Fate PristinaLe elezioni in Kosovo e il probabile secondo mandato di Albin Kurti

Il Paese balcanico si prepara alle elezioni parlamentari del 9 febbraio in un contesto abbastanza polarizzato ma che sembra al momento volgere a favore del premier uscente, il quale ha spesso assunto opinioni particolari sul rapporto con Serbia e Stati Uniti

AP/Lapresse

Il Kosovo ha vissuto ben pochi momenti di vera stabilità politica nella sua breve storia. Le continue tensioni di confine con la vicina Serbia sono sempre state una questione di primo piano di tutti i governi che dal 2008 si sono susseguiti. Domenica 9 febbraio gli oltre un milione e mezzo di cittadini kosovari – più i circa centomila residenti all’estero – saranno chiamati a eleggere la nuova formazione dell’Assemblea della Repubblica. Il primo ministro uscente Albin Kurti del partito nazionalista di sinistra Vetevendosje! è, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati il 16 gennaio dall’agenzia Valicom, favorito per la vittoria.

La costituzione kosovara prevede che una singola legislatura duri per quattro anni, ma dal 2008 nessuno dei precedenti cinque governi ha portato a termine il mandato. L’unica eccezione è l’attuale amministrazione proprio di Kurti, che già nel 2020 aveva presieduto l’Assemblea per pochi mesi da febbraio a giugno prima di essere sfiduciato dallo stesso parlamento. Dopo un periodo segnato dal breve governo di Avdullah Hoti, nel marzo 2021 la corte costituzionale kosovara annullò il voto di fiducia concesso allo stesso Hoti e indusse nuove elezioni. Il partito di Kurti stravinse la competizione con il cinquantadue per cento dei consensi ottenendo la maggioranza assoluta.

Il quadriennio governativo di Kurti ha rappresentato una novità per il Kosovo e le sue relazioni con la Serbia, gli Stati Uniti e l’Unione europea. Il primo ministro uscente ha più volte dichiarato che la questione della normalizzazione dei rapporti con Belgrado non era e non è una priorità nella sua agenda politica. Di fatto Kurti ha riposto in un cassetto gli Accordi di Washington che il suo predecessore Hoti aveva portato avanti con Belgrado attraverso la mediazione dell’allora presidente americano Donald Trump nel 2020. Durante il suo mandato Kurti ha concentrato i suoi sforzi sulla miglioramento della politica interna del piccolo Stato balcanico: dalla lotta alla corruzione, piaga che da decenni affligge il Kosovo, a una politica economica atta a cercare di sollevare una Paese tra i più poveri della regione europea.

Alla luce di quanto fatto durante il suo mandato, Kurti cerca il bis al governo. Un ulteriore fattore a suo favore è la sua particolare condizione personale e politica all’interno del contesto kosovaro. Nativo di Prishtina, Kurti è stato l’unico tra gli ex primi ministri a non aver preso parte attivamente alle guerre che tra il 1998 e il 2000 hanno dilaniato la regione balcanica. La sua lunga carriera di attivista politico lo ha portato ad essere più volte arrestato barbaramente dalla polizia serba del governo repressivo di Slobodan Milošević. Kurti è stato infatti liberato nel 2001 dopo la normalizzazione della situazione post bellica, rappresentando una prima fiamma di speranza per la popolazione kosovara-albanese.

Prima di dedicarsi alla politica in senso stretto è stato protagonista di diverse manifestazioni non violente nelle piazze del paese, contro la corruzione dilagante e a favore delle famiglie delle vittime di guerra. Proprio sulla loro estraneità dal torbido passato del Kosovo, Kurti e Vetevendosje! fondano la loro campagna politica che in passato è stata vincente. E probabilmente grazie al suo atteggiamento oltranzista nei confronti di Belgrado è riuscito a portare avanti una legislatura completa e il favore della stragrande maggioranza della popolazione kosovara.

Dei ventisette gruppi politici che si sono registrati alle liste elettorali per concorrere in parlamento il prossimo 9 febbraio, due in particolare sono gli avversari più conclamati di Vetevendosje! e del primo ministro uscente.

