Chi ha seguito l’evoluzione politica di Mesut Özil di questi ultimi anni non sarà rimasto troppo sorpreso dalle ultime notizie sul suo conto. L’ex-centrocampista di Real Madrid e Arsenal è stato nominato nei giorni scorsi nel comitato centrale dell’Akp, il partito di Recep Tayyip Erdoğan. D’altronde i due sono amici da lungo tempo, almeno dal discusso incontro ad Ankara nel 2018 durante il quale il calciatore regalò al Presidente una sua maglietta dei Gunners. L’anno successivo Erdoğan era stato addirittura testimone di nozze di Özil, suggellando il patto tra i due.
Il caso Özil è esemplificativo delle strategie di propaganda del leader turco, ma anche delle difficoltà che gli europei di origine turca devono affrontare. Il giocatore è nato infatti nel 1988 a Gelsenkirchen, e non è nemmeno un tedesco di seconda generazione, ma addirittura di terza: furono infatti i suoi nonni a emigrare nel Nord Reno-Vestfalia per lavoro. Özil si è poi affermato giocando con le maglie di Schalke 04 e Werder Brema, diventando uno dei simboli della nuova generazione del calcio tedesco, fatta di giocatori di origini migranti che hanno rinnovato lo stile e il livello del gioco della Germania, riportandola al titolo mondiale nel 2014. Eppure, solo quattro anni dopo, in seguito al deludente Mondiale in Russia e anche alle critiche ricevute per l’avvicinamento a Erdoğan, Özil decideva a soli trenta anni, di ritirarsi dalla Nazionale.
Nell’abbandonare la selezione, Özil aveva denunciato di essere stato additato come responsabile del fallimento nel Mondiale principalmente perché di origine turca. Non si fatica a credere che qualcosa di vero, nelle sue parole, potesse esserci. Mai pienamente accettati dalla popolazione autoctona, i turchi sono stati spesso visti in Germania come una minoranza problematica per via della loro fede musulmana, e questi sentimenti sono cresciuti negli ultimi anni. Un anno prima che Özil lasciasse la Nazionale, la formazione di estrema destra Afd era entrata per la prima volta in parlamento, diventando a sorpresa il terzo partito alle elezioni federali con oltre cinque milioni di voti (12,6 per cento).
Ma da lì in avanti, il calciatore ha sembrato prendere una direzione politica sempre più marcatamente nazionalista turca. Özil non ha mai nascosto di aver avuto delle difficoltà d’integrazione, sebbene fosse un tedesco di terza generazione: in un’intervista del 2017 a Die Welt ha raccontato che per gran parte della sua infanzia ha parlato unicamente turco, e solo più tardi ha imparato il tedesco. In famiglia e tra gli amici parlava turco, mentre il tedesco gli serviva per comunicare con gli insegnanti. «Anche oggi devo concentrarmi quando parlo in tedesco» rivelava al quotidiano. Nonostante ciò, all’epoca precisava di sentirsi essenzialmente un cittadino tedesco: «Per me, la Germania è stata il mio paese fin dall’inizio». L’aver subito delle discriminazioni per le sue origini lo ha però probabilmente spostato verso altre posizioni, e in particolare verso Erdoğan.
La Turchia è un paese di grande emigrazione, in particolare verso l’Europa. I suoi cittadini si ritrovano da decenni a vivere in una cultura molto diversa soprattutto per questioni religiose, e che negli ultimi vent’anni ha visto crescere l’ostilità nei loro confronti. Erdoğan ha saputo percepire e sfruttare questo diffuso malcontento degli emigranti, propagandando soprattutto tra le comunità all’estero un senso di orgoglio e appartenenza nazionale. Molti dei figli della diaspora turca mantengono la cittadinanza e possono per questo votare nel paese d’origine, e i dati dimostrano che Erdoğan è sensibilmente più popolare tra di loro che nel proprio paese.
Quello di Özil sembra essere un caso di questo tipo, con Erdoğan che ha investito molto nell’amicizia con il calciatore: la Turchia all’epoca non aveva giocatori molto noti a livello internazionale, per cui il centrocampista di Gelsenkirchen era decisamente il calciatore di origini turche più amato nel mondo. Uno sponsor politico perfetto, capace di sottolineare implicitamente l’alleanza tra il Presidente e gli espatriati. Dall’incontro del 2018, Özil – che in passato non si era mai espresso sulla politica – ha iniziato ad assumere un più marcato atteggiamento nazionalista. Alla fine del 2019 fece discutere per le sue accuse alla Cina per la repressione degli uiguri, la minoranza turcofona dello Xinjiang. Nel 2021 ha deciso di trasferirsi nel campionato turco, firmando con il Fenerbahçe e accettando anche una decurtazione dell’ottanta per cento dello stipendio che percepiva all’Arsenal.
Nel 2023, subito dopo il ritiro, è finito al centro di una polemica per una foto pubblicata sui social, in cui mostrava l’inequivocabile tatuaggio sul petto col simbolo del movimento di estrema destra dei Lupi Grigi. Ora, l’ingresso ufficiale nell’Akp di Erdoğan – sempre incline ad avere i calciatori famosi dalla propria parte: lo fece in passato con il leggendario Hakan Şükür, che poi lo “tradì” per Fethullah Gülen – sembra chiudere il cerchio. D’altronde, oggi l’Akp governa anche con il sostegno dei nazionalisti del Mhp, il braccio politico proprio dei Lupi Grigi. Ma il caso di Mesut Özil è soprattutto la parabola di turchi europei: rifiutati dal paese in cui sono nati e cresciuti, vengono sempre più spesso sedotti dal nazionalismo turco.