In Russia non si è verificato quel fatto fondamentale che ha cambiato il corso degli eventi in Spagna, Portogallo, Grecia e negli ex regimi comunisti dell’Europa centrale: il potere non è mai passato dal governo all’opposizione tramite elezioni. Si è constatato che, senza questo passaggio cruciale, lo smantellamento della vecchia dittatura finisce facilmente per dare vita a un regime con le medesime caratteristiche.
Concedere il potere all’opposizione nel 1996, in occasione delle seconde elezioni democratiche del presidente russo, a molti sembrava impensabile. Dopotutto, si trattava degli stessi comunisti che, con gran fatica, si era riusciti a rimuovere dal potere dopo settant’anni di usurpazione, e con i quali l’opposizione in Spagna dichiarava apertamente la propria continuità. Tanto che si era creata una situazione in cui sembrava che i rivali del primo governo democratico alle elezioni spagnole non fossero i socialisti o i rispettabili conservatori, bensì i franchisti ortodossi, il «bunker» o Tejero.
Tornando alla Russia, si può intuire perché le cose siano andate in un certo modo e perché la società si sia lasciata trascinare nuovamente in una dittatura. Il regime putiniano presenta alcuni aspetti che ne hanno propiziato il successo. In primo luogo, la gradualità. Una volta che la condizione di democrazia controllata, di una democrazia in mani sicure, è stata ritenuta accettabile, queste mani hanno gradualmente, ma con sempre maggior forza, aumentato la stretta sulle leve del potere, tanto gradualmente da rendere complicato individuare il punto di cristallizzazione di una vera e propria dittatura.
Dopo il 24 febbraio 2022 non vi è più alcun dubbio che di questo si tratti, ma, prima di allora, l’autoritarismo russo non ha avuto una data d’inizio riconosciuta da tutti, come l’insurrezione franchista o il colpo di Stato greco, o persino il referendum sul regime del Nuovo Stato in Portogallo. In Russia, la società è stata davvero cucinata a fuoco lento. Contemporaneamente, il regime ha sfruttato le paure ingenerate dalla rivoluzione. Alla fine dell’epoca sovietica, la rivoluzione comunista del 1917 era ricordata dalla stragrande maggioranza della popolazione come un evento terribile e catastrofico. Il paradosso è che sono state proprio la glasnost’ e la libertà di parola a contribuire a far sì che la società russa acquisisse consapevolezza dell’enormità della sciagura del terrore rivoluzionario, della carestia, della fuga di milioni di connazionali e della guerra civile.
Proprio come gli spagnoli volevano evitare a tutti i costi il ripetersi della guerra civile, così i russi avevano iniziato a temere la rivoluzione. Nel processo di trasformazione politica, il crollo dell’Unione Sovietica ha generato, sia pur su scala minore, nuove emergenze e ha definitivamente consolidato la paura di sanguinosi sconvolgimenti. La Russia è stata privata degli ulteriori benefici che si erano rivelati efficaci nel periodo di transizione di Spagna e Portogallo. In Spagna, il senso di devozione personale verso il capo della nazione, suscitato dai quarant’anni di potere individuale di Franco, assurto a personificazione dello Stato, si era trasferito sul monarca costituzionale senza potere.
In Russia, anch’essa incline alla personificazione del potere, la devozione dei cittadini si è rivolta al capo dell’esecutivo con poteri ampliati. Così, potere, risorse politiche e simboliche si sono fusi in un’unica persona, dando vita a una sorta di monarchia assoluta con organi consultivi rudimentali come la Duma.
A differenza della Chiesa cattolica, il cui centro si trova all’interno dei confini di un altro Stato senza essere soggetto alle sue autorità (ammesso che l’Italia non ne detenga una sorta di golden share), la Chiesa ortodossa russa è molto più strettamente legata al governo e, malgrado una separazione formale, non solo dipende da esso, ma è incline a sottomettersi al potere politico. E dato che l’iperstatalismo di Putin si è dichiarato difensore dei valori cristiani, la Chiesa ortodossa russa ha stabilito che il modo migliore per conseguire i propri obiettivi fosse fondersi con il potere statale. In questa fusione ha perso se stessa, trasformandosi in una sorta di “ministero della Tradizione e della Propaganda” pseudoreligiosa del Cremlino.
Se in Spagna e Portogallo, per non parlare della Grecia, alcuni partiti politici storici erano sopravvissuti alla dittatura con l’esilio e la clandestinità, in Russia si è reso addirittura necessario creare dal nulla sia il sistema politico sia la classe politica. È stato indispensabile costruire da zero anche una classe di proprietari privati, che sponsorizzassero i partiti e fossero in genere interessati all’esistenza di un sistema giudiziario affidabile. Le probabilità che questi assoluti novellini degli affari e della politica commettessero un errore fatale erano molto alte. E hanno commesso l’errore di preferire la sostanza alla forma, vale a dire di puntare su Eltsin, persona di cui potevano fidarsi, piuttosto che sulle istituzioni. In questo modo, nei primi anni successivi alla fine del regime comunista hanno consolidato nella popolazione la diffidenza nei riguardi delle competizioni elettorali e, in generale, delle istituzioni democratiche.
Infine, per le dittature di ieri, nel Sud e nel Centro Europa, la democrazia non era soltanto un insieme di idee, ma anche una sfida geopolitica. La dittatura, persino nella sua forma più blanda, rappresentava un ostacolo all’adesione alla Cee, che si configurava come una zona di libertà e di prosperità. E la Cee, in cambio della liberalizzazione politica, prometteva esplicitamente una tale prospettiva.
