Goodbye, OstpolitikLe elezioni tedesche sono andate bene per la Cdu, ma per l’Europa ancora meglio

Il governo Merz sarà stabile, con una linea centrista e un forte impegno europeo per la difesa comune. L’AfD cresce ma la sua ascesa non è solo ideologica: è frutto della crisi economica, del Green Deal e della mancata integrazione

LaPresse

Le elezioni in Germania sono andate non bene, ma molto bene per il futuro del paese e soprattutto dell’Europa. Non solo per la straordinaria partecipazione popolare al voto dell’ottantaquattro per cento, prodotta da una larga mobilitazione e un sentito impegno contro l’estrema destra di Alternative für Deutschland. Il governo che sarà guidato dal futuro cancelliere Friedrich Merz sarà stabile e omogeneo sul lungo periodo, esattamente il contrario di quello di Olaf Scholz, perché sarà composto solo da Cdu-Csu e Spd e vedrà all’opposizione i Verdi, mentre i liberali del Fdp, cultori dogmatici della parità di bilancio e nemici assoluti del debito comune europeo auspicato da Mario Draghi, non sono riusciti a entrare nel Bundestag. 

Sarà un governo a trazione centrista, equilibrato dalla sinistra, in grado di affrontare la profonda crisi economica e soprattutto industriale della Germania, con un cancelliere europeista che intende puntare su un nucleo forte di nazioni per governare l’Europa: il Gruppo di Weimar (Germania, Francia e Polonia) a cui si aggiungono Italia e Spagna. Il governo tedesco non sarà sottoposto al ricatto ideologico dei Verdi sul Green Deal – che ha acuito la crisi industriale e spinto gli operai a votare Afd – così come sulle centrali nucleari, demagogicamente e irresponsabilmente chiuse da Angela Merkel dopo l’incidente di Fukushima del 2011.

Il nuovo governo sarà schierato a fianco dell’Ucraina toto corde e sarà in grado di affrontare con energia le follie trumpiane sulla Nato. Un governo che si impegnerà nella costruzione di una Unione europea finalmente concentrata sulla difesa comune, come ha subito annunciato lo stesso Merz il quale, tra i primi gesti, ha invitato a Berlino in visita di Stato il premier israeliano Bibi Netanyahu in voluta polemica con la Corte Penale Internazionale.

Quanto al dato negativo, l’indubbio exploit elettorale dell’estrema destra dell’Afd passata dal 10,35 al 20,8 per cento, va fatta chiarezza dissipando le nebbie di un’informazione tutta tesa a drammatizzare il quadro, e di una sinistra che tende solo a denunciare il pericolo fascista per ovviare alla propria mancanza di idee.

È vero che dentro Afd c’è un nucleo di dirigenti para nazisti, ed è preoccupante, ma è una componente marginale, come stima il direttore di Die Zeit Giovanni di Lorenzo. In realtà l’analisi del fenomeno è molto più complessa e contraddittoria, come lo è la biografia della sua leader Alice Weidel, sposata con una immigrata cingalese, madre di due figli adottivi ed ex manager di Goldman Sachs, residente in Svizzera, simbolo perfetto quindi della globalizzazione e del deprecato capitale monopolistico.

C’è poi un dato di fatto indubbio e contraddittorio con l’accusa di neonazismo nei confronti di Afd: il partito di estrema destra è marcatamente schierato a fianco di Israele, considerato avamposto dei valori dell’Occidente.

Questo preoccupante, anche se minoritario, atteggiamento aperto nei confronti del nazismo, per una contraddizione solo apparente, è di diretta responsabilità del cinquantennio di regime comunista al governo dei Länder dell’est. Il quarantadue per cento degli elettori tedeschi ha più di sessanta anni e quindi chi è nato a Est, nella Repubblica Democratica Tedesca, si è formato nella sua ideologia e non ha affrontato ed elaborato la colpa degli orrori del nazismo. 

I tedeschi dell’Est erano stati ovviamente tutti nazisti e complici pieni della Shoah, ma l’ideologia comunista della Rdt negava questo dato di fatto, fingeva che il popolo tedesco dell’Est avesse rappresentato un inesistente antinazismo di massa, sostenendo addirittura che i militari tedeschi avevano liberato Berlino assieme all’Armata Rossa. Il nazismo e le sue colpe, secondo questa lettura comunista, erano unicamente parte della vicenda dell’Ovest, della Repubblica Federale Tedesca.

Dunque, a Est, non c’è stata alcuna elaborazione critica delle colpe tragiche della Germania nazista, al contrario invece si è assistito a una assoluzione totale e pregiudiziale. Da qui oggi il mancato rigetto del nazismo, la sua relativizzazione e le orrende battute di alcuni dirigenti di Afd.

Oltre la metà del 10,5 per cento dei suoi nuovi voti rispetto al 2021 proviene da sinistra, da ceti operai e popolari che per decenni avevano votato la Spd, ormai sgretolatasi, e i Verdi. Questi due partiti infatti hanno perso cumulativamente il 12,2 per cento rispetto al 2021, e solo una metà di questi voti persi è confluita a sinistra nella Linke e nella Bsw di Sarah Wagenecht, il resto è andato alla Afd. Da parte sua, la Cdu-Csu che ha guadagnato il 4,4 per cento, ha preso voti soprattutto dal tracollo della Fdp, non certo da quello della sinistra.

