
La situazione preoccupante e pericolosa che si è venuta a creare con l’invasione russa dell’Ucraina pone in primo piano la necessità di una svolta decisiva sul futuro del progetto di integrazione europea. Infatti, ci troviamo di fronte a un bivio: o l’Europa evolve verso una vera Federazione Europea, saldamente ancorata ai valori occidentali con un vero governo europeo, con una vera unica politica estera comune e con una difesa europea dotata di forze armate europee o è destinata a un inesorabile declino con incalcolabili rischi per la sua stessa sicurezza.
Questo è tanto più vero quanto più si prospetta la nascita di un nuovo ordine mondiale multipolare in cui nuove potenze emergenti, come la Cina, svolgeranno sempre più un ruolo da protagoniste. Gli Stati Uniti d’Europa saranno sempre più una necessità, una tappa obbligata della storia se si vuole garantire un futuro migliore di sicurezza e di benessere per i nostri figli e i nostri nipoti.
Se vogliamo evitare che in un prossimo futuro l’Europa diventi territorio di conquista di altri, dobbiamo spingere più avanti il processo di integrazione. Come europei, noi siamo perfettamente in grado di essere indipendenti da tutti e di essere alleati occidentali alla pari (e non subordinati a qualcuno) e di primeggiare in economia, nella sicurezza, nella tecnologia, nella cultura e nella scienza e in tutti i campi del vivere civile, ma affinché tutto questo sia una realtà concreta e tangibile dobbiamo far sì che l’Unione Europea diventi una vera nazione. Ma si può realizzare l’Europa nazione senza una lingua comune da affiancare alle lingue nazionali?
La lingua comune è uno dei tratti distintivi che fa di un popolo o di più popoli una sola nazione. Qualcuno obietterà: che possiamo dire allora della Svizzera o del Belgio, nazioni dove non esiste una sola lingua ufficiale comune e dove vige il multilinguismo? La Confederazione Elvetica in effetti è suddivisa in quattro regioni linguistiche e culturali: tedesca, francese, italiana e romancia ed è priva di una lingua comune nazionale da affiancare agli idiomi locali.
Alla diversità linguistica si aggiunge quella religiosa basata sulla convivenza tra cantoni protestanti e cantoni cattolici. L’identità nazionale svizzera non nasce quindi da una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa, ma il forte senso di appartenenza che rende gli svizzeri una vera nazione si fonda sul percorso storico comune, sulla condivisione dei miti nazionali, dei fondamenti istituzionali (federalismo, democrazia diretta, neutralità) e sulla omogeneità orografica (Alpi). Parliamo, quindi, di una realtà particolare, di piccole dimensioni (8,5 milioni di abitanti distribuiti su una superficie di quaruntunomila kmq) e antica se si pensa che la Svizzera esiste come stato indipendente dal 1291 (è uno degli stati più antichi del mondo).
Il fatto che i popoli elvetici abbiamo condiviso un cammino storico e di valori comuni lungo più di sette secoli crea sicuramente un senso di appartenenza forte che va ben al di là di ogni divisione linguistica e religiosa. Ma quanto potrebbe essere di ostacolo il multilinguismo nel creare il senso di appartenenza tra gli Svizzeri? Possiamo in qualche modo avere una misura della facilità di comprensione fra cittadini di uno stato privo di un’unica lingua ufficiale comune? Prendiamo in esame come “indice di mutua comprensione” in una nazione composta da popoli che parlano lingue diverse la probabilità che presi comunque a caso due qualsiasi cittadini della nazione, questi due parlino una lingua comune e quindi si capiscano. Ovviamente più è alto questo indice e meglio è.
Il calcolo deve esser fatto tenendo in conto anche la conoscenza di una seconda o terza lingua (tipicamente, ma non solo, l’inglese). Ebbene, se calcoliamo l’indice di mutua comprensione così definito per la Svizzera otteniamo il sessantacinque per cento. Questa probabilità è alta grazie alla diffusione dell’inglese e al fatto che il tedesco è parlato da una maggioranza significativa della popolazione.
Se effettuiamo il calcolo di questo indice anche per il Belgio, altra realtà multilinguistica consolidata, si trova l’ottantadue per cento. Anche in questo caso si tratta di un valore elevato che riflette sia la forte distribuzione del fiammingo e del francese, sia la crescente diffusione dell’inglese. Se consideriamo le federazioni di grandi dimensioni come gli Stati Uniti d’America, la Russia, il Canada, l’Australia, il Brasile e l’India vediamo che esse si basano tutte su un idioma comune, riconosciuto come tale, che si affianca in alcuni casi ad agli idiomi locali. In questi casi l’indice di mutua comprensione sarebbe del cento per cento.
