Venerdì 18 ottobre 2024 è stata una data piuttosto tranquilla dal punto di vista della campagna elettorale per le presidenziali di quell’anno. Entrambi i candidati, la democratica Kamala Harris e il repubblicano Donald Trump hanno fatto tappa nello stato del Michigan, uno degli stati della Rust Belt post-industriale. Harris ha visitato la città di Grand Rapids, dove ha avuto un incontro con i leader sindacali locali, promettendo di investire nel settore manifatturiero, mentre il suo avversario ha fatto un comizio a Detroit, definendola città “dal grande potenziale”, una settimana dopo averla definita “un territorio in via di sviluppo”. Materiale per i soli addetti ai lavori.
Quello che però è stato davvero importante è stato quello che è accaduto a Washington D.C. nell’aula di tribunale federale presieduto dalla giudice Tanya Chutkan: è avvenuto il rilascio di quattro allegati appartenenti alle prove presentate dal procuratore speciale Jack Smith insieme a una corposa relazione di 165 pagine presentata a porte chiuse all’inizio dello stesso. All’interno di questo materiale però, di interessante c’è soltanto una conversazione con uno dei valletti della Casa Bianca, ovvero di uno dei servitori che cura il guardaroba del presidente. La maggior parte del materiale è stato secretato.
È stato in quel momento che è finita la stagione dei processi per Donald Trump, pochi giorni prima delle elezioni che lo hanno visto nuovamente rieletto alla presidenza degli Stati Uniti. Dibattimenti che molto probabilmente finiranno nel nulla.
Strano a dirsi, il processo curato da Smith non è nemmeno mai propriamente iniziato. Eppure, al centro delle accuse c’era il tentativo fatto dallo stesso presidente a cavallo tra 2020 e 2021 per cercare di ribaltare il risultato delle elezioni, uno sforzo fraudolento culminato nell’insurrezione del 6 gennaio 2021 che ha visto per la prima volta nella storia una folla di civili facinorosi assaltare il Campidoglio (prima di allora ci era andato vicino soltanto un esercito: la prima volta il 24 agosto 1814 fu l’esercito britannico a incendiare la capitale, distruggendo la prima Casa Bianca, mentre il 12 giugno 1864 fu la volta del generale confederato Jubal Early, che arrivò a pochissimi chilometri dall’obiettivo).
Per un’indagine iniziata il 18 novembre 2022, un po’ poco. Eppure, le prove non mancherebbero. Solo che a un certo punto non si sono più potute utilizzare. Perché il 1° luglio 2024 c’è stato l’intervento della Corte Suprema che ha deciso ciò che sembrava inconcepibile fino a quel momento: dare al presidente degli Stati Uniti un’ampia immunità nell’esercizio delle sue funzioni.
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Insomma, i crimini commessi come privato cittadino sarebbero comunque perseguiti, ma se vengono coinvolti ufficiali del governo, di base c’è un’immunità quasi totale. Nel dissenso scritto dalla giudice Sonia Sotomayor si risponde dicendo che, ovviamente, nella Costituzione non c’è nulla del genere che implichi questo e che, anzi, il primo presidente George Washington impostò una prassi di governo che rigettasse qualsiasi titolo onorifico che potesse far intendere che il capo dell’esecutivo americano fosse al di sopra dei propri cittadini. In passato, come vedremo, la Corte Suprema ha preso cattive decisioni, ma mai prima d’ora era entrata così a gamba tesa in una campagna elettorale. E no, la sentenza Bush v. Gore del 2000 è stata emessa dopo il voto presidenziale di quell’anno e quindi non ha avuto quindi alcuna influenza nei confronti dell’opinione pubblica.
Cos’è successo? Com’è stato possibile che uno degli organismi più importanti nella struttura del governo federale degli Stati Uniti sia divenuto un organismo di tale faziosità? Bisogna essere prudenti quando, nel riferirci a un evento dell’attualità americana, si usa la locuzione “senza precedenti”. Si rischia facilmente di essere smentiti con un episodio remoto. Perché la faziosità politica è sempre stata presente nella quotidianità di quel paese, così come gli insulti e i colpi bassi durante una campagna. elettorale erano già moneta corrente sin dalla prima elezione presidenziale combattuta, quella del 1800 che vedeva contrapposti due Padri Fondatori della Repubblica come John Adams e Thomas Jefferson. Allo stesso modo la Corte Suprema è sempre stata terreno di scontro tra due diverse concezioni giuridiche che, a ben vedere, incarnano gli schieramenti politici classici: da una parte i conservatori, riuniti sotto la bandiera dell’originalismo, ovverosia di una lettura del dettato costituzionale che tenga conto soprattutto del significato originario che i legislatori volevano dare ai loro provvedimenti. Qualora questo non sia possibile, occorre utilizzare un altro strumento interpretativo: il testualismo, che, se applicato in modo rigoroso può portare a risultati bizzarri, come in un caso che citeremo più avanti, quello del cosiddetto “camionista congelato dell’Illinois”. Uno dei campioni filosofici di questa concezione è senz’altro il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, il quale anche morendo seppe dare un notevole contributo allo sviluppo del pensiero conservatore, come potremo constatare nel capitolo relativo alla Federalist Society.
