L’impresentabileNetanyahu ha scelto di far uscire Israele dall’Occidente

La decisione del premier israeliano di far votare contro la risoluzione Onu sull’Ucraina segna una svolta senza precedenti nelle relazioni internazionali dello Stato ebraico, creando una frattura con gli alleati storici europei

LaPresse

Benjamin Netanyahu ha deciso di rompere non solo con l’Europa ma soprattutto con i valori dell’Occidente, schierandosi contro il diritto dell’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. Per la prima volta nella storia, all’assemblea generale dell’Onu, Israele ha votato a fianco delle peggiori dittature del pianeta, Corea del Nord, Bielorussia, Nicaragua e ovviamente Russia, contro una risoluzione presentata dall’Unione europea che condannava l’invasione russa e chiedeva il ritiro delle sue truppe in Ucraina, garantendo l’integrità territoriale del paese invaso. 

Il voto contrario di Israele è una rottura totale con Volodymyr Zelensky e con l’Europa. Paradossalmente, è più comprensibile l’inusuale voto degli Stati Uniti a favore della Russia, rispetto a quello di Israele, nonostante la scelta della Casa Bianca sia comunque stata criticata fortemente anche da un editoriale del Wall Street Journal, giornale sostenitore di Donald Trump. Infatti è in pieno svolgimento una trattativa tra la Casa Bianca e il Cremlino non solo sull’Ucraina, ma sui rapporti complessivi tra superpotenze; quindi questo voto, pur scabroso, si colloca in questo quadro diplomatico.

Israele, invece, non ha nessun contenzioso o trattativa con la Russia e, a differenza del passato, ha la mano libera. La caduta del regime di Bashar al-Assad ha comportato l’abbandono della forte presenza militare russa in Siria. Presenza che obbligava il governo israeliano ad avere buoni rapporti con il Cremlino per ottenere, come riusciva a ottenere, il via libera ai continui raid contro Hezbollah sul suolo siriano senza che la aviazione russa intervenisse. Un complesso gioco di equilibri che oggi è terminato.

Netanyahu aveva di fronte a sé la facile scelta dell’astensione, che gli avrebbe permesso di favorire lo scabroso gioco diplomatico americano di corteggiamento di Vladimir Putin, senza attaccare frontalmente l’Ucraina. Scelta dell’astensione che peraltro è stata fatta da tutti i paesi arabi, da quelli dell’area Brics e addirittura dalla Cina. Una scelta che non avrebbe messo in discussione gli indispensabili aiuti militari che Israele riceve dall’Amministrazione Trump. 

Né può valere a scusante il precedente dei tanti voti dell’Ucraina in sede Onu avversi a Israele. Quelli erano voti di un paese invaso da un’armata di cinquecentomila soldati russi, le cui città sono bombardate ogni giorno e quindi costretto a una collocazione internazionale opportunista. Nulla di tutto ciò concerne Israele, oggi che è libero di restare nella trincea diplomatica dell’occidente senza subire nessun ricatto, nessun bombardamento.

Il premier israeliano ha deciso di presentarsi sulla scena diplomatica mondiale come se fosse a capo del cinquantunesimo Stato federale americano, e contemporaneamente di rompere definitivamente con una Europa nella quale ci sono nazioni certamente ambigue nei confronti di Hamas (Spagna e Irlanda in primis), ma anche nazioni solidalmente schierate con Gerusalemme come Germania e Italia. E tutto questo, non casualmente, è avvenuto proprio nel giorno del terzo anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina.

Con questa decisione, il premier israeliano ha anche rotto ogni possibilità di una gestione della collocazione internazionale del paese condivisa nella Knesset con l’attuale opposizione. 

Quando nel 2022 Vladimir Putin ha tentato di marciare su Kyjiv e di deporre Volodymyr Zelensky, il premier a Gerusalemme era Naftali Bennet, il ministro degli Esteri era Yair Lapid e il Likud di Netanyahu era all’opposizione. Nonostante la necessità di non rompere con il Cremlino per le ragioni sopra esposte concernenti la Siria, Naftali Bennet assunse una posizione timidamente solidale con Kyjiv tanto che lo stesso Zelensky, il secondo giorno dell’invasione russa, gli chiese di mediare direttamente con Mosca. L’allora premier israeliano, sollecitato anche il 2 marzo dal cancelliere Olaf Scholz durante un suo viaggio a Gerusalemme, fece quindi un vertice con Vladimir Putin a Mosca il 5 marzo. Vertice fallito, come si sa.

Negli anni successivi, la posizione di Israele nei confronti dell’aggressione russa all’Ucraina, tornato al potere Netanyahu, è sempre stata equilibrata e bipartisan all’interno, tenendo presente che la Russia era pesantemente aiutata, ad esempio con centinaia di micidiali droni, dall’Iran, avversario mortale dello Stato ebraico. Ora, invece, Netanyahu rompe, anche sul piano interno, con questa posizione equilibrata e schiera Israele, per la prima volta nella storia, al fianco delle più impresentabili dittature. Addirittura vota a favore della Russia, alleato strategico dell’Iran. Una rottura radicale con i principi del sionismo e con la lunga tradizione democratica israeliana. Una scelta gravissima.

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