Ingiustizia normalizzataMaysoon Majidi, e le conseguenze della criminalizzazione dei migranti

Sono trascorsi due anni dal naufragio avvenuto nelle acque di Steccato di Cutro, in Calabria. Il calvario giudiziario dell’attivista curdo-iraniana, recentemente assolta dall’accusa di «scafismo», è legato al decreto legge che arrivò dopo quella tragedia. «Questa legge è assolutamente irragionevole e viola i diritti umani e dei rifugiati», dice la ragazza

Maysoon Majidi

La vicenda di Maysoon Majidi, l’attivista curdo-iraniana assolta il 5 febbraio dalle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è legata al decreto Cutro, il provvedimento introdotto dal governo italiano in seguito al naufragio avvenuto la notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, nelle acque di Steccato di Cutro, in cui morirono novantaquattro persone. Il decreto legge inasprisce le pene per le persone che arrivano in Italia irregolarmente via mare. Uno dei reati introdotti è quello che riguarda i cosiddetti «scafisti», cioè le persone che guidano le barche su cui arrivano migranti e richiedenti asilo, a cui toccherebbero pene dai venti ai trent’anni di carcere.

Majidi, regista e attrice che a luglio farà ventinove anni, aveva raggiunto l’Italia il 31 dicembre 2023, dopo cinque giorni di navigazione dalla Turchia. Nel 2019 aveva lasciato l’Iran, dove i curdi sono perseguitati dalla Repubblica Islamica, per trasferirsi nel Kurdistan iracheno. Qui aveva continuato la sua attività in difesa dei diritti umani del suo popolo. Poco dopo, però, aveva deciso di partire verso l’Europa, poiché l’Iraq le rifiutava il permesso di soggiorno.

Con un viaggio costato migliaia di euro e pagato dal padre, professore in Iran, Majidi era sbarcata in Calabria, dove era stata fermata. La procura di Crotone, sulla base delle testimonianze di due delle oltre settanta persone a bordo, aveva avanzato nei suoi confronti l’accusa di essere «l’aiutante del capitano», per aver distribuito acqua e cibo sulla barca. Dopo dieci mesi trascorsi nelle prigioni di Castrovillari e Reggio Calabria e oltre un anno di processo, Majidi è finalmente libera.

Maysoon Majidi, come hai reagito alla notizia dell’assoluzione?
Ho provato un senso di orgoglio e una seconda rinascita, perché una nuova versione di me è uscita dalla prigione piena di esperienze nuove e con il desiderio di fare tante cose.

Perché al momento dell’assoluzione hai citato il poeta palestinese Mahmoud Darwish?
[«Vengo da una terra dove c’era tutto, non mancava niente, l’unica cosa che mancava era la libertà che era nelle mani di un dittatore»]

Durante gli ultimi mesi sono stata molto umiliata come rifugiata e ho attraversato un periodo difficile, ma allo stesso tempo sentivo nel profondo del cuore la nostalgia della mia patria. Questa breve poesia di Darwish poteva esprimere con un grido la ferita che avevo nel cuore. In tutti quei momenti pensavo solo che, se il mio Paese fosse stato libero, io e tanti altri non avremmo dovuto soffrire molte difficoltà. Inoltre, le sue parole possono offrire ispirazione ad altri, perché anche lui ha scritto contro l’occupazione e la violenza, e per l’amore nei confronti della sua patria.

Sei una militante politica. Come hai preso la solidarietà di tanti attivisti alla tua causa?
Secondo me, avere dei sostenitori non ha a che fare con l’affetto personale, ma con gli obiettivi e il messaggio che portiamo avanti. Potrebbe sembrare strano, ma negli ultimi anni non ho nemmeno avuto il tempo di creare un profilo personale per archiviare i miei lavori, e i contenuti che pubblicavo sulle mie pagine professionali erano sotto pseudonimi (come Arwa, Dayan e Ejin). Da quando avevo nove anni, sono sulla scena teatrale e c’è sempre stata attenzione su di me. Ma quando sono entrata nel mondo della politica e dei diritti umani, le mie priorità sono cambiate, e l’unica cosa che conta per me è l’obiettivo. Non mi importa se nemmeno una persona sa di me o di quello che faccio. Io porto avanti il mio lavoro. Dobbiamo essere in grado di fidarci l’uno dell’altro per unirci e continuare la lotta.

