
Non ci sono giustificazioni di fronte al comunicato del ministero della Difesa che, nell’anniversario di El Alamein, celebrava i soldati italiani che avevano combattuti «per la nostra libertà», e infatti a questa dichiarazione è seguito uno stuolo di critiche tanto prevedibili quanto fondate. Superate le reazioni superficiali e immediate, per quanto giuste, vale la pena però chiedersi come mai, su certi eventi o figure storiche che pure fanno parte della nostra identità collettiva, la destra italiana sia riuscita negli anni a esprimere un’egemonia interpretativa, o a compiere, in alcuni casi, un’appropriazione culturale.
Si pensi, ad esempio, agli Arditi: i reparti della prima guerra mondiale che, nel dopoguerra, confluirono anche in formazioni di sinistra, ma che ormai da tempo vengono erroneamente associati al campo della destra fascista. Oppure al 4 novembre, data che segna il compimento dell’unità nazionale, ma che oggi è spesso vista con sospetto, se non addirittura con vergogna.
Se alla destra è stato lasciato campo libero per esprimersi su alcuni temi e proporne nuove riletture, è ormai tempo di dire chiaramente che questo processo è stato facilitato dal graduale disimpegno della sinistra italiana e dei progressisti rispetto a tutto ciò che riguarda l’ambito militare. Un disimpegno che ha raggiunto il culmine negli anni dell’opposizione agli interventi in Afghanistan e Iraq, quando si è deciso (non si sa bene per quale logica) che la linea pacifista dovesse diventare così totalizzante da non riguardare più i singoli casi, ma ogni conflitto, al punto da trasformarsi in disinteresse verso la storia dei conflitti passati e le loro implicazioni politiche e culturali.
Il risultato è che la guerra del 1915-18, che pure fu centrale per completare l’unità nazionale – tanto da vedere una parte della sinistra schierarsi a favore dell’intervento, con figure come il padre costituente Emilio Lussu – viene assimilata alla seconda guerra mondiale; la Resistenza viene celebrata, ma senza alcun riferimento all’aspetto bellico, come se i partigiani non avessero combattuto. Delle figure storiche della sinistra internazionale si ricordano sempre gli scritti e la capacità di guidare le masse, sorvolando però sul fatto che spesso ricorrevano allo scontro militare per raggiungere il potere. Persino il Risorgimento viene presentato in modo edulcorato, esaltando gli ideali nazionali senza menzionare i metodi usati per perseguirli, dimenticando che Garibaldi era un leader militare che impugnava la baionetta, e che Mazzini era un cospiratore che pianificava rivolte armate.
El Alamein fu una battaglia sanguinosa in cui i soldati italiani combatterono con dignità. E questa dignità fa da contraltare all’infamia del fascismo che li aveva mandati a morire per il progetto politico dell’Asse. L’eredità storica di quella battaglia non è diversa da quella della campagna di Russia o di quella di Grecia. Come nipote di un uomo rimasto parzialmente sordo durante l’invasione della Grecia, non mi faccio nessuna illusione: il greco che provocò l’esplosione che costò parte dell’udito a mio nonno aveva molta più ragione di farlo di quanta ne avesse il mio avo di sparagli. E se quest’ultimo non fosse tornato a casa, la responsabilità sarebbe stata del fascismo, più che dei greci che si difendevano.
È difficile sviluppare una memoria condivisa e una lettura comune di quelle fasi della nostra storia perché a sinistra il rifiuto di tematizzare l’ambito militare, in una maniera che non sia il rifiuto superficiale, ostacola ancora oggi una discussione profonda sull’eredità storica delle guerre che hanno plasmato il nostro Paese. Questo rifiuto impedisce anche di analizzare ogni conflitto in una prospettiva realmente politica, soffocando ogni confronto sotto una patina pseudomorale.
Si arriva così a una sinistra che, dopo aver ammonito per anni contro i fascismi e celebrato la Resistenza, di fronte a un regime fascista che invade un paese terzo si trova a delegittimare la resistenza degli invasi. Perché – sorpresa! – la resistenza si fa con le armi. Se non si vuole continuare a lasciare alla destra la possibilità di stabilire come interpretare e ricordare le fasi cupe, controverse e complesse della nostra storia, è necessario che i progressisti smettano di evitare certi temi, periodi e concetti, ricominciando invece a proporre una propria lettura, diversa da quella conservatrice.