Dunque, un voto tedesco volatile che ricorda il fenomeno italiano di quel 40,81 per cento dei voti del Partito democratico di Renzi nel 2014, poco dopo ridotto alla metà, e soprattutto di quel trenta per cento di suffragi che si è spostato nell’arco di un pugno di anni dalla Lega ai Cinquestelle per poi confluire in Fratelli d’Italia.

Si tratta di un voto a destra di strati popolari, non ideologico, non di opinione, ma con solide ragioni materiali: la crisi industriale tedesca, peggiorata da un irrealistico Green Deal; l’inflazione e la crisi economica col calo della produzione industriale; la mancata integrazione di larga parte dei 7,5 milioni di immigrati, in primis i 5,6 milioni di musulmani, un fenomeno acuito dalle politiche di accoglienza di nuovi milioni di immigrati arabi scelte da Angela Merkel dal 2015 in poi. 

A causa della mancata integrazione dei Länder dell’est post comunista, per colpa di un atteggiamento para coloniale dei Länder occidentali, permangono sensibili differenze salariali e occupazionali. Questo fa sì che, in questa parte del paese, Afd raggiunga il trentadue per cento e sia il primo partito. Di fatto, il successo di Afd coincide col fallimento epocale su tutti i piani, il peggiore della sua storia di centocinquanta anni, della Spd guidata dallo sbiadito Olaf Scholz.

La mancata integrazione di gran parte degli immigrati musulmani, unita alla persistente minaccia del terrorismo jihadista che colpisce le città tedesche, spiega il sostegno delle fasce popolari più colpite dagli effetti della migrazione alla reazione suprematista dell’AfD. Spiega anche il ritorno alla cultura Volkisch che è stato nell’Ottocento un fenomeno complesso, come ben ha spiegato il poco ascoltato George Lachmann Mosse, che non può essere meccanicamente assimilato al nazismo come si fa sui media. Senza dilungarci sul punto, parallelo e contemporaneo al fenomeno Volkisch è stato il fenomeno Richard Wagner, nei cui confronti e nella cui complessità giustamente non si fa più nessuna banalizzazione paranazista.

Infine, ma non per ultimo, c’è un solo dato che preoccupa nel risultato delle elezioni in Germania: il 34,57 per cento dei voti, più di un terzo è andato a partiti filo putiniani e filo russi, di estrema destra come di estrema sinistra, Alternative für Deutschland, Die Linke e Bündnis Sarah Wagenecht. Dunque, una reazione popolare negativa più che consistente all’appoggio e alla solidarietà della Germania della Spd e della Cdu-Csu all’Ucraina ferocemente aggredita, una apertura di credito totalmente immeritata alla leadership criminale di Vladimir Putin e un’ipoteca gravissima sull’intera Europa nel caso il governo del cancelliere Merz fallisca nei prossimi cinque anni soprattutto sul recupero della crisi economica.

A spiegazione di questo dato drammatico, anche dal punto di vista della maturità politica di più di un terzo dell’elettorato tedesco, vi sono due elementi che si sommano al ritorno in auge dell’ammirazione per l’uomo forte. Innanzitutto, il costo pagato dai settori più popolari alle sanzioni anti Russia e in primis alla chiusura di North Stream 1 e 2 col costo del metano andato alle stelle con conseguente cadute sull’occupazione, sulla produzione industriale e sul costo delle bollette per le famiglie. Su questo hanno esplicitamente giocato in campagna elettorale sia l’estrema destra sia l’estrema sinistra, riscuotendo facili successi.

Ma poi ha giocato una specificità della cultura politica della Germania contemporanea. Dagli anni Sessanta e Settanta, anche nei passaggi più feroci della Guerra Fredda e della vicenda degli Euromissili (proposta tedesca), tutta la leadership della Germania ha puntato sulla Ostpolitik, sulla apertura di relazioni economiche pacifiche con la Russia. Una strategia di lungo periodo iniziata in realtà da Konrad Adenauer, issata come bandiera da Willy Brandt e poi confermata e sviluppata da Helmuth Schmidt, da Helmuth Kohl, da Gerhard Schröder e portata al parossismo da Angela Merkel.

 Il valore della Ostpolitik era epocale, straordinario, perché era politico e metteva fine a ottocento anni di aggressioni militari tedesche, dai Cavalieri Teutonici in poi, verso Est, verso la Polonia e la Russia, traducendo la parola d’ordine millenaria Nach Ost!, espandiamoci a est, in una pacifica proposta di intensi, nuovi, legami commerciali ed economici.

Sulla Ostpolitik, allargata al mercato cinese, Angela Merkel ha costruito il successo dei suoi sedici anni di cancellierato, dopo di che il trauma dell’aggressione russa all’Ucraina ha fatto letteralmente saltare tutto il suo modello economico e la Germania ha cessato di essere la locomotiva d’Europa. Il terremoto elettorale appena registrato nelle urne tedesche riflette le conseguenze di questo trauma.

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