A cosa pensavi mentre eri in cella?
In prigione pensavo molto al futuro, alla libertà e al giorno in cui sarei stata di nuovo con la mia gente. Passavo il mio tempo a scrivere e disegnare. Ho scritto tutti i miei pensieri e nei prossimi mesi li condividerò in un libro.

In cosa hai riposto la tua speranza in quei giorni?
Io penso che il modo in cui si vive sia importante e il modo in cui si muore lo sia doppiamente. Ho fatto un lungo sciopero della fame per protestare contro la lentezza del processo e certamente non avevo paura di morire. Ma ciò che mi ha dato forza è stata la certezza che non doveva finire così: non dovevo permettere la distruzione della mia personalità e non dovevo rimanere in silenzio davanti a questa ingiustizia. Non solo per me stessa, ma per le centinaia di altri rifugiati indifesi che potrebbero essere vittime, dovevo essere l’ultima vittima di una tale ingiustizia. La nostra lotta per la libertà della nostra terra e del nostro popolo non è finita: e io ho tanto lavoro da portare a termine e una grande responsabilità da portare avanti per un domani libero. (Queste frasi mi danno forza). Io ho incontrato molte donne nelle due prigioni di Castrovillari e Reggio Calabria. Ho sentito le loro storie e le ho viste da vicino: devo raccontare quello mi hanno raccontato.

Come hai preso le parole dell’accusa nei tuoi confronti?
La mia reazione è stata quella di fornire la verità e prove reali e oneste. Non so ancora se sia stato un manipolatore dietro le quinte o se sia stata la legge (articolo 12 del «decreto Cutro») a causare il mio arresto. In ogni caso, la mia risposta è: “Tu mi hai fatto questo, ma io combatterò anche per il tuo diritto”.

Soffermiamoci per un attimo sulla parte legislativa, cioè sul decreto Cutro.
A mio avviso, questa legge è assolutamente irragionevole e viola i diritti umani e i diritti dei rifugiati. Perché tutti sappiamo che i trafficanti di esseri umani e coloro che organizzano i viaggi non sono sulle barche, e coloro che sono a bordo sono persone che fuggono dalla guerra e dalle minacce di esecuzione capitale, tortura e carcere. Sono d’accordo con i controlli dei rifugiati, perché ci sono persone che mentono, rappresentando anche un pericolo per gli attivisti politici. Ma questo aspetto dovrebbe essere chiarito durante il colloquio, non all’arrivo.

In questi mesi sei stata accompagnata da tuo fratello. Puoi descrivere il rapporto con lui?
Oltre a tutte le nostre giornate e ricordi di infanzia, Rajan e io abbiamo anche condiviso le nostre lotte e le nostre attività. Lo ammiro molto. Oltre alle sue attività per i diritti umani e i diritti delle donne, è molto attento anche all’ambiente e agli animali. Ricordo che durante il bombardamento nei campi nel Kurdistan, non abbiamo avuto notizie di lui per alcune ore. Poi abbiamo scoperto che lui e un suo amico, quando tutti erano fuggiti nel rifugio, erano entrati nel villaggio e avevano liberato cani e animali domestici che erano rimasti chiusi in casa. Poi ci avevano raggiunti. Nel momento in cui ero in prigione era molto dispiaciuto e giorno e notte si è impegnato perché io venissi liberata. Gli sarò sempre grata.

Che battaglia stanno combattendo oggi i curdi in Iran?
Il popolo curdo ha sempre affrontato innumerevoli sfide. Non solo lotte politiche, ma anche di difesa dell’identità, della cultura, della storia. C’è una resistenza contro la discriminazione razziale e le attività lavorative, e per la salvaguardia della lingua e delle risorse naturali e ambientali. Le repressioni nelle regioni curde sono sempre state maggiori di quelle di altre regioni, e il numero di esecuzioni e prigionieri politici è più alto rispetto a quello di altre parti dell’Iran.

Hai dovuto lasciare l’Iran. Cosa ti manca del tuo Paese?
Lasciare la patria non significa odiarla, ma è l’amore per la patria che ci ha spinto a scegliere la strada della lotta e non ci fermeremo. Abbracciare la patria nel giorno della libertà e della vittoria è il desiderio di tutti noi.

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