Tribolazioni di cuoreLa violenza dell’amore, e il confine fragile tra bene e male

L’anestesista Andrea Occasi vive le sue relazioni in modo disilluso e come banali processi chimici, tradisce la fidanzata fino a che lei non lo scopre. L’affetto della madre, che il protagonista ritrova, e un nuova relazione gli fanno scoprire che l'amore non è una scienza. Un brano dal libro “Il male maschio” (La Nave di Teseo), di Enrico Dal Buono

A man walks on Valentine's Day with a bunch of red heart balloons through the city of Frankfurt, Germany, Monday, Feb. 14, 2022. (Sebastian Gollnow/dpa via AP)

In una città Occidente ormai c’è buio e c’è un divano e steso sul divano c’è il cadavere di un maschio bianco quarantenne con la faccia di un testimonial della Kinder invecchiato e la testa rotta da quattro colpi di bistecchiera antiaderente.

Prima che la notizia tonifichi le coscienze di chi se non altro non ha accoppato nessuno; prima che i grugni dei protagonisti diventino familiari al pubblico per qualche giorno e poi sprofondino nell’oblio per l’eternità; prima che sociologi e psicologi e criminologi e astrologi risolvano l’enigma umano con i conti del macellaio; prima che il nostro mondo, nella certezza che la morte sia un’eccezione riservata a vittime e colpevoli e imprudenti, celebri la sua quotidiana festicciola del sopravvissuto; prima che tra poche ore succeda tutto ciò, ascoltate la storia dalla voce di chi non può non conoscerla bene.

Questo è vero: per quanto dolore proviamo, ce ne meriteremmo di più. Io alle elementari condannavo farfalle bianche catturate col retino a crepare di stenti in barattoli di vetro ben avvitati. Alle medie ho tracciato un otto sul diario e l’ho mostrato a un mio compagno obeso, a cui di lì a sette anni sarebbe scoppiato il cuore, perché mi aveva dato del figlio di vacca: “E tu sei questo qui”, gli ho detto. Il mio migliore amico del liceo pattinava e si è rotto una gamba ed è rimasto un mese sul letto a fissare le pareti, non sono mai andato a trovarlo perché era primavera. La colpa della donna che mi aveva partorito non ce l’ho avuta ben chiara fino all’ultimo anno ma, chissà da quando, non la chiamavo mamma per fargliela pagare comunque. Dicevo a Iaia ti amo con la stessa lingua che aveva appena leccato le zone erogene di qualche sconosciuta. […]

La clinica privata Ibisco di via Mascagni mi aveva assunto e io avevo preso in affitto un bilocale con cucina abitabile in piazza Cavour e già sapevo che avrei odiato gli armadi a specchio e le mattonelle azzurre del bagno e il lampadario sferico e il fenicottero di gesso dietro il divano perché mia madre aveva settantasei anni e quindi avrei abitato lì quando lei sarebbe morta e ogni cosa rimasta nel mondo mi sarebbe sembrata una prepotenza. Puoi metterti il casco e rannicchiarti con la testa tra i gomiti ma quando il dolore arriva fracassa i gomiti e il casco e la testa.

Iaia diceva che ero esagerato, che i problemi si affrontano quando ci sono, che chi l’avrebbe detto che il suo micino sarebbe morto a due anni e che suo nonno a ottantotto avrebbe ancora giocato un golf accettabile.

“Balle”, le rispondo e mi accendo una sigaretta e finita lì, non la ritengo abbastanza lucida da capire quello che vorrei dirle, che il male è la vendetta del nulla contro chiunque gli sfugga.

Iaia mi sfila la sigaretta dalle dita. La spegne sotto il getto del lavello che odierò alla morte di mia madre. So di fumo ma mi bacia e mi prende la mano e mi porta a letto. Io chiudo gli occhi e penso alla cameriera con il piercing sulla lingua del locale sotto casa. Penso che Iaia si alzi dal tavolino del locale per andare alla toilette e io seguo la cameriera in cucina e lei mi sorride e io la scopo sul banco dove affetta i salumi tra sfilacci semitrasparenti di budella e vengo subito e torno a sedermi e il modo in cui poi la stessa cameriera – mentre una goccia le scorre giù per la coscia e le brilla sul ginocchio nudo sotto la gonna di pelle – chiede gentilissima a Iaia se desideri per caso un altro caffè mi fa sentire complice di tutto il male del mondo, in erezione.

“Ti amo, Andrea”, mi ansima Iaia nell’orecchio.

“Anche io”,  apro gli occhi sulla familiare peluria castana dietro il suo collo e quindi li stringo ancora più forte.

“Vengo”, fa Iaia.

“Che bello”, faccio io.

Tratto da “Il male maschio”, di Enrico Dal Buono (La Nave di Teseo), 208 pagine, 18 euro

 

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