Quarant’anni dopo Le ferite di Bhopal restano aperte

Uno dei disastri ambientali più gravi e ignorati della storia continua ad avere effetti concreti sulla vita di migliaia di persone. Il tanfo di cavolo lesso che pervadeva l’aria ha lasciato il posto al muto dolore di chi ancora soffre e non ha mai visto giustizia

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Esattamente quarant’anni fa, una terribile tragedia ebbe luogo a Bhopal, città dell’India centrale. La notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 doveva essere una notte di festa per la comunità indù, con migliaia di persone per le strade per celebrare decine di matrimoni. Nessuno avrebbe mai immaginato che quella serata si sarebbe trasformata in un incubo.

Durante quella notte, un’esplosione all’interno di un impianto di pesticidi della Union Carbide Corporation, una multinazionale statunitense, rilasciò nell’aria una nube tossica di gas pericolosissimi per la salute umana. La gente, in preda alla confusione, avvertì un odore pungente simile al cavolo lesso. Nessuno conosceva la ragione di quello che stava accadendo, le persone morivano o erano in preda a spasmi e vomito, e cercavano disperatamente di sfuggire al fumo che avanzava verso la città.

Il disastro di Bhopal è considerato il peggior incidente ambientale della storia, benché meno conosciuto di altri. Tutto ebbe inizio con la produzione di un pesticida chiamato Sevin, che la Union Carbide aveva lanciato negli anni Cinquanta come alternativa al DDT, ormai riconosciuto come pericoloso per la salute. Sebbene il prodotto finito fosse relativamente sicuro, il processo di produzione richiedeva l’uso di gas altamente pericolosi come il fosgene, il cianuro e l’isocianato di metile (MIC), un gas velenoso che reagisce con l’umidità e altre impurità. 

Negli anni Sessanta e Settanta, l’India promosse l’uso intensivo di pesticidi per aumentare la produzione agricola. Per favorire l’industria, il governo indiano offrì incentivi alle aziende straniere, tra cui la Union Carbide, che decise di costruire un impianto a Bhopal, città strategicamente situata al centro dell’India e ben servita dalla rete ferroviaria.

AP Photo/LaPresse (ph. Peter Kemp)

La produzione del Sevin venne avviata nel maggio 1980, inizialmente importando l’isocianato di metile, per poi iniziare a produrlo in loco. La sicurezza fu sacrificata per motivi economici: in una fabbrica progettata per il massimo risparmio, molti dei sistemi di sicurezza standard negli impianti statunitensi furono eliminati. Nonostante ciò, il sito venne definito «sicuro come una fabbrica di cioccolata». 

Fin da subito, la fabbrica provocò notevoli problemi ambientali: acque contaminate, morìe di animali e continue irritazioni a occhi e gola per la popolazione. Nessuno però protestava, poiché la fabbrica donava lavoro a centinaia di persone. L’ignoranza dei lavoratori riguardo ai rischi legati ai materiali pericolosi che maneggiavano aumentava il pericolo. La prima vittima fu Mohammed Asharaf, semplicemente per essersi sporcato la maglietta con una  goccia di gas. Ignaro del pericolo, Mohammed decise di lavare la sua maglietta per poi dirigersi verso casa, quando cominciò a vomitare senza fermarsi, fino a soffocare.

Il Sevin ebbe vita breve. Dopo qualche anno, la produzione di pesticidi diminuì e la Union Carbide iniziò a ridurre gradualmente le operazioni nell’impianto. I sistemi di sicurezza vennero spenti e, nonostante le cisterne contenessero ancora sessantadue tonnellate di isocianato di metile, venne disattivato anche il sistema di refrigerazione che garantiva il minimo standard di sicurezza. Gli impianti furono lasciati in uno stato di abbandono. Gli unici a recarsi nella fabbrica erano operai inesperti con il compito di effettuare una manutenzione minima.