In primo luogo L’Alleanza per il Futuro del Kosovo (Aak), partito che tra il 2019 e il 2020 ha dapprima governato insieme allo stesso Kurti contribuendo alla sua maggioranza. Il candidato premier dell’Aak è Ramush Haradinaj, uno dei principali ex leader dell’esercito di liberazione nazionale del Kosovo (Uçk), già alla guida del governo prima sotto mandato delle Nazioni Unite per un breve periodo tra il 2004 e il 2005, poi nel Kosovo indipendente tra il 2017 e il 2020. Nel primo caso fu costretto a dimettersi perché accusato di crimini di guerra commessi durante il conflitto del 1999. Eroe dei kosovari-albanesi, Haradinaj è sicuramente un nemico della Serbia, da sempre sostenitore di un governo indipendente di Prishtina e per questo motivo avversario  in senso strettamente elettorale, di Kurti.

Le altre due liste storicamente forti, il Partito democratico del Kosovo (Pdk) e la Lega democratica del Kosovo (Ldk), sono gli schieramenti più tradizionali che dall’indipendenza del Paese nel 2008 e fino al 2020 si sono alternati alla guida del governo e che nelle ultime elezioni del 2021 hanno subito un crollo importante di consensi dovuto all’exploit di Kurti e di Vetevendosje!. Entrambi sono dati rispettivamente al diciannove e quindici per cento.

Ciò che si prevede, a prescindere da chi sarà il nuovo primo ministro del Kosovo e da come sarà composta la maggioranza parlamentare, è un probabile raffreddamento dei rapporti con la Serbia. In passato, come accennato, il presidente Trump nel suo scorso mandato aveva provato in qualche modo a ergersi come un mediatore tra le parti, con l’Unione europea a fare da spettatrice attiva. In un momento storico come quello attuale però, è molto probabile, spiega a Linkiesta il ricercatore dell’Istituto per gli Studi Politica Internazionale (Ispi) Giorgio Fruscione, che è possibile che avvenga un «disimpegno americano dalla regione e una maggiore anarchia nel considerare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e anche nei Balcani, il tutto a vantaggio della Serbia, perché è il Paese più soddisfatto dall’elezione di Trump. Si lascia carta bianca al governo di Belgrado di tutelare i propri interessi in Kosovo e credo che con Trump si perderà il ruolo avuto durante Biden, ossia sponda diplomatica al ruolo di Bruxelles».

Per ciò che concerne i rapporti con l’Unione europea, nel dicembre 2022 il Kosovo ha presentato formalmente la richiesta per ottenere lo status di candidato ufficiale. Il tutto è ovviamente in fase di evoluzione e molto dipenderà anche dallo svolgimento delle imminenti elezioni, per le quali l’Unione europea ha inviato una delegazione con il compito di garantirne il corretto svolgimento: «Incontrare i leader e i rappresentanti dei principali partiti politici, il presidente e i membri della Commissione elettorale centrale, l’osservatore capo della missione di osservazione elettorale dell’Unione, nonché la Commissione per i media indipendenti, rappresentanti dei media e della società civile, prima di osservare il voto del 9 febbraio», si legge sulla nota ufficiale.

Inoltre, il Consiglio europeo ha nominato il diplomatico danese Peter Sørensen come Rappresentante speciale dell’Unione europea per il dialogo Serbia-Kosovo, con l’obiettivo di normalizzare le relazioni tra i due Stati. Da ricordare, a proposito, che l’indipendenza del Kosovo è riconosciuta attualmente da ventidue paesi su ventisette dell’Unione europea: i Paesi che non lo riconoscono sono Spagna, Slovacchia, Romania, Cipro e Grecia. Inoltre, il Paese non ha ancora ottenuto lo status di candidato alle Nazioni Unite ed è riconosciuto da centotre Stati su centonovantatré, tra i contrari figurano Federazione Russa e Cina.

Proprio a proposito del governo di Mosca e delle sue ingerenze storiche e non sui Paesi dell’ex sfera d’influenza sovietica, Fruscione aggiunge: «Non credo che per elezioni kosovare la Russia possa avere un ruolo diretto e anche post elezioni. Il ruolo del Cremlino nella questione è sempre stato indiretto, non mi aspetterei un qualcosa di più oltre che parteggiare per la Serbia». Poi conclude, a proposito del ruolo mediatore dell’Unione europea: «Proverà secondo me a far proseguire il processo di normalizzazione. L’Unione europea ha un interesse strategico nello stabilizzare la regione affinché la situazione non venga sfruttata in modo indiretto dalla Russia. La nomina di Sørensen reitera l’impegno in una situazione complicata. Negli ultimi cinque anni la commissione si è avvalsa di due diplomatici, Josep Borrell e Miroslav Lajčák, entrambi provenienti da Paesi – Spagna e Slovacchia – che non riconoscono il Kosovo. Le nuove nomine lasciano intravedere un ruolo più assertivo e meno improntato a risolvere le semplici crisi».

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