In effetti, il desiderio di un’Europa unita generò in quel momento un vero e proprio consenso plebiscitario, chiaramente evidente soprattutto nell’ex campo comunista. Per quei paesi, la scelta volontaria di un’Europa unita rappresentava una sorta di correzione dell’ingiustizia della storia, che li aveva condotti in un’unione creata con la forza e sotto il dominio di Mosca. Per questo motivo, anche gli eredi degli ex partiti comunisti hanno accolto l’indirizzo europeista, hanno cambiato nome e hanno iniziato a competere con i propri avversari politici in uno scenario europeo.
Nella Russia post-sovietica tale consenso non c’era. Il suo Partito comunista si era trasformato in un partito revanscista e nostalgico, e anche l’Occidente tardava a offrirle una chiara prospettiva europea: era stata una realtà troppo ingombrante, e i suoi ex satelliti non ne volevano nemmeno sentir parlare, tanto meno lì dove i suoi ex sudditi si erano dovuti rifugiare per allontanarsene. E nemmeno oggi, qualora il regime russo dovesse nuovamente cominciare a vacillare, da parte dell’Europa ci sarebbe, probabilmente, una proposta chiara e percorribile. Questo significa che l’attuale regime russo è destinato a durare a lungo, se non per sempre? Putin sta facendo grandi sforzi affinché il mondo esterno identifichi il suo personale modo di pensare con quello dell’intero popolo russo e affinché la Russia, sotto di lui, acquisisca una volta per tutte una sua forma definitiva aderente alla propria natura.
Ovviamente, non è così. Uno degli obiettivi di questo libro era dimostrare che, dal punto di vista dei governanti e della loro cerchia, di gran parte dei comuni cittadini e degli osservatori esterni, i regimi di lunga durata della periferia europea poggiavano su solide fondamenta di peculiarità nazionali, rappresentazioni collettive e culture tali da essere in qualche modo immanenti, connaturate ai loro paesi. Eppure sono tutti giunti al capolinea. Più si avvicina il momento della morte fisica del leader, più attivamente i diversi gruppi di élite iniziano a combattere per influenzare la scelta del successore e il futuro del regime. Tuttavia, in un regime autoritario personalistico, l’unica istituzione efficiente, l’unico in grado di moderarlo, è il suo leader.
Ma se improvvisamente è proprio lui a venir meno, i rappresentanti dei gruppi in competizione cominciano a preoccuparsi: che ne sarà di loro in caso di vittoria dei rivali? Saranno eliminati politicamente, economicamente o addirittura fisicamente? Quanto più il regime è rigido e caratterizzato dall’arbitrarietà assoluta, tanto più gli sconfitti rimarranno alla mercé dei vincitori, e tanto più triste potrà essere il loro destino. Ma anche il vincitore rimarrà solo con il suo premio, senza avere praticamente nessuno con il quale dividere la responsabilità. Accade allora che i gruppi in competizione arrivino a concludere che è nei loro interessi ridurre il livello di arbitrarietà e concordare regole comuni: in questo modo, infatti, chi perderà sarà più sicuro e perderà meno.
Tuttavia, il perdente è più sicuro e perde meno soltanto se il sistema funziona secondo regole democratiche, perché così ha l’opportunità non solo di non dover pagare un prezzo troppo alto, ma anche di poter influenzare comunque il corso degli eventi. E se i gruppi in competizione valutano le proprie forze e i propri rischi in questo spirito, possono rendersi conto che quello che offre loro le migliori garanzie è il sistema democratico concorrenziale. A stimolare il cambiamento possono essere la sconfitta in una guerra, i problemi economici, un importante ritardo tecnologico, nonché un semplice cambio generazionale o la morte del capo del regime. Il catalizzatore del cambiamento non deve necessariamente essere una crisi acuta o una catastrofe.
C’è come minimo una ragione non catastrofica alla base della decisione dei rappresentanti di un’élite autoritaria di liberalizzare una dittatura o, persino, di concordare una transizione democratica. Guardiamo a Mosca e alla Russia odierne. Ci sono ancora cose del tutto impensabili rispetto al recente passato sovietico. Ci sono vie intitolate ad alcuni dei dissidenti più invisi al precedente regime, come l’accademico Andrej Sacharov e lo scrittore Aleksandr Solženicyn. I monumenti a Lenin convivono con le chiese riaperte, comprese quelle che erano state distrutte e che sono state ricostruite, anche se il modo di pensare della maggior parte del clero attuale potrebbe non essere granché di conforto.
Le attività commerciali private, prima bandite, hanno rivitalizzato le città, nutrito e vestito i loro abitanti; artisti, scrittori, compositori, film vietati per decenni sono adesso liberamente accessibili, anche se si è moltiplicato il numero dei nomi messi al bando. Ma così come hanno riavuto indietro quelli, i cittadini riavranno indietro anche questi. C’è da augurarsi che nel caso in cui l’enorme, pesante e maldestra Russia iniziasse nuovamente a vacillare, l’Occidente abbia stavolta un piano concreto, il più attraente possibile, per la popolazione russa. Al momento di una futura inversione di rotta di questo tipo s’imporrà nuovamente la non facile scelta tra la giustizia da un lato e la pace e la libertà dall’altro. Anche per quanto riguarda gli esiti dell’aggressione all’Ucraina.