Approssimazione culturale La mediocrità di TeleMeloni salvata dal coraggio delle inviate Rai

Malgrado il declino di idee, e in assenza di un’efficace direzione, il servizio pubblico che celebra il centenario come se fosse una piccola tv privata di 40 anni fa può ancora contare su croniste di altissimo livello come Stefania Battistini e Lucia Goracci. Per il resto, è più interessante l’archivio di Techetechetè

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La Rai continua a scendere di livello. L’autocelebrazione del centenario del servizio pubblico condotta da Carlo Conti è stata da tv privata degli anni Ottanta – «forse una puntata di “Techetechetè” sarebbe stata più interessante», ha notato Aldo Grasso sul Corriere della Sera, specchio dell’approssimazione culturale di TeleMeloni che stenta soprattutto sugli approfondimenti (unica eccezione i programmi di Monica Maggioni che hanno un respiro internazionale di livello) e lasciamo stare per carità di patria il Tg1 e il Tg2. Meglio il Tg3 che però ha perso in questi giorni un professionista come Mario Orfeo passato a dirigere Repubblica, e vedremo cosa succederà al Tg3 entrato nei desideri di Giuseppe Conte, uno che sta al giornalismo come noi stiamo all’astrofisica. Per fortuna sua e degli abbonati, la Rai è salvata dai cronisti, in alcuni casi bravissimi cronisti. 

Nelle ultime ore sono accaduti due fatti gravi, diversi tra loro, ma che si riferiscono a due coraggiose giornaliste, Stefania Battistini del Tg1 e Lucia Goracci del Tg3. Battistini, nel mirino dei macellai del Cremlino dopo l’incredibile reportage nella zona di Kursk all’epoca dell’attacco ucraino sul suolo russo – uno scoop mondiale – adesso per la stessa vicenda è minacciata, insieme all’operatore Simone Traini, di essere arrestata dai russi. Ovviamente quella dei buffoni di Mosca è solo un modo di spaventare una cronista che ha dimostrato di avere più coraggio di tutti i burocrati di Vladimir Putin messi assieme, e dunque i due giornalisti continueranno a fare il loro lavoro come sanno. 

Lucia Goracci invece è stata oggetto con la sua troupe di un orrendo agguato nel sud del Libano, da dove in questi giorni sta raccontando questa delicatissima fase dello scontro militare ta Israele e Hezbollah. In questo attacco ci ha rimesso la vita Ahmad Akil Hamzeh, l’autista che accompagnava i giornalisti mentre tentava invano di calmare gli aggressori: nella concitazione «è mancato, caduto in terra – ha detto Goracci in una drammatica corrispondenza – siamo corsi in ospedale e ci hanno detto che era morto dopo lunghi tentativi di rianimarlo. Non abbiamo parole per descriverne la profondità umana e la grande dolcezza». 

Le due storie rimandano a un’antica questione: fin dove ci si deve spingere, per fare il lavoro di cronista? Gli inviati di guerra sono ovviamente sempre a rischio: lo sanno perfettamente, ma vanno avanti perché questa è la loro missione, raccontare perché tutti sappiano, è l’essenza del giornalismo sempre più solo appannaggio degli inviati al fronte (quanto conformismo invece nei servizi politici!).

Malgrado il declino di idee, e in assenza di un’efficace direzione, la Rai può ancora contare su cronisti di questo valore. Forse non se li merita. A Stefania Battistini, a Lucia Goracci e ai loro collaboratori non resta che andare avanti e fare il loro lavoro. Lo sanno bene da soli, senza dubbio, sono cronisti veri.

 

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