
A guardare i prezzi di Borsa, nessuna delle operazioni bancarie in corso in Italia sta incontrando il favore del mercato. Che finora le ha bocciate tutte. Con l’offerta lanciata da Bper sulla Popolare di Sondrio del 6 febbraio scorso, le operazioni di takeover bancari italiani sono salite a quota tre in meno di novanta giorni. Le danze le ha aperte Unicredit il 22 novembre, puntando sul Banco Bpm, a cui ha fatto seguito il 23 gennaio la clamorosa offerta di Montepaschi su Mediobanca. In tutti i tre casi si tratta di offerte ostili (non concordate con nessuna delle prede) e di carta (chi compra offre le sue azioni e non cash).
Per questo il ruolo del mercato è fondamentale. Non solo per il successo delle offerte, che dipende anche da fattori politici e relazionali; ma soprattutto per il giudizio espresso sul riassetto del sistema bancario italiano che queste offerte implicano. E al momento il verdetto è negativo: pesano gli intrecci di partecipazioni incrociate e il ruolo del governo, che rendono il riassetto meno trasparente di quel che si voglia far credere. Meno industriale e più politico. Meno europeo nel rafforzare il credito, più sovranista nel difendere il risparmio nazionale. Questa, almeno, è l’aria che si respira in Borsa e nelle prime analisi successive agli incontri già avvenuti tra banche e investitori: il mini road show che ha visto l’amministratore delegato del Monte dei Paschi Luigi Lovaglio volare a Londra a fine gennaio non ha scaldato i cuori della City. Tutt’altro.
La prima evidenza la forniscono i numeri: tutte e tre le offerte carta-su carta incorporavano, al momento dell’annuncio, un premio a favore del venditore. In altri termini, a chi portava le azioni della società target veniva offerto un controvalore maggiore, espresso in azioni della banca offerente. Ma si sa, i prezzi cambiano ogni minuto. E da quel momento in poi in ciascuna delle tre operazioni il premio si è trasformato in sconto. Vale a dire che il mercato si è mosso nella direzione contraria, rendendo le offerte non più vantaggiose. In particolare, ai prezzi del 12 febbraio, il rapporto tra Unicredit/Bpm è andato a sconto dell’8,6 per cento; quello di Mps/Mediobanca del tredici per cento e quello di Bper/Sondrio del 2,5 per cento.
Certo, si può argomentare che il mercato sta semplicemente alzando la posta: chiede un rilancio, magari in cash, da parte di ciascuno dei tre scalatori. I quali, a loro volta, lo sanno e hanno tenuto l’offerta bassa proprio per poi alzarla. Tutto verosimile. Ma dal momento che in gioco non c’è un calciatore o un’auto usata, il punto è un altro. È capire se e in quale misura le operazioni in corso potranno condizionare il giudizio del mercato sul sistema Paese nel lungo periodo. Sia dal lato di solidità ed efficienza, sia da quello reputazionale. Ed è questo il punto che ha scaldato ancora meno i cuori della City.
«Il groviglio finanziario dell’Italia rischia di tornare ai brutti vecchi tempi» è il titolo del lungo editoriale di Paul J. Davies che Bloomberg ha ieri dedicato alle scalate bancarie in corso. Dove si legge che, nonostante i protagonisti parlino agli investitori di «logica industriale e rendimenti finanziari, è impossibile non vedere la politica antiquata e l’interesse nazionale dietro le quinte». Sarebbe questa la principale spiegazione dei movimenti di Borsa, laddove gli investitori istituzionali «hanno reagito male all’odore di intrighi politici».
L’archetipo è l’operazione Mps-Mediobanca dove, intrecci alla mano, è evidente che dietro alle logiche industriali che Lovaglio ha illustrato a Londra ci sia anche qualcos’altro. Così, mentre il capo del Paschi esalta il concetto di banca universale ritenendolo prevalente sull’assenza delle sinergie di costi che tanto piacciono agli investitori, allo stesso tempo glissa sul reale obiettivo strategico, ben sintetizzato da Bloomberg: «Gran parte del premio in questa acquisizione è il potenziale coordinamento tra le banche e i loro investitori su una quota del trenta per cento in Generali». Dove gli investitori sono Caltagirone e Delfin (gli eredi Del Vecchio), azionisti in Generali (rispettivamente con il sette e il dieci per cento), ma anche in Mediobanca (7,7 e 19,8 per cento) e Mps (cinque e 9,8 per cento).
