Per capire quanto è efficace la propaganda russa in Italia bisogna vedere come agisce nello Stato che all’apparenza ne sembra immune: la Polonia. Un paese irriducibilmente antisovietico che da decenni avverte gli alleati europei della pericolosità del regime putiniano e che più di tutti ha aiutato Kyjiv in questi due anni e mezzo di guerra, superando la storica ritrosia verso i migranti e accogliendo oltre un milione di rifugiati ucraini.
Nonostante la Polonia abbia teoricamente tutti gli anticorpi per non credere neanche a una parola del Cremlino, in realtà è il terzo bersaglio più colpito dalla disinformazione putiniana, dopo gli Stati Uniti e l’Ucraina. Mosca sa di non poter convincere i polacchi che i russi sono buoni, ma può far credere loro che gli ucraini sono cattivi. Ed è questa la chiave per capire come funziona davvero la propaganda russa: non ti dice cosa pensare, ti confonde su cosa credere.
Secondo i dati del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (Eeas), il settantanove per cento dei polacchi ha incontrato almeno una volta contenuti manipolati attraverso i social media (cinquantacinque per cento) e televisioni (cinquantatré per cento). Le campagne mirano a manipolare l’opinione pubblica (settantatré per cento) e a causare panico (cinquantasette per cento). Come? In due modi: cavalcando polemiche su notizie di cronaca o inserendosi nelle fratture sociali e storiche di qualsiasi paese con fake news pretestuose troppo strane per essere vere: come Zelensky che acquista una Lamborghini o le donne migranti ucraine che rubano i mariti alle polacche.
L’errore più ingenuo sarebbe pensare che la propaganda russa sia sofisticata, ambigua e diretta ai media mainstream, quando invece è grezza, banale e martellante, perfetta per una nicchia demografica che negli anni ha cambiato il capro espiatorio ma non il metodo: il popolo dei cospirazionisti che i giornali hanno chiamato prima «no 5G», poi «no vax» e ora «filorussi». Complotttisti contro l’ordine costituito, diversi solo in apparenza ma simili a qualsiasi latitudine, in Italia come in Polonia, dagli hard brexiter del Regno Unito ai gilets jaunes francesi e compagnia cospirante.
Il social network più fertile per la propaganda russa è X, vista l’alta presenza di bot in grado di rendere virale qualsiasi fake news e la reputazione di social media da consultare per essere aggiornati sulle informazioni del momento. TikTok è banalmente più efficace tra gli adolescenti, così come YouTube lo è per la generazione dei millennial. Il terreno più vischioso per l’opinione pubblica però non è un social network, bensì le app di messaggistica. Canali Telegram e gruppi Whatsapp sono il regno della disintermediazione in cui la fake news fa più presa perché proviene da persone che conosciamo. E con cui spesso non vogliamo litigare.
Ecco perché un metodo tipico della propaganda russa in Polonia, così come in Italia, è quello di aprire velocemente canali Telegram collegati al tema del momento: che siano elezioni, casi di cronaca, disastri naturali. Proprio i momenti in cui si cerca un capro espiatorio sono quelli in cui pubblicare con più disinvoltura un mix di aggiornamenti, notizie manipolate e panzane a prova di debunking. Inoltro dopo inoltro, retweet dopo retweet, il passaparola propagandistico riesce spesso a superare i confini dei social network per essere ripreso da qualche media e per effetto di altrui pigrzie diventare mainstream. O ancora meglio per il Cremlino: la fake news rimane una notizia alternativa, di cui i media non parlano, sommandosi strato dopo strato, nell’humus di altre convinzioni anti Nato e pro russe. In ogni caso: missione compiuta.
L’ultimo esempio del metodo Telegram riguarda le alluvioni che hanno colpito qualche settimana fa le regioni meridionali della Polonia. La propaganda russa ha diffuso alcune fake news affermando che i fondi per la ricostruzione non sono disponibili perché i rifugiati ucraini avrebbero prosciugato le risorse economiche della Polonia, e che gli ucraini avrebbero saccheggiato le aree colpite dall’alluvione. Due notizie false, non comprovate dai fatti, ma che fanno presa su un paese che sta ospitando quasi un milione di rifugiati ucraini e duecentomila di questi sono entrati nel mercato del lavoro.
La Polonia è storicamente un Paese poco incline ad accogliere migranti, ma di fronte alla crisi ucraina ha risposto con grande umanità, immedesimandosi nelle sofferenze del popolo confinante. Inizialmente gli ucraini sono stati accolti come ospiti, ma con il prolungarsi della loro permanenza, il sentimento nei loro confronti sta cambiando.
Per questo la propaganda russa non perde occasione per alimentare la percezione che gli ucraini ricevano più benefici rispetto ai polacchi. In realtà, la Polonia è uno dei Paesi europei con il più basso tasso di migranti rispetto alla popolazione e offre già numerosi sussidi ai propri cittadini, compresi quelli per la natalità, recentemente aumentati dal governo guidato da Donald Tusk. Tuttavia, Mosca sa come fare leva sul malcontento sociale, sfruttando anche la recente inflazione, che ha toccato il venti per cento, e la crescente (ma non maggioritaria) war fatigue della popolazione. Cambiando gli addendi e la melanina dei migranti, il risultato è simile in Italia.
