’indipendenza giudiziaria. Dall’inizio del periodo elettorale, il 14 luglio, le autorità hanno perseguito, condannato o detenuto almeno nove potenziali candidati».
Giovani, politica e rivolte
«Per molti tunisini, il presidente sta facendo piazza pulita di tutti i “corrotti” del Paese. Questa è una retorica portata avanti da Saïed stesso, ed è molto diffusa – spiega Roggero –. In questo senso, il presidente viene visto come “un uomo onesto e slegato dai partiti”, come colui che deve salvare la Rivoluzione, tradita dai politici corrotti, che hanno portato la Tunisia alla condizione economica disastrosa in cui si trova oggi, con un tasso di inflazione alle stelle». Ed è in questa parte della popolazione che Saïed continua a trovare appoggio. Ma allo stesso tempo, c’è un’altra faccia della medaglia che va considerata, che è quella che in queste settimane sta protestando contro l’autoritarismo del presidente. Ma per i giovani la situazione è molto diversa. «I giovani non hanno un grande ruolo nella scena politica, e anche coloro che sono attivi nei partiti vengono presi di mira o accusati di portare avanti gli interessi di altri Paesi», spiega un membro di I Watch. «Molti di loro erano bambini durante la Rivoluzione dei Gelsomini, quindi conoscono solo un sistema in cui è normale parlare e votare liberamente, esprimere la propria opinione ed essere attivi nelle ong e nei movimenti politici. Stiamo cercando di mobilitare i giovani come quando difendevamo ciò che è stato ottenuto con la Rivoluzione».
E infatti, nelle settimane precedenti alle elezioni sono state migliaia le persone che sono scese in piazza per contestare Saïed. La piazza principale della capitale, Avenue Habib Bourguiba, è stata teatro di una delle manifestazioni più sentite e partecipate dal popolo tunisino. Le accuse, da parte dei cittadini, sono chiare: Saïed è visto come un dittatore che manipola le elezioni presidenziali. Una delle proteste più partecipate si è tenuta lo scorso 23 settembre sull’Avenue Habib Bourguiba, simbolo della resistenza popolare. La manifestazione è stata organizzata dalla Rete tunisina per i diritti e le libertà, una coalizione progressista nata il 4 settembre e composta da 11 organizzazioni della società civile e 9 partiti politici. Ma la mobilitazione è stata preceduta da una serie di arresti che ha coinvolto più di 80 attivisti del partito Ennahda. Secondo la portavoce del partito, in una dichiarazione rilasciata a Tunmedia, tutti gli arrestati hanno più di sessanta anni.
«La situazione è molto critica – racconta Sara, una ragazza che ha partecipato alle proteste –. Il capo del Partito dei lavoratori è in carcere da quasi un anno ormai e gli hanno impedito di partecipare alle elezioni. Ma non gli forniscono neanche determinate cure mediche e non può incontrare le sue due figlie. E i due candidati ammessi alle elezioni, oltre a Saïed, sono delle comparse. Molti vogliono boicottare le elezioni. Io andrò a votare perché il candidato per cui vorrei esprimere la mia preferenza è in prigione. Questo è un crimine contro il mio popolo».
Votare dall’Italia
Hassen Ben Dhaou ha ventisette anni e abita in Italia da nove anni. Andrà a votare a Napoli, insieme alla sua famiglia. «Andrò un paio di giorni prima perché devo prendere la tessera elettorale perché è la prima volta che voto in Italia – spiega –. A me Saïed piace: è un presidente giusto e onesto. In poco tempo ha rimesso in piedi la Tunisia. E per la prima volta c’è un sistema meritocratico, che premia chi è capace».
In Italia sono settantadue centri di voto, per un totale di ottanta urne. «Abbiamo portato i seggi nelle città in cui ci sono comunità tunisine, seguendo la presenza di rappresentanti diplomatici tunisini in Italia e la presenza dei consolati tunisini, che sono sei. Quest’anno ci sono diciannove seggi a Milano, nove a Genova, undici a Bologna e a Roma, nove in Sicilia e tredici a Napoli». E, per chi vota dall’estero, la finestra temporale per esprimere la propria preferenza è più ampia: va dal 4 al 6 ottobre. «Quest’anno c’è il diritto di voto libero: tutti i tunisini che risiedono all’estero possono votare, a patto che siano registrati nel nostro database», spiega spiega Ramzi Harrabi, presidente dell’Alta istanza regionale indipendente per le elezioni (Irie) della Tunisia.
Quest’anno è importante che si rechino alle urne più cittadini possibili: «In tutto sono quasi dieci milioni i cittadini tunisini registrati come elettori. Seicentomila sono all’estero. Spero che in questi giorni l’affluenza sia alta, ma credo proprio di sì: le persone chiamano in maniera autonoma, spinte dalla voglia di poter esercitare questo diritto. Nella costituzione tunisina, il voto è un diritto, ma anche un dovere. E noi speriamo che questo messaggio venga compreso», prosegue Harrabi. «Lo Stato mette a disposizione parecchi fondi, in modo da portare le urne ovunque ci siano dei cittadini tunisini. E il sistema elettorale tunisino è uno degli ultimi collaudati, quindi è molto sicuro. Il nostro ente permette di votare sia in maniera elettronica, sia cartacea, presso i nostri sportelli. Ci si può recare nel centro più vicino, anche se non ha cambiato la sua preferenza in merito alla località. Questo è un provvedimento che abbiamo preso per dare a tutti la possibilità di votare, visto che in passato c’erano state delle problematiche. Una volta che un cittadino ha votato, a livello virtuale blocchiamo il suo profilo, in modo che non possa esprimere più preferenze».