Sulla loro pelleLa piazza degli ostaggi di Tel Aviv è diventata un simbolo di unità e speranza

In “Israele” (Minerva editore), Adam Smulevich esplora la complessità di una nazione in guerra, dove i terroristi hanno colpito non solo la popolazione, ma anche i valori dell’occidente, usando i civili come scudi umani

Bei tempi quando si «combatterà» soltanto per lo hummus. Se li augurano al più presto anche le decine di migliaia di persone che ogni sabato sera testimoniano passione e sconforto, disperazione e speranza nella piazza di fronte al Museo d’Arte di Tel Aviv. È la «piazza degli ostaggi», come è stata rinominata dopo il 7 ottobre e dove tutto porta a lì: una tavola apparecchiata con le sedie vuote in attesa di essere occupate; striscioni, cartelli, installazioni artistiche. Una clessidra digitale conta i giorni e le ore da quando i ragazzi del festival Nova, gli abitanti dei kibbutz e dei moshav di fronte a Gaza, sono stati rapiti dai loro aguzzini. Per la serie «la vita non è un film» sul palco stasera c’è un volto noto di Fauda: l’attore e cantante Tzachi Halevy, interprete del personaggio di Naor.

Il suo è un incoraggiamento alla coesione, ma anche un grido di dolore: con i nervi sempre più tesi, con la clessidra che scorre implacabile, Israele non può permettersi di perdere il senso di unità che gli ha concesso di superare in passato innumerevoli sfide. Si rivolge a tutti Halevy: ebrei e arabi, laici e religiosi, sefarditi e ashkenaziti. Il Paese nella sua pluralità è chiamato a fare fronte comune, perché ogni differenza è parte di un tutto. Parla con cognizione di causa: sua moglie, la giornalista Lucy Aharish, è stata la prima presentatrice musulmana a condurre il notiziario del secondo canale della tv di Stato. 

Nata a Nazareth, cresciuta a Dimona, quando aveva sei anni un terrorista lanciò delle molotov contro l’automobile su cui viaggiava nella Striscia di Gaza. Ne fu ferita ma senza conseguenze tragiche. Andò peggio al cuginetto di tre anni con ustioni su tutto il corpo e costretto a un lungo ricovero. Nell’ordine Aharish si è definita «israeliana, donna, araba e musulmana».
Halevy ricorda che l’israelianità è questo: un puzzle multicolore, un incontro di identità.

È un sabato sera di attesa, perché proprio nelle ore in cui migliaia di persone sono riunite nella «piazza degli ostaggi» è in corso l’ennesimo, sfiancante turno di un round negoziale per il cessate il fuoco e la liberazione dei prigionieri. Anche questo, si saprà poi, destinato a un nulla di fatto.

Ancora ignara di quell’esito, ma forse con un presentimento, una ragazza riccioluta è in lacrime. È Yarden Gonen, sorella di Romi, una delle ragazze del Nova. Domani sarà il suo ventiquattresimo compleanno e i familiari hanno deciso di festeggiarlo comunque, chiamando a raccolta la città al Centro Peres per la Pace. Una sola condizione per partecipare all’evento e tagliare la torta in questa festa che non è una festa: vestire abiti leopardati, come quello indossato da Romi al festival.

La madre di Matan Zangauker, un altro prigioniero di Hamas, ricorda che occorre far presto. Il tempo passa e ogni momento potrebbe essere l’ultimo buono «per portarli indietro».

«Adesso, adesso» scandiscono i presenti, invocando un accordo risolutivo.

La folla, stringendosi gli uni con gli altri, amici e sconosciuti, intona poi coralmente l’HaTikvah. È l’inno dello Stato d’Israele, una delle più belle canzoni di speranza, sulle note riadattate della Vltava di Smetana. Tikvah significa proprio quello, «speranza». Perché, canta Tel Aviv all’unisono, «non è ancora persa la nostra speranza, la speranza due volte millenaria, di essere un popolo libero nella nostra terra». Oggi uno slogan su tutti declina quell’aspirazione così: «Bring them home now!».

Tra le braccia che si alzano alcune svelano dei tatuaggi, visione non inconsueta a Tel Aviv anche se meno frequente nel resto del Paese dove l’incisione su pelle è ancora in parte un tabù, vuoi perché l’ebraismo la vieta senza appello sin dai tempi biblici, vuoi per lo shock dei tatuaggi inflitti sulla carne dei deportati nei campi di sterminio trasformati da uomini in numeri. Sono però tatuaggi diversi da quelli sfoggiati in eventi come la Israel Tattoo Convention, quando migliaia di appassionati si incontrano come in qualunque altra fiera del settore di qualunque altra città al mondo. Il ragazzo accanto a me ha un piccolo cespuglio disegnato sul polso, il cespuglio dietro il quale un suo amico è riuscito a nascondersi dai terroristi che imperversavano nell’area del Nova. L’associazione Healing Ink lavora da anni con persone come lui, ricoprendo con tatuaggi le ferite di scampati ad attacchi terroristici e violenze. Il tatuaggio, nella loro visione, diventa la cura.


Tratto da “Israele” (Minerva) di Adam Smulevich, pp. 168, 15,00€

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