Se il gangster di Washington volesse davvero far tornare grande l’America dovrebbe andare al fronte, nell’Ucraina orientale, e intimare al dittatore russo «Mr. Putin go back home», come fece un grande presidente americano, Ronald Reagan, nel 1987, col famoso discorso di Berlino dove disse: «Mr. Gorbachev, tear down that wall», «Signor Gorbachev, abbatta quel muro». Oppure dovrebbe fare come un altro grande presidente americano, John Fitzgerald Kennedy, sempre a Berlino: piantare una bandiera americana a Kyjiv e pronunciare un discorso che passerebbe alla storia per «Ya kyianyn», «io sono un kyjiviano», una versione contemporanea dell’«Ich bin ein berliner» kennedyano.
Un vero presidente americano andrebbe a Kyjiv per dire al mondo libero oggi rappresentato dall’Ucraina che «duemila anni fa, il vanto più grande era “Civis Romanus sum”, mentre più di mezzo secolo fa era “Ich bin ein Berliner!”. Oggi il vanto più grande è “io sono un kyjiviano”». E invece niente, il manigoldo della Casa Bianca, il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti, si inginocchia davanti a Vladimir Putin e taglieggia Volodymyr Zelensky, mentre il suo problematico finanziatore adolescente, Elon Musk, minaccia di staccare Internet agli ucraini aggrediti dall’imperialismo russo.
Kennedy era un presidente Democratico, per quanto uno di quelli che ha fatto grande l’America non può essere un modello palatabile per un tamarro come Trump, sebbene poi il tamarro non si sia fatto problemi a nominare un Kennedy picchiatello come ministro antivaccinista della salute americana. Meglio quindi tornare a Reagan, il gigante repubblicano che, assieme a Margaret Thatcher e a Papa Wojtyla, non esattamente un terzetto woke, ha sconfitto il comunismo e ha vinto la guerra fredda «senza sparare un colpo», come si dice con frase menzognera ma efficace. Reagan, infatti, difese l’Europa, non si genuflesse ai boss del Cremlino come sta facendo Trump. Reagan aiutò la Polonia invasa dai carri armati russi, sostenne Solidarnosc, i dissidenti sovietici e i democratici dell’Europa dell’Est, certo non li accusò di essere loro la ragione e la causa dell’imperialismo di Mosca.
Nel 1988, Reagan si rivolse ai cittadini europei per dire che «la Nato è il fulcro della politica estera e della sicurezza degli Stati Uniti. Preservare un’Europa pacifica, libera e democratica è essenziale per mantenere gli Stati Uniti pacifici, liberi e democratici. Se le nostre democrazie sorelle non sono sicure, noi non possiamo essere sicuri. Se voi siete minacciati, noi siamo minacciati. Se voi non siete in pace, noi non possiamo essere in pace. Un attacco a voi è un attacco a noi». Confrontate le parole di uno dei presidenti che hanno fatto davvero grande l’America con i tweet del losco figuro che al momento occupa lo Studio ovale (scrivo «al momento», consapevole che, a questo punto, non è scontato che ci saranno altre elezioni presidenziali americane nel 2028).
Un altro presidente repubblicano, George W. Bush, provò a installare missili Nato nella Repubblica Ceca e in Polonia, formalmente per proteggere l’Europa da un attacco iraniano, ma anche come deterrente nei confronti del rinnovato espansionismo russo. Con una mossa meno rozza, ma simile a quella di Trump, Barack Obama smantellò il progetto difensivo di Bush, offrì un patetico reset a Putin, un azzeramento e riavvio dei rapporti con Mosca, e lasciò campo quasi libero alla guerra ibrida della Russia in Europa e a quella tradizionale in Medio Oriente, in particolare dopo la débâcle della «linea rossa» sull’uso delle armi chimiche che Obama fece impunemente superare al dittatore siriano filorusso Bashar Assad.
Se davvero il manigoldo di Washington volesse far tornare grande l’America ribalterebbe la politica estera obamiana di gestione del declino americano, anziché rianimarla con metodi e toni da Al Capone, e correrebbe a Westminster, come fece ancora una volta Reagan, o andrebbe al Parlamento europeo di Bruxelles, ad annunciare che l’imperialismo russo finirà nella «spazzatura della storia». Oppure inonderebbe i social del suo amichetto sudafricano di meme sull’«impero del male», altra espressione storica reaganiana, oggi guidato da Cina e Russia e Corea del Nord, anziché fare domanda di iscrizione al club delle autocrazie illiberali.
La politica estera di Trump non vuole far tornare grande l’America, vuole smantellare il reticolo di alleanze, di trattati e di organizzazioni sovranazionali che il genio americano ottant’anni fa ha creato per guidare il mondo libero.
La politica estera di Trump punta a costruire un’alleanza di bulli, potenti e violenti, sul modello del cartello dei narcos. Trump immagina di fare il boss dei boss di una nuova Yalta (località che peraltro si trova in Crimea, cioè in Ucraina) per spartirsi il mondo in pochi mandamenti su cui esercitare sfere di influenza, sciacallaggi, ed estorsioni. Ma più che Yalta, il progetto di Trump è un patto Molotov-Ribbentrop tra cosche mafiose.
Da Truman ad Eisenhower, passando per Kennedy e Lyndon Johnson, fino a Reagan, Clinton e i Bush, la politica estera americana ha trattato gli alleati, in particolare gli europei, come l’avamposto libero e democratico da difendere e sostenere per garantire libertà e benessere anche agli americani.
Oggi l’America è guidata da un predatore e da fedeli proud boys cresciuti nella temperie dell’apartheid sudafricano, infierisce sui sostenitori dello stato di diritto e si adopera per far tornare i nazisti in Germania e in Europa.
L’America non è più quella «città illuminata sulla collina», come dicevano i padri fondatori degli Stati Uniti, che guida e indirizza la retta via verso la libertà e il progresso.
La spinta propulsiva della rivoluzione americana è terminata, l’eccezionalismo americano, la missione civilizzatrice e la guida del mondo libero sono diventate sovrastrutture di un passato che ha fatto grande l’America e che ora è stato tradito. Toccherà a Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia, Canada, ai Paesi baltici, e a tutta l’Europa, trovare un rimedio in fretta, costruire una “coalition of the willing” che si ispiri al coraggio e all’abnegazione degli ucraini, gli unici combattenti per la libertà su cui oggi quel che resta del mondo libero può contare. Volenterosi, fate qualcosa. Do something.