Mare NostrumBisogna ripensare le politiche migratorie in Europa con un approccio umanitario

Negli ultimi anni l’Italia ha implementato respingimenti e collaborazioni con la Libia, portando a gravi abusi sui migranti. E in Europa prevale un approccio securitario, che viene alimentato dai movimenti populisti e da quelli di estrema destra. In questo contesto è urgente promuovere modelli che favoriscano lo sviluppo socioeconomico e garantiscano diritti e dignità ai migranti

Unsplash

Fin dalla nascita del governo Conte uno a giugno 2018, quando al Viminale ha governato per quattordici mesi incontrastato Matteo Salvini nel disprezzo di tutte le regole e con la complicità dei ministri pentastellati, abbiamo intensificato sulla nostra newsletter l’azione di contro-informazione sulle politiche migratorie in Italia e in Europa. Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo sottolineato l’approccio umanitario della guardia costiera diretta dall’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante generale delle capitanerie di porto dal febbraio 2018 al luglio 2021, che ha agito costantemente nel rispetto delle convenzioni internazionali e delle regole europee per il salvataggio delle persone nel Mediterraneo in linea di continuità con l’operazione “Mare nostrum”.

A onore del vero, vale la pena di ricordare che la politica di disprezzo di tutte le regole internazionali ed europee fu avviata con gli accordi sottoscritti e attuati dal ministro degli Interni Marco Minniti fra il 12 dicembre 2016 e il primo giugno 2018 con tutte le fazioni al potere in Libia attraverso il progetto “Support to integrated Border and migration management in Libia” (Sibmmil) – sciaguratamente e ciecamente cofinanziato dall’Unione europea – inserito nel quadro del Fondo italiano fiduciario per l’Africa.

«Grazie» a questo progetto, l’Italia ha venduto per anni motovedette alla polizia libica – che agisce nel quadro dell’Amministrazione generale per la sicurezza costiera e della Direzione per la lotta all’immigrazione –, che ha usufruito di corsi di familiarizzazione sulla loro conduzione anche attraverso l’uso di «gavoni metallici idonei alla custodia di armi». L’Italia ha così consentito alla Libia di intercettare per anni in mare – nelle acque libiche ma anche in quelle internazionali – decine di migliaia di migranti e di rifugiati per sottoporli poi ad abusi, sfruttamento, detenzione arbitraria e a torture nei cosiddetti centri di accoglienza, come è stato denunciato più volte dalla “Missione Indipendente sulla Libia” delle Nazioni Unite. 

Il Protocollo sottoscritto nel novembre 2023 fra l’Italia di Giorgia Meloni e l’Albania di Edi Rama – un Paese che auspica un suo ingresso rapido nella famiglia dell’Unione europea – è apparentemente diverso dalla complicità fra il governo italiano e le fazioni libiche, che non si è mai interrotta dal 2016 a oggi, come dimostrato dal recente viaggio a Tripoli di Meloni.

Il Protocollo italo-albanese, così come gli accordi italo-libico, italo-tunisino e italo-egiziano, riflette la stessa logica perversa di gestione delle politiche migratorie, fondata sui respingimenti verso i Paesi di origine dei migranti e richiedenti asilo o verso Paesi ritenuti «sicuri», che l’Italia ha indicato in violazione dei criteri europei. Alla base di tali politiche c’è la convinzione che possano sconfiggere la tratta di esseri umani e gli scafisti, costringendo chi fugge da guerre, conflitti etnici e religiosi, fame, disastri ambientali ed espropriazione delle terre a rimanere «a casa propria».

La politica dei respingimenti sta ormai iniziando a prevalere in tutti i governi europei senza eccezione alcuna, compreso quello britannico, sia a guida conservatrice, sia a guida laburista: i governi sono sospinti dalle pulsioni populiste e dalla crescita dei movimenti di estrema destra ad agire contro la convinzione di una ipotetica invasione di richiedenti asilo. Tale politica è applicata non solo al contrasto dell’immigrazione irregolare ma anche ai flussi migratori regolari e, cioè, ai cosiddetti «migranti economici».

Alla politica di respingimenti si è unita anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ne ha fatto una delle principali priorità della sua strategia e della sua alleanza con la logica securitaria che prevale nel Consiglio europeo. Negli ultimi dodici anni, in effetti, il numero dei rifugiati o dei richiedenti asilo è continuamente cresciuto, raggiungendo il record di centoventi milioni in tutto il mondo a maggio 2024, secondo i dati delle Nazioni Unite. 