E di qui discende il ruolo del governo Meloni, che ha sposato gli interessi di Caltagirone e Delfin fin dal suo insediamento. Prima varando quella Legge Capitali che ha tolto di mezzo la lista del consiglio di amministrazione, lo strumento che permetteva a Generali di proporre al mercato un management indipendente dagli interessi dei singoli grandi soci. E poi schierando Mps (di cui il governo ha poco meno del dodici per cento dopo aver ceduto il sette per cento proprio a Caltagirone e Delfin) all’assalto di Mediobanca. Il tutto nel nome dell’italianità di Generali, dei risparmi dei suoi assicurati e di quei trentasei miliardi di Btp che tiene in pancia.
Secondo un nuovo rapporto di Autonomous Research, una delle più importanti società di analisi finanziarie del mondo, l’acquisizione di fatto, e a condizioni favorevoli, di Mediobanca da parte di Delfin e Caltagirone «consoliderà il controllo diretto e indiretto di Generali» con «già 16 miliardi di euro di capitalizzazione di mercato nel settore finanziario italiano sotto l’influenza di questi azionisti, che potrebbero non condividere la stessa visione di alcuni dei manager e degli investitori istituzionali. Unita alle peculiari regole di governance italiane, questa situazione potrebbe complicare gli investimenti nel settore finanziario dell’Italia». Insomma, la carta sovranista usata dal governo per giustificare il suo intervento nel groviglio bancario, secondo questi analisti esterni, potrebbe finire per ottenere il risultato opposto e danneggiare il paese.
Che l’intreccio sia aggrovigliato lo dimostrano anche le ultime mosse di Unicredit, per il quale valgono considerazioni analoghe a Mps: la logica industriale di Bpm è spiegata dal ceo Andrea Orcel con l’esigenza di rafforzare il fronte degli impieghi alle imprese. Per essere sicuro di non essere intralciato dal governo, che nella scalata a Mediobanca ha indirettamente schierato proprio Bpm, Orcel si è comprato il cinque per cento di Generali, certo come investimento finanziario ma anche come merce di scambio nell’assemblea del prossimo 8 maggio chiamata a rinnovare il vertice. Assemblea dove non varrà, come si è detto, il voto di lista: gli investitori dovranno scegliere tra Mediobanca e Caltagirone/Del Vecchio. E tra questi, adesso, potrebbe esserci anche Orcel. Insomma, il groviglio e le vecchie abitudini forse non basterebbero a scoraggiare un grande fondo pensione giapponese dall’investire in Italia. Ma quel fondo straniero il problema di investire in Italia potrebbe porselo.
«Il paese – si legge su Bloomberg – rischia di tornare ai brutti vecchi tempi in cui l’Italia aziendale era legata a una complessa rete di interessi reciproci nota come il “salotto buono”. Ciò scoraggerebbe gli investimenti esteri e bloccherebbe lo sviluppo delle banche del paese. Rivolgerebbe l’Italia verso l’interno, in un momento in cui l’Europa ha bisogno di cooperare e persino di integrarsi di più per resistere alla divisione e al dominio delle politiche cinesi e americane. C’è potenzialmente un buon consolidamento da raggiungere in Italia, ma l’attuale stallo finanziario deve attenuarsi perché emerga». Se il governo Meloni è arrivato fino a oggi migliorando la ragione di credito del Paese è perché nella finanza pubblica si è mosso con prudenza. Rinunciando fin da subito a voli pindarici su tasse o pensioni. Poi ha aiutato anche la discesa dei tassi d’interesse.
Comunque, dalla fine del 2022 a oggi lo spread ha lasciato zona duecento punti per collocarsi sotto i centotrenta. Ma ora, di fronte al riassetto bancario, Meloni e Giorgetti corrono il rischio di sbagliare valutazione: non è tenendo in Italia il risparmio (ammesso che si possa fare) né difendendolo a torto o a ragione da possibili scalate straniere che si abbassa lo spread. Questo dipende, piuttosto, dall’affidabilità di un sistema Paese, dalla capacità di essere attrattivo, e dalla sua trasparenza.