«La disinformazione è sempre stata una strategia usata dai russi, ma al momento non vogliono cambiare il nostro atteggiamento nei loro confronti. Le loro operazioni sono mirate a obiettivi tattici, spesso legati alla promozione del populismo. Un esempio recente è stato durante la pandemia: la Russia ha sfruttato la crisi per diffondere teorie del complotto e alimentare il dissenso. Oggi cercano di rappresentare l’Occidente come un luogo decadente e moralmente corrotto», spiega a Linkiesta Paweł Kowal, presidente della Commissione Affari Esteri del Sejm, la camera bassa del Parlamento polacco e un politico di spicco del partito di Donald Tusk Piattaforma Civica (PO). «Ad esempio, essendo attivo sulla questione ucraina, sono uno dei politici più attaccati online. Quando si guarda ai contenuti che circolano sotto i miei post, ci sono commenti fortemente anti-ucraini o filo-russi. Da tempo il governo polacco sta sviluppando strumenti per contrastare la disinformazione, così come diversi centri di ricerca e organizzazioni monitorano i contenuti online per individuare e smascherare la propaganda russa».
Uno dei risultati di questo lavoro è la creazione dello Stratcom (Strategic Communications) del ministero degli Esteri polacco: una struttura creata per contrastare la disinformazione, russa e non solo, attraverso il monitoraggio dei contenuti online, ma soprattutto il coordinamento delle risposte del governo e delle istituzioni polacche alle campagne di disinformazione, fornendo ai cittadini informazioni accurate e trasparenti. Un altro strumento di Varsavia è il Consiglio di Resilienza: un comitato governativo istituito a maggio per monitorare e contrastare le campagne di disinformazione e propaganda, principalmente provenienti da Russia e Bielorussia, indaga su attacchi informati e sull’analisi delle operazioni di spionaggio digitale.
Per riuscire nel suo intento, la Polonia non si limita a segnalare i contenuti online, ma ha deciso di cambiare strategia, passando all’informazione proattiva. Tradotto: debunking istantaneo e contronarrazione. Un esempio recente di questo approccio è stato la risposta ufficiale a un tweet russo del 17 settembre, che celebrava falsamente l’aiuto sovietico alla Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Il ministero degli Esteri polacco ha prontamente smentito questa narrativa, ricordando l’invasione sovietica della Polonia, parte del patto Molotov-Ribbentrop, che divise l’Europa orientale tra nazisti e sovietici. Un nuovo metodo per evitare che le fake news si diffondano, segnalandole in tempo prima che vengano riprese dai media tradizionali.
La proattività si rivela cruciale perché, come diceva Mark Twain, «una bugia può fare il giro del mondo mentre la verità si sta ancora allacciando le scarpe». Il fact-checking, sebbene efficace, è spesso troppo lento per competere con la velocità con cui si diffonde la disinformazione. Per questo, rispondere in tempo reale e con dati concreti è fondamentale per evitare che queste narrazioni manipolate attecchiscano tra la popolazione. E data la la vastità di internet, far chiudere gli account filo-russi equivarrebbe a svuotare l’oceano con un cucchiaio. Per ogni profilo chiuso, ne nascono altri trenta, come una moderna Idra digitale. Il modello polacco punta a fare scuola con lo scopo di diventare una buona pratica attuabile anche dagli altri paesi europei.
In questo momento la priorità della disinformazione russa in Polonia è quello di creare divisioni tra ucraini e polacchi per abbassare il livello del sostegno di Varsavia verso Kyjiv. Ma il Cremlino cerca anche di normalizzare la situazione a Kursk, minimizzando la portata della controffensiva ucraina, così come di screditare i media mainstream, promuovere partiti estremisti e destabilizzare il governo Tusk, fermamente atlantista e filo-europeo, diffondendo fake news sul fatto che la Nato non aiuterà mai la Polonia, neanche se venisse attivato l’articolo 5 che obbliga tutti gli Stati dell’Alleanza Atlantica a intervenire in caso di attacco a un loro alleato. Ma soprattutto che Varsavia voglia disperatamente entrare in guerra contro il Cremlino.
«La disinformazione è stata sempre una componente della guerra, ma con l’avvento dei social media si è evoluta significativamente. La sua diffusione è diventata più semplice, e oggi rappresenta una delle principali strategie di Vladimir Putin. Essendo un ex ufficiale del Kgb, Putin ha una profonda conoscenza del potenziale della disinformazione», spiega a Linkiesta il vice ministro della Difesa polacco Pawel Zalewski. «Siamo colpiti dalla disinformazione perché la Polonia ha un ruolo cruciale in questa guerra: circa il novanta per cento del sostegno militare all’Ucraina transita attraverso il nostro Paese, rendendolo un obiettivo primario della propaganda russa».
Un obiettivo certo della propaganda del Cremlino saranno le prossime elezioni presidenziali in Polonia che si terranno entro maggio 2025, al termine del mandato quinquennale del presidente attuale, Andrzej Duda, che non potrà ricandidarsi poiché ha già servito due mandati consecutivi.