Una che ce l’ha fatta davvero e che, a novantasei anni, non si è ancora fermata nell’impegno di migliorare la vita degli altri, è Opal Lee, «la nonna di Juneteenth». La incontriamo nella sua casa insieme alla nipote Dione Sims, nel quartiere storicamente nero United Riverside di Fort Worth, Texas.
Abbiamo chiesto di incontrare Miss Opal perché è stata la sua forza e determinazione a ottenere che Juneteenth diventasse, nel 2021, una festa nazionale. È la celebrazione della vera fine della schiavitù negli Stati Uniti, avvenuta il 19 giugno 1865 quando i soldati dell’Unione raggiunsero la cittadina più a sud negli ex stati ribelli, Galveston, Texas, e misero in pratica il Proclama di emancipazione di Abramo Lincoln, che aveva decretato la liberazione degli schiavi già dal 1° gennaio 1863.
Fino a due anni fa, Juneteenth era celebrata perlopiù solo nelle comunità afroamericane. Ma Miss Opal è sempre stata convinta dell’importanza di rendere tutto il Paese consapevole del significato di quella data. E dopo tanti anni di tentativi non riusciti, a ottantanove anni si è lanciata in una impresa straordinaria.
«Ci erano voluti due anni e mezzo perché il decreto di Lincoln fosse rispettato: allora ho deciso di camminare ogni giorno per due miglia e mezzo (quattro chilometri) da casa mia fino alla capitale, Washington D.C., per chiedere al Parlamento e al presidente di dichiarare Juneteenth festa nazionale» ci racconta Miss Opal. Ma non c’è traccia di rabbia o aggressività nella sua voce. C’è invece molta energia e passione e amore in questa piccola donna (un metro e mezzo di altezza), curatissima nell’aspetto: pantaloni neri, maglia bianca e giacca di pizzo con colori pastello, lunghe unghie smaltate di rosa, una cascata di riccioli grigi sulla fronte.
Ci ha accolti abbracciandoci e salutandoci come young people (giovanotti). Sorride e ride spesso mentre ci racconta la sua vita (la sua bisnonna paterna era nata schiava) e la sua lunga marcia: 2317 chilometri! «Sono partita nel settembre 2016 e arrivata a Washington il 7 gennaio 2017» racconta. «Ovviamente non l’ho fatta tutta a piedi: molta gente mi ha aiutato dandomi passaggi in auto o mettendomi su un bus o su un aereo. Purtroppo il presidente Barack Obama non era nella capitale quando sono arrivata». Le chiediamo perché, secondo lei, nei suoi otto anni alla Casa Bianca Obama non ha dichiarato lui Juneteenth festa nazionale. «Non lo so, volevo chiederglielo ma non ho avuto l’occasione» risponde. È stato invece il presidente Joe Biden a farlo, nel 2021, dopo che la campagna di Miss Opal ha raggiunto un milione e seicentomila firme a favore.
Per lei il 19 giugno ha anche uno speciale significato personale. «I miei genitori erano grandi lavoratori ed erano riusciti a comprare una casa qui a Fort Worth in un bel quartiere» ricorda Miss Opal. «Il 19 giugno 1939, quattro giorni dopo che ci eravamo trasferiti lì, una folla arrabbiata di vicini si è presentata davanti a casa nostra. La polizia dice che non può controllare quella gente. Mio padre imbraccia il fucile ma gli dicono che se lo usa permetteranno alla folla di assalirci. È finita che li hanno comunque lasciati scatenare: abbiamo dovuto scappare e hanno rubato tutto e poi bruciato la casa. Io avevo dodici anni. Lo spavento è stato enorme». La nipote Dione precisa: «Era un quartiere bianco e ai vicini non piaceva l’arrivo di una famiglia nera».
Ma la famiglia di Opal era tosta. Ha comprato un’altra casa a cinque isolati di distanza e ci ha allevato i tre figli. «Io mi sono sposata a sedici anni, contro il parere di mia madre» continua Miss Opal. «Dopo quattro anni e quattro figli ho capito che dovevo mantenere anche mio marito. Allora ho tagliato le mie perdite, ho lasciato il marito, sono tornata da mia madre, ho ripreso a studiare al college mentre mia madre curava i miei figli, mi sono laureata e ho iniziato a insegnare, facendo anche un altro lavoro serale per mantenere la famiglia».
Poi Miss Opal ci spiega la sua filosofia: «Dico ai giovani che ognuno può darsi da fare per cambiare la vita di un altro uomo. Che bisogna insegnare l’amore non l’odio. Niente pistole, sì cervelli acuti. Tocca a noi rendere grande questo Paese. Ci sono diseguaglianze ma insieme possiamo risolvere i nostri problemi. Le nostre differenze non devono dividerci. Siamo liberi solo se tutti siamo liberi. Possiamo raggiungere davvero tanti obbiettivi insieme e questo è importante da capire soprattutto ora che la nazione è tanto divisa».
Le chiediamo se si ispira a Martin Luther King. «No, la mia ispirazione sono i miei nonni, che coltivavano la loro terra in Louisiana, da soli perché nessuno voleva lavorare per loro, e sono riusciti a tirar su quattro figli» risponde con orgoglio, mentre ci mostra l’albero genealogico della famiglia e le stanze della casa, piena di premi e riconoscimenti e destinata a diventare un museo. «Non mi porto certo dietro tutta questa roba!» dice ridendo. Su un muro è appeso un cartello con le «Regole della famiglia Lee»: «Sognare in grande. Amare la tua famiglia. Ridere insieme. Divertirsi. Condividere. Ascoltarsi l’un l’altro. Dire per favore e grazie. Provare nuove cose. Aiutarsi l’un l’altro. Dire sempre la verità. Essere gentili. Perdonare e dimenticare. Fare del proprio meglio. Dare un sacco di abbracci e baci. Rispettarsi l’un l’altro».
«C’è sempre lavoro da fare! Non c’è solo Juneteenth» esclama Miss Opal dopo un’ora di intervista e, infaticabile, ci trascina per un’altra ora a visitare le sue altre iniziative: una food bank e un grande orto «per finire l’insicurezza alimentare e per la giustizia per tutti i quartieri di Fort Worth».
Che dire? Siamo travolti dell’entusiasmo di Miss Opal e di Dione, che ci hanno dato una micidiale iniezione di ottimismo per il futuro dell’America.
Tratto da “Qui non è Nuova York” (Neri Pozza) di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, pp. 272, 20€