Questo parlare una stessa lingua che è nota a ognuno sin dalla nascita costituisce in questi paesi un forte elemento unificante. L’analisi svolta per la Svizzera, il Belgio e le grandi federazioni ci porta a ipotizzare che una realtà multilinguistica che si consolida in uno stato nazionale dovrebbe avere un indice di mutua comprensione compreso tra il sessanta per cento e il cento per cento.
E l’Europa? Come si pone l’Europa dal punto di vista linguistico? Oggi l’Unione Europea conta ventisette stati membri, ventiquattro lingue ufficiali e una popolazione di circa quattrocentocinquanta milioni di abitanti. Il multilinguismo, se da una parte costituisce senza dubbio alcuno una ricchezza culturale, dall’altro rappresenta un costo molto elevato: secondo il sito dell’UE, il costo attuale per mantenere la politica multilinguistica è di 1.123 milioni di euro, pari all’un per cento del bilancio generale annuo dell’Unione europea. Al di là dei costi economici del multilinguismo, la mancanza di un idioma comune da affiancare alle lingue nazionali costituisce in ogni caso per l’Unione Europea un vulnus non trascurabile.
L’indice di mutua comprensione calcolato sull’Unione Europea, tenuto conto anche della diffusione dell’inglese come seconda lingua, risulta pari al ventidue per cento, un valore ben al di sotto di quello ottenuto per la Svizzera. Vuol dire che presi a caso due cittadini qualsiasi dell’Unione Europea, la probabilità che si capiscano parlando tra loro è del ventidue per cento. Se si considera che Unione Europea è al momento formata da ventisette popoli diversi che parlano ventiquattro lingue differenti e che in passato si sono spesso combattuti aspramente in guerre sanguinose (dal Medioevo a oggi si contano un centinaio di conflitti tra gli stati che oggi fanno parte della Ue), difficilmente si può pensare che possa essere sentita come patria comune facendo leva solamente su elementi culturali, religiosi o di ideali.
In queste condizioni è molto difficile che si possa far progredire l’integrazione Europea verso gli Stati Uniti d’Europa con il consenso diffuso e l’adesione convinta dei cittadini europei. E questo, proprio ora che i rigurgiti nazionalistici sembrano affermarsi in tutti gli stati assumendo sempre più connotazioni sovraniste e razziste che rischiano di farci rivivere un triste e odioso passato. Se oggi l’idea di Europa unita appare offuscata e debole è proprio perché le istituzioni europee appaiono lontane e sono viste come una sovrastruttura artificiale e burocratica: qualcosa che nasce dall’alto e che non corrisponde all’adesione convinta dei popoli.
Occorre quindi agire su quel fattore che nelle masse popolari dell’Unione Europea fa percepire come “stranieri” gli altri concittadini europei: il fatto di non parlare una lingua comune. La diversità linguistica è ancora per molti europei un forte ostacolo a rapporti sociali diretti tra cittadini di nazioni diverse ed è ciò che fa percepire a ognuno di noi i cittadini delle altre nazioni come “stranieri”. Il fatto che si consideri “straniero” chi non parla la nostra lingua ha radici profonde nella storia e nella psicologia umana. Ci sono diversi motivi per cui la lingua diventa un elemento distintivo tra “noi” e “gli altri”:
Identità culturale: La lingua è uno degli aspetti più evidenti e distintivi di una cultura. Parlando la stessa lingua, le persone condividono un modo comune di vedere il mondo, di esprimere pensieri, emozioni e tradizioni. Chi non parla la stessa lingua può essere percepito come esterno a questa comunità culturale.
Comunicazione e fiducia: La comprensione reciproca è fondamentale per costruire relazioni di fiducia e cooperazione. Quando non si riesce a comunicare nella stessa lingua, emergono difficoltà nella comunicazione e questo può creare diffidenza o senso di estraneità.
Evoluzione storica: Storicamente, chi non parlava la lingua locale era spesso associato a gruppi esterni, invasori o mercanti stranieri, creando un’associazione tra differenza linguistica e differenza geografica o culturale. In molte società antiche, gli stranieri erano considerati “barbari”, un termine che originariamente indicava chi non parlava la lingua greca e la cui lingua suonava come un indistinto “bar-bar”.
Confini sociali e comunitari: La lingua crea un senso di appartenenza a una comunità o a una nazione. Chi non condivide la lingua non è percepito come parte del gruppo, e questo rinforza la distinzione tra “noi” e “loro”.
In sintesi, la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma anche un simbolo di identità e appartenenza, e chi non parla la nostra lingua può essere facilmente percepito come “straniero” perché non condivide questo importante tratto della nostra cultura. Avere una lingua comune aiuterebbe certamente a farci sentire più cittadini europei, più uniti e aiuterebbe a creare quel senso di appartenenza che è premessa indispensabile per la costruzione democratica dal basso di una Europa veramente unita, forte e libera. Una lingua comune favorirebbe inoltre la mobilità dei cittadini europei, sia a livello lavorativo che formativo. Studenti, professionisti e imprenditori avrebbero meno ostacoli nel muoversi tra i vari paesi, contribuendo a creare un mercato del lavoro più integrato e dinamico.