Quella notte, due operai andarono in fabbrica a svolgere il solito lavoro di manutenzione così come ordinato dagli Usa. Notarono un guasto tecnico, ma non avevano le informazioni necessarie per risolvere il problema o per dare l’allarme. L’acqua entrò in contatto con la cisterna che conteneva la maggiore quantità di isocianato di metile, provocando una reazione esotermica che aumentò pressione e temperatura. In pochi minuti, il gas velenoso si diffuse in tutta la città. Se una singola goccia di quel gas, a contatto con l’acqua, può essere letale per una persona, cosa può accadere quando la stessa reazione coinvolge quarantadue tonnellate di quella sostanza?

La nube tossica causò morte istantanea, spasmi, dolore, vomito, e cecità tra i festeggianti. I medici, impreparati ad affrontare una simile emergenza, non sapevano come intervenire. Quando chiesero alla Union Carbide la composizione del gas per capire come trattare le vittime, la risposta fu: «Ci dispiace, non possiamo rivelare queste informazioni. Dite loro di respirare il meno possibile». Un’iniezione di tiosolfato di sodio avrebbe potuto salvare molte vite quella notte, ma la multinazionale preferì non rivelare nulla.

Il numero di morti è difficile da determinare, poiché in India non esiste un registro ufficiale delle vittime. Si parlò inizialmente di circa tremila decessi, ma le stime finali parlano di almeno venticinquemila vittime nel corso degli anni. Oltre mezzo milione di persone ha sofferto di danni gravi e permanenti e ancora oggi nascono bambini con deformità, disabilità e patologie causate dalla contaminazione. 

L’area intorno all’impianto di Bhopal è stata definita «zona di sacrificio», a causa dei danni irreversibili alla salute e alle condizioni di vita delle persone. Amnesty International ha sottolineato che il disastro ambientale è stato influenzato dal razzismo ambientale, ossia discriminazioni basate su razza, casta o religione, anche se non intenzionali. Questo si manifesta nella scelta di localizzare un impianto di pesticidi con standard di sicurezza inferiori rispetto a quelli negli Usa in un’area densamente popolata, abitata principalmente da musulmani e persone povere. 

Nel 1994 la Union Carbide abbandonò l’impianto senza bonificarlo e senza smaltire le riserve di prodotti chimici, causando la grave contaminazione delle fonti idriche e del suolo. Nel 2001 l’azienda fu acquisita dalla Dow Chemical, impresa con sede negli Usa, che disconobbe ogni responsabilità. Nel 1989 fu raggiunto un accordo tra la Union Carbide e il governo indiano per risarcire le vittime, ma l’importo di cinquecento dollari per decesso fu considerato irrisorio e ingiusto. Un portavoce della Dow dichiarò: «Per un indiano cinquecento dollari sono più che sufficienti».

L’ex amministratore delegato Warren Anderson fu arrestato e poi rilasciato, ma non è mai stato chiamato a rispondere delle sue azioni. Nonostante le numerose richieste di estradizione, Anderson rimase impunito fino alla sua morte nel 2014. A quarant’anni dal disastro, le ferite di Bhopal restano aperte, le sue terre avvelenate e il ricordo di quella notte oscurato dal silenzio dell’impunità. Il tanfo di cavolo lesso che pervadeva l’aria ha lasciato il posto al muto dolore di chi ancora soffre e non ha mai visto giustizia. Le ventidue comunità sviluppatesi intorno alla vecchia fabbrica di Bhopal vivono da decenni gli effetti devastanti della contaminazione ambientale. Da quasi vent’anni, studi scientifici e report accademici hanno confermato che le acque sotterranee di queste aree contengono livelli pericolosi di solventi clorurati. 

Secondo gli esperti, le sostanze chimiche tossiche rilasciate dalla fabbrica abbandonata di Bhopal hanno probabilmente viaggiato fino a tre chilometri di distanza dal sito, contaminando una zona vastissima. Si tratta di composti persistenti, che possono restare nel suolo e nelle falde acquifere per decenni, amplificando i danni ambientali e sanitari. Questa tragedia non è solo un terribile ricordo del passato, ma un esempio di come il profitto sia costato in termini di vite umane. Bhopal è un monito a non dimenticare che il prezzo dell’industria non dovrebbe mai essere pagato dalle vite di persone innocenti.

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