Secondo i dati Eurostat, i richiedenti asilo nei Paesi dell’Ue hanno superato invece il milione nel 2023, registrando un aumento del venti per cento rispetto al 2022. In Italia, con l’arrivo del governo Meloni, l’incremento è stato del sessantanove per cento. Le partenze sono cresciute soprattutto da Egitto e Tunisia, con destinazione Germania (31,4 per cento), Spagna (15,3 per cento), Francia (13,8 per cento) e Italia (12,4 per cento), nonostante gli accordi bilaterali con questi Paesi. Tra i richiedenti asilo, il quarantotto per cento proviene da Siria, Afghanistan, Turchia, Venezuela e Colombia, senza contare la protezione temporanea concessa agli ucraini.

È invece molto ridotto il numero di arrivi dall’Africa sub-sahariana dove i movimenti di popolazioni in fuga avvengono principalmente all’interno dei Paesi o nelle nazioni vicine, e che rappresentano per l’Italia una percentuale che non supera il venticinque per cento. Su un milione di richiedenti asilo, l’Unione europea ha concesso nel 2023 lo status di rifugiato, di protezione sussidiaria e umanitaria a quattrocentodieci mila rifugiati in prevalenza dalla Siria (trentadue per cento), dall’Afghanistan (diciotto per cento) e dal Venezuela (dieci per cento) e cioè meno della metà degli arrivi che avvengono attraverso le rotte del Mediterraneo centrale e dei Balcani.

L’aumento dei richiedenti asilo dal 2022 è stato causato dal peggioramento delle condizioni socioeconomiche, dagli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina – che ha determinato l’aumento del prezzo del grano – e dall’incremento dell’inflazione. Dal 7 ottobre 2023, si sono aggiunte le conseguenze dell’attacco terroristico di Hamas contro Israele e dell’escalation militare del governo Netanyahu a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.

Le istituzioni dell’Unione europea continuano a mostrarsi cieche e sorde di fronte al drammatico aumento della povertà estrema nell’Africa subsahariana, cresciuta negli ultimi anni a causa delle pandemie, delle gravi condizioni di vita dell’infanzia, dei disastri ambientali e dell’espansione delle autocrazie. Questa povertà è resa invidibile dalla diminuzione del tasso di povertà globale. Tali cecità e sordità ignorano il ruolo colonialista di Cina e Russia, così come la previsione che, entro il 2050, l’Africa rappresenterà il venticinque per cento della popolazione mondiale, con oltre due miliardi di abitanti e un’età media inferiore ai venticinque anni. Questo rappresenta un potenziale sviluppo positivo per l’Unione europea, a patto che vengano garantiti percorsi formativi per tutti, si combatta l’esclusione scolastica e la povertà educativa, e si investa nelle nuove generazioni e in sistemi di governance democratici ed efficaci.

Tutto ciò rende urgente e necessaria una nuova prospettiva sulle migrazioni, adottando politiche che promuovano circoli virtuosi di sviluppo socioeconomico, vantaggiosi sia per le popolazioni locali, sia per l’intera comunità internazionale. Soltanto in questo modo sarà possibile uscire dalla logica perversa e fallimentare della chiusura delle frontiere e dei modelli di «esternalizzazione» immaginati con modalità diverse dai governi dell’Unione europea e dalla Commissione europea, rovesciando l’approccio del Patto sulle migrazioni sottoscritto dal Consiglio e dal Parlamento europeo il 20 dicembre 2023, prima che esso diventi operativo nel 2026.

Per fare questo, occorre una mobilitazione internazionale dei partner sociali e delle organizzazioni non governative rappresentative della società civile che agiscono nei territori di provenienza dei richiedenti asilo e dei flussi migratori. È necessario partire dalle Nazioni Unite. La questione dei movimenti di popolazioni riguarda tutto il pianeta e non solo l’Unione europea. È necessario avviare un’iniziativa europea robusta che superi la logica dei respingimenti e delle esternalizzazioni, ampliando il modello dei corridoi lavorativi come un passo successivo ai corridoi umanitari. Inoltre, è essenziale che il tema delle politiche migratorie venga integrato nel Patto per il futuro e nella Dichiarazione sulle future generazioni.

X