Una lingua comune non dovrebbe soppiantare le lingue nazionali, ma convivere con esse in un quadro di multilinguismo che valorizzi la diversità linguistica dell’Europa. Ma che caratteristiche essenziali dovrebbe avere una lingua comune europea? Vediamole in dettaglio.
1.Neutralità. Non deve corrispondere a nessuna delle lingue nazionali perché altrimenti sarebbe espressione di un dominio di una cultura nazionale sulle altre. Questo esclude, per esempio, l’adozione dell’inglese che dopo la Brexit è la lingua nazionale dell’un per cento dei cittadini dell’Unione (una minoranza) ed è già la lingua nazionale di alcuni stati extra Ue (Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia ecc)
2.Culturalità. Deve avere radici culturali che siano riconducibili alla storia plurimillenaria dell’Europa. Questo aspetto è importante per far sì che sia accettata come lingua comune.
3. Semplicità. Deve essere una lingua semplice da imparare e quindi deve essere basata su una grammatica essenziale. È importante infatti che le persone siano invogliate a studiarla e siano incentivate dalla facilità di apprendimento. Inoltre, questo ne garantirebbe anche una rapida diffusione, tramite la scuola, presso le giovani generazioni.
Qualcuno ha proposto di adottare l’Esperanto come lingua europea. Questa lingua artificiale, nata nella seconda metà dell’ottocento dall’intuizione geniale dell’oculista polacco di origini ebraiche Ludwik Lejzer Zamenhof, ha sicuramente la prima e la terza caratteristica, ma non la seconda. Certamente, il fatto che non abbia radici storiche solide e antiche, nonostante per la genesi dei vocaboli attinga a varie lingue del mondo, rende l’Esperanto difficile da accettare perché non ha una connotazione specificamente radicata nella storia della cultura europea.
Un’ alternativa valida potrebbe essere il latino, che corrisponderebbe ai requisiti 1 e 2, ma non al 3. Infatti, se è vero che il latino ha inciso profondamente sulla cultura europea, tanto che anche le lingue germaniche hanno alcuni termini di origine latina e sarebbe quindi più accettabile come lingua comune europea, pur tuttavia è troppo complicato sia dal punto di vista grammaticale che sintattico.
Quale potrebbe essere quindi la soluzione? Adottare una nuova lingua pianificata (creata appositamente per questo scopo) che abbia come base di partenza il latino, ma che sia fondata su una grammatica e una sintassi molto semplificate. Per questo è stata progettata una nuova lingua, chiamata euriziano, costituita da una base di latino, ma con una grammatica e una sintassi molto più semplici, integrate da elementi di esperanto modificati per esprimere i termini moderni non presenti nel vocabolario latino classico.
Questa nuova lingua avrebbe tutte e tre le caratteristiche per ambire a diventare la lingua dell’Unione Europea: non corrisponde a nessuna lingua nazionale attualmente adottata; ha le radici culturali che attingono alla lingua latina, e quindi le sue origini, seppure indirettamente, risalgono alle fonti della civiltà europea; è una lingua semplice da imparare.
Per arrivare a una rapida diffusione di una nuova lingua comune sarebbe certamente necessario renderne obbligatorio lo studio (accanto a quello delle lingue nazionali e dell’inglese) in tutte le scuole di ogni ordine e grado dell’Unione Europea. La difficoltà principale di questo progetto sarebbe rappresentata dalla necessità di formare i docenti su una lingua nuova, mai insegnata prima. Si dovrebbe a questo scopo prevedere un periodo preparatorio di circa due anni prima dell’introduzione dell’insegnamento nelle scuole volto a formare il corpo docente dedicato all’insegnamento della lingua comune. In questa ipotesi,
se la nuova lingua fosse adottata adesso, nell’arco di due o tre generazioni (circa un secolo) si potrebbe arrivare a una lingua comune parlata dal sessantacinque per cento della popolazione dell’Unione Europea, che porterebbe l’indice di mutua comprensione dell’Unione ai livelli prossimi ai valori registrati per paesi come la Svizzera o il Belgio.
Io credo che sia importante riprendere il dibattito sul multilinguismo e la lingua comune europea coinvolgendo anche le istituzioni europee (Commissione, Parlamento, Consiglio), e nazionali, le istituzioni culturali e accademiche (università, scuole, associazioni) e, soprattutto i cittadini dell’Unione con l’auspicio che questo crei una maggiore consapevolezza della necessità di sentirci, come europei, tutti parte di una comune civiltà e di un comune destino.