I topi ballanoCosa c’entra il riscaldamento globale con l’aumento dei roditori nelle nostre città

Le temperature invernali sempre più alte stanno creando le condizioni ideali per la proliferazione di questi mammiferi. È un problema non solo per la salute pubblica, ma anche economico e di sicurezza. E con l’incremento della popolazione urbana non può che peggiorare

AP Photo/LaPresse (ph. Gerald Herbert)

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – A novembre ho comprato una nuova giacca invernale, volutamente più leggera rispetto ai modelli che ho avuto finora. Vivo a Milano, città dall’umidità degna di Bangkok che ha visto la sua temperatura media aumentare di circa 2,5°C nel giro di quarant’anni. Ormai il “vero freddo”, con il termometro sotto lo zero anche dopo l’alba o durante le prime ore della notte, è un lontano ricordo, al di là di qualche settimana che climatologi e meteorologi non hanno paura a definire eccezionale. 

 Ho un ricordo ben preciso del tragitto casa-scuola in bicicletta quando ero al liceo: gli occhi che lacrimavano a causa del freddo e del vento tagliente. In questo periodo, pedalando verso la redazione de Linkiesta, arrivo spesso accaldato e con la classica gocciolina che scivola lungo la tempia. Nonostante la giacca più leggera rispetto agli ultimi inverni.

Le “nuove” temperature invernali sono forse più surreali rispetto a quelle che sperimentiamo nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre. Che non significa più fastidiose e pericolose, chiariamoci: come mostra una recente ricerca pubblicata su Nature medicine, l’aumento della mortalità legata al caldo estivo è destinato ad annullare i benefici dovuti alla riduzione dei decessi legati al freddo in inverno.  

A Roma in questi giorni si superano i 15°C, stessa cosa a Firenze e Palermo, mentre Milano e Bologna flirtano con i 10°C nel primo pomeriggio. Il cambiamento climatico sta stravolgendo la nostra percezione del freddo e sta rendendo la nostra “memoria meteorologica” sempre più corta, ma dobbiamo ricordare com’era il mondo prima di tutto questo: è uno sforzo necessario per capire, nel concreto, l’epoca in cui siamo immersi. L’aumento delle temperature urbane non è però solo una questione di sensazioni e impressioni dirette: le città sono ecosistemi complessi e intricati, pieni di vita e habitat diversi, e due o tre gradi centigradi in più possono scombussolare gli equilibri. 

Faccio questa premessa perché settimana scorsa è stato pubblicato un importante studio sulla rivista Science Advances, secondo cui l’aumento delle temperature sta facendo proliferare le popolazioni di topi e ratti nelle grandi città americane, europee e asiatiche. Il tepore invernale allunga la stagione degli accoppiamenti di questi roditori, che crescono numericamente anche grazie all’incremento della popolazione cittadina: più persone significa più rifiuti e più cibo per questi animali. Entro il 2050, stima l’Onu, il settanta per cento della popolazione globale vivrà nelle città, quindi il tema dei topi va affrontato in un modo o nell’altro.

Secondo lo studio, bastano appena due-quattro settimane l’anno di caldo invernale eccezionale (rispetto alla precedente normalità climatica) per favorire l’aumento della popolazione di topi e ratti, distinguibili principalmente per le loro dimensioni: il mus musculus, il topo comune, misura dai sedici ai ventiquattro centimetri (coda compresa), mentre i ratti possono toccare i trenta, quaranta e persino cinquanta centimetri di lunghezza. 

Negli ultimi anni, i roditori riescono a uscire allo scoperto anche d’inverno per cercare cibo, accumulando risorse essenziali ai fini della riproduzione. I topi durante la stagione fredda non vanno in letargo, ma in genere si mettono in modalità “risparmio energetico” per sprecare meno energie e gestire meglio il cibo in attesa dell’estate. D’inverno il consumo calorico di questi mammiferi può raddoppiare rispetto ai mesi più caldi, quando è più facile imbattersi in topi e ratti durante una passeggiata. 

Per capire l’impatto del riscaldamento globale sul numero dei ratti, gli accademici hanno analizzato i dati provenienti dai monitoraggi ufficiali e dagli avvistamenti segnalati dai cittadini alle autorità competenti. I roditori, secondo i risultati, sono aumentati nel sessantanove per cento (undici su sedici) delle metropoli sotto esame durante il periodo di osservazione, durato tra i sette e i diciassette anni a seconda del luogo (12,2 anni di media). La crescita delle temperature medie ha avuto un peso pari al 40,7 per cento sulla diffusione di questi mammiferi, e le metropoli peggiori sono state Washington DC, San Francisco, Toronto, New York City e Amsterdam.

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La prima lezione di questa ricerca è che i ratti sono un riflesso dei comportamenti umani, sia a livello macro, sia a livello micro. Le emissioni antropiche di gas serra hanno mandato in tilt il clima globale, causando – tra le altre cose – un aumento delle temperature molto apprezzato dai roditori. Nel quotidiano, invece, la cattiva gestione dei rifiuti da parte delle amministrazioni, la mole indegna di cibo gettato da ristoranti e supermercati (oggi, a proposito, è la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare) e i comportamenti poco civili del singolo stanno fornendo a questi animali l’ambiente ideale per proliferare.  

È sicuramente un problema per la salute pubblica, dato che sono circa quaranta le malattie che possono essere trasmesse dai topi agli umani, indirettamente (tramite il contatto con le loro deiezioni) o direttamente. C’è poi un tema economico e di sicurezza, perché i roditori possono danneggiare fili, travi e cavi elettrici, e in alcuni casi – scavando tunnel sotto le fondamenta – possono compromettere la stabilità di alcuni edifici. Nel giugno 2022, per dire, un ratto che ha rosicchiato dei fili elettrici a Torre de’ Roveri, in provincia di Bergamo, ha lasciato al buio trentamila persone per due ore. 

La seconda lezione è che il monitoraggio di topi e ratti – oggettivamente complesso da attuare – fa acqua da tutte le parti. Il termometro di questo fenomeno è ancora la cronaca locale. Spesso i residenti si lamentano di presunte invasioni, i giornali riprendono la notizia, scatta l’allarme e i Comuni alzano temporaneamente il livello di attenzione. Uno degli esempi più recenti riguarda la «colonia» di topi di via Madonnina nel quartiere milanese di Brera, oppure i roditori che hanno logorato i sistemi elettrici delle auto parcheggiate in alcune vie del quartiere romano di Tiburtino. 

A volte viene pubblicata qualche stima, come quella della Società italiana di medicina ambientale (Sima) su Roma, dove ci sarebbero più roditori (dieci milioni) che abitanti (2,7 milioni). Si tratta però di indagini svolte sporadicamente, senza continuità e un adeguato supporto istituzionale. «Raramente vengono condotti monitoraggi scientifici ufficiali. A causa dell’assenza di dati coerenti a lungo termine, non sappiamo ancora quanto siano efficaci i tentativi di controllare le popolazioni dei ratti: negli ultimi settant’anni si sono fatte poche ricerche in merito», si legge nello studio.

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