Il Belgio è da centottanta giorni senza un governo nel pieno delle sue funzioni perché l’interminabile serie di vertici che si sono svolti dopo le elezioni dello scorso 24 giugno non sono riusciti a sbloccare una situazione complicata. Bart De Wever, leader del partito conservatore e nazionalista Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA), sta conducendo le trattative con i conservatori valloni del Movimento Riformista (MR), i centristi valloni di Les Engagés (LE), i Cristiano-Democratici e Fiamminghi (CD&V) ed i progressisti fiamminghi di Vooruit.
I cinque partiti hanno posizioni divergenti su temi come la riforma del sistema pensionistico, il mercato del lavoro e la presentazione di una finanziaria per il 2025 che consenta di implementare tagli per 28 miliardi di euro e di evitare uno stringente piano di misure imposte dall’Unione Europea. L’esecutivo uscente, guidato dal Primo Ministro Alexander De Croo, ha poteri limitati e in assenza di un accordo per un nuovo governo dovrà redigere una finanziaria che costringerà Bruxelles ad intervenire con un piano di correzione quadriennale mentre in presenza di un nuovo governo è probabile che il piano di correzione economica abbia durata settennale e sia meno severo.
Il paradosso, come ricordato da Politico, è che l’uomo che potrebbe guidare il Belgio nei prossimi anni è un nazionalista fiammingo che, nel corso della sua lunga carriera, ha avuto come obiettivo primario quello far crollare le impalcature di uno Stato malfunzionante per garantire alle Fiandre un’indipendenza de facto. De Wever, che ricopre la carica di sindaco di Anversa e guida l’N-VA dal 2004, ha trasformato il proprio partito da marginale a perno del sistema del Paese ed è il politico più popolare del Belgio. L’N-VA guida le Fiandre da un decennio, è stato parte del governo di coalizione nazionale tra il 2014 e il 2018 ed esercita un’influenza significativa su diverse istituzioni nazionali.
De Wever ha posizioni dure in materia di sicurezza, contrasto al traffico di droga e lotta al terrorismo ed il suo partito è membro dell’eurogruppo Conservatori e Riformisti, una formazione a destra degli schieramenti centristi dominanti a Bruxelles e con un rapporto ambivalente con la Commissione Von Der Leyen. La sua nomina a Primo Ministro equivarrebbe ad un leader moderato in meno nel Consiglio Europeo ma costituirebbe una, relativa, buona notizia in un continente che guarda sempre più a destra.
Il secondo partito del Paese è il Vlaams Beelang (VB), una formazione di estrema destra euroscettica, anti-immigrati, populista e secessionista basata nelle Fiandre, che alle elezioni dello scorso giugno ha raggiunto il 13,7 per cento dei voti a livello nazionale contro il 16,7. conseguito dall’N-VA. Diversi osservatori temevano un successo del VB, talmente estremista da essere ostracizzato da tutte le altre formazioni politiche, alle consultazioni ma questo scenario non si è materializzato grazie all’N-VA.
L’emergere del VB ha portato i partiti politici francofoni a considerare De Weveer come un’alternativa meno minacciosa e più accettabile, una figura con cui si può negoziare dopo averlo escluso per anni ma non un uomo politico con cui si può varare una riforma delle istituzioni statali. L’obiettivo del leader dell’N-VA è la massima autonomia possibile per le Fiandre, i partiti della Vallonia non possono accettare del tutto queste richieste ma dovranno, probabilmente, venire a patti con la realtà.
Il Belgio ha rilevanti problemi di funzionamento delle istituzioni statali a causa di una partizione de facto tra le Fiandre e la Vallonia. Le due regioni godono di ampi poteri, quasi paragonabili a quelli di nazioni indipendenti, hanno Parlamenti autonomi, votano per partiti diversi rispetto a quelli della controparte e hanno ben poco da spartire. Un recente rapporto della Banca Nazionale del Belgio evidenzia come la Vallonia abbia avuto, per lungo tempo, una crescita economica più debole rispetto a quella delle Fiandre e come il Prodotto Interno Lordo pro capite della regione francofona sia più basso di quella fiamminga.
La Vallonia, pur in presenza di punti di forza come una rete infrastrutturale efficiente, una popolazione in età lavorativa in crescita e buoni risultati in termini di innovazione, ha diverse debolezze strutturali che riguardano l’ambito sociale. Dal settore sanitario al rischio di povertà ed esclusione passando per il mercato del lavoro, con un tasso di occupazione che risente della presenza di un grande numero di persone inattive e senza dimenticare il settore educativo e una produttività che stenta a decollare.
L’economia delle Fiandre, che nel 2022 ha contribuito al settantanove per cento delle esportazioni del Belgio, è una delle più avanzate d’Europa, con una crescita media superiore a quella del resto del Paese e un tasso di disoccupazione inferiore. Le differenze linguistiche e culturali tra le due regioni contribuiscono ad accrescere le problematiche, con la capitale Bruxelles che si trova nel mezzo e pur essendo ormai una città francofona gode di una sostanziale autonomia.
Il sistema elettorale belga, imperniato su un proporzionale con una soglia di sbarramento molto bassa, favorisce la frammentazione politica, impedisce di fatto a un singolo partito di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e dovrebbe costringere le diverse formazioni politiche a superare le proprie divergenze per il bene comune. Una situazione utopica che si è invece concretizzata nella formazione di grandi coalizioni spesso inefficienti, in complesse trattative post-elettorali e nella delegittimazione di molte istituzioni nazionali. La paralisi politica del Belgio si sta trasformando in una caratteristica strutturale e non ci si stupisce più che ci vogliano mesi per formare un governo. Il prossimo esecutivo del Paese, che molto probabilmente verrà guidato da De Weever, dovrà riuscire a porre fine a questo ginepraio ma il suo compito è sin dall’inizio complesso ed in salita.