Sacro sportL’attesa religiosa per una stagione di football nell’America profonda

In vista del Super Bowl del weekend pubblichiamo un brano da “Friday night lights” (uscito in una nuova edizione per 66Thand2nd), in cui H.G. Bissinger descrive l’annata incredibile dei Panthers di Odessa, Texas, raccontando attraverso il gioco uno spaccato della vita nel vecchio Sud degli Stati Uniti

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Ho visitato Odessa nel marzo del 1988. Ho parlato con il coach dei Permian Panthers e l’ho messo al corrente del mio proposito di vivere un anno in città e restare accanto alla squadra per tutta la stagione. Ho parlato anche con altre persone, ma perlopiù mi sono limitato ad andarmene in giro in macchina e a osservare. Era evidente che in quella città il football liceale era il fulcro della vita stessa. E da quello che avevo intravisto nel Southside, i cartelli in vendita e gli impianti petroliferi abbandonati sui campi che costeggiano la 80, ho capito anche che quella città, sotto la superficie, era agitata da molte altre correnti. 

A Odessa ho avuto l’opportunità di toccare con mano non solo l’influenza spropositata che lo sport esercita sulla vita degli americani, ma anche altri valori in cui credono, gli stessi di un certo tipo di America, un’America che esiste oltre i confini della celebre copertina di Steinberg, un’America di città industriali e agricole, di acciaierie e mono-economie in lotta per la sopravvivenza. Qual era l’atteggiamento verso la razza? Quali erano le posizioni politiche e, in vista delle elezioni del 1988, che cosa si aspettavano i cittadini dal loro presidente? In un paese dove istruire i giovani diventava sempre più difficile, come funzionava il sistema scolastico? A cosa si aggrappavano le persone, ora che la linfa vitale della loro economia era stata a poco a poco prosciugata? Che cos’era successo alla loro America? Il cuore mi diceva che a Odessa avrei trovato le risposte a tutte quelle domande, e non perché fosse una città del Texas, ma semplicemente perché era una città americana. 

Nel luglio del 1988 ho lasciato il lavoro al «Philadelphia Inquirer» e mi sono trasferito a Odessa. Il mese dopo ho incontrato per la prima volta i Permian Panthers, e nel corso dei trenta giorni successivi sono rimasto al loro fianco in ogni allenamento, ogni riunione, ogni partita, per raccontare gli alti e bassi di un giocatore di football liceale in una città come quella. Sono andato a scuola con loro, a casa con loro. Sono stato a caccia di serpenti a sonagli e in chiesa con loro, perché volevo raccontare quei ragazzi non solo come giocatori di football. E anche perché mi piacevano. Ho parlato con centinaia di persone per saperne di più sugli altri aspetti della città su cui ero venuto a indagare – che opinioni avevano sulle questioni razziali, sull’istruzione, sulla politica e sull’economia. Quasi tutto ciò che so di questa città l’ho appreso grazie a quelle conversazioni, mentre il resto è arrivato da sé vivendo lì ogni giorno, con una moglie e due gemelli di cinque anni. 

Odessa è diventata casa mia per un anno intero, il luogo dove abbiamo mandato i figli a scuola, abbiamo lavorato e votato e forgiato amicizie durature. È stato a Odessa che ho trovato le luci del venerdì sera, che risplendevano con più intensità di quanto mi sarei mai immaginato. E anch’io, come migliaia di altri, ne sono rimasto ipnotizzato. È successo anche a mia moglie. Ai miei figli. Come direbbe qualcuno: Quelle luci danno dipendenza, se vivi in un posto come Odessa. Sono la tua dose del venerdì sera. 

In quel periodo anche qualcos’altro mi tormentava: le parole di un uomo con un figlio che aveva frequentato la Permian High School e in seguito era diventato un velocista di livello mondiale. Quell’uomo riconosceva il fascino irresistibile esercitato dagli sport liceali, ma non poteva non vedere anche l’inevitabile pericolo insito nel fatto che un gruppo di adulti vivessero indirettamente attraverso i loro ragazzi. Sapeva che non esisteva nulla di più effimero dei sogni degli atleti delle scuole superiori. «Lo sport dura fino a un certo punto. Prima o poi deve finire. Ma nel frattempo dà vita a questo mondo di finzione in cui le solite regole non valgono più. Ci costruiamo un’atmosfera fasulla. Poi, quando tutto finisce, quando ci si ritrova a sguazzare nella dura realtà, il risveglio è traumatico… Tutti vorrebbero vivere il sogno, e se sei un atleta è possibile. Per loro è come vivere a Camelot. Poi però la vita continua». 

Considerato il livello di adulazione e notorietà che quei ragazzi ottenevano nell’arco di una sola stagione della loro vita, dubito che fossero incoraggiati a fare proprio un pensiero del genere. In quello stadio meraviglioso, settimana dopo settimana, mi sono reso conto che quegli adolescenti reggevano sulle spalle il peso di un’intera città. Questo libro è ambientato a Odessa, Texas, ma avrei potuto scegliere qualsiasi altro luogo di questa sterminata nazione in cui, il venerdì sera, una manciata di riflettori allampanati si erge verso il cielo e, per un istante, illumina con forza l’oscurità.

Tratto da “Friday Night Light. Una città, una squadra, un sogno” , di H.G. Bissinger, 66Thand2nd, 420 pagine, 20,00 euro

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