Dall’altro fronte, c’è la teoria della “Costituzione vivente”, promossa dal giudice capo Earl Warren, autore di numerose sentenze trasformative che tengono conto dei cambiamenti sociali, la più notevole della quali, Brown v. Board of Education del 1954, smonta giuridicamente senza possibilità di appello l’abominevole sistema della segregazione razziale organizzata su base statale, anche se questo voleva dire l’abbattimento di numerosi precedenti in proposito. Se il cotè progressista appare sostanzialmente compatto e lineare nella sua modalità d’azione, bisogna invece vedere le differenze del fronte conservatore. Da un lato ci sono i fautori della moderazione giudiziaria, concezione risalente all’epoca del giudice Oliver Wendell Holmes, in carica dal 1902 al 1932. Detta in parole povere, per Holmes non era compito dei giudici dare pareri sulle scelte politiche dei cittadini. Anzi, andavano assecondati in tutto per quanto la scelta potesse apparire nefasta.
In una lettera del 1920 all’economista britannico Harold Laski, Holmes aveva dichiarato “Se i miei concittadini vorranno andare all’inferno, io li aiuterò. Questo è il mio lavoro”. Un approccio fatto proprio anche da molti membri progressisti delle Corti federali. Nel movimento conservatore però, un fautore di questo approccio per lungo tempo è stato il già citato giudice John Roberts, attualmente capo della Corte Suprema. Il 28 giugno 2012 è l’autore della sentenza National Federation of Independent Business v. Sebelius che decide il destino della riforma sanitaria di Barack Obama. In essa Roberts, che salva la costituzionalità del provvedimento accettando l’obbligo assicurativo come tassa individuale sui cittadini, prende spunto da Holmes, dicendolo esplicitamente “non è il nostro lavoro quello di proteggere le persone dalle conseguenze delle loro scelte politiche”.
Una scelta che non è stata per nulla apprezzata dai conservatori: il magazine “The American Conservative” paragonò Roberts a Benedict Arnold, il generale rivoluzionario che tradì Washington per unirsi all’esercito inglese durante la guerra d’indipendenza. Ma anche un’altra moderna icona conservatrice che avrebbe potuto essere giudice della Corte Suprema con adamantine credenziali di destra la pensava così: Robert Bork, uno dei pochi giudici scelti a essere bocciati dal Senato nel 1987, ha scritto nel suo libro The Tempting of America che “il primo principio del sistema americano non è quello dei diritti individuali: è quello del governo della maggioranza”. In quel caso, continuava Bork, una sentenza come Roe v. Wade era invasiva delle prerogative dei cittadini perché si sostituiva ai cittadini di cinquanta stati che avrebbero invece avuto tutto il diritto di fare le proprie leggi sul tema dell’aborto. Una possibilità che è tornata con la sentenza Dobbs v. Jackson del 2022.
Infine c’è un filone che è partito in sordina ma che oggi ha diversi campioni all’interno della Corte, quello che prende le mosse da Stephen Johnson Field, nominato da Lincoln nel 1863 per le sue credenziali di democratico favorevole alle ragioni dell’Unione nordista. La concezione di Field è che la Corte dovesse avere un approccio attivista: doveva svolgere un ruolo attivo di controllo sugli altri rami del governo in modo da sincerarsi che i principi fondamentali a difesa della libertà economica e della proprietà privata non andassero mai intaccati. E se questo avesse voluto dire cassare leggi volute dalla maggioranza dei cittadini, pazienza. Certi principi costituzionali vanno sottratti al controllo dei cittadini. Una concezione che oggi si è fortemente affermata all’interno della Corte guidata da Roberts: se le leggi non si conformano a certi principi giuridico-filosofici, vanno rese incostituzionali, e quindi annullate senza pensarci troppo. Anche per questa ragione il controllo della Corte Suprema è fondamentale per avere la certezza di attuare leggi durevoli ed è stato l’obiettivo di un pezzo del movimento conservatore sin dai primi anni ’80.
Chi controlla la Corte, dunque, non ha più bisogno di vincere le elezioni. Gli basta capitalizzare le occasioni. Questa è una storia poco conosciuta, ma fa capire come ormai l’organismo supremo di garanzia costituzionale sia decisamente vulnerabile alle accuse di faziosità. E possa anche intervenire nelle elezioni senza che né la Casa Bianca né il Congresso possano agire per riformare certe storture.
