Il solo che rideCosì Joker è diventato il simbolo globale di ribellione e disordine

Come spiega Guido Vitiello in “Joker scatenato” (Feltrinelli), lo storico antagonista di Batman è diventato l’icona pop della protesta. La sua immagine ha superato i confini del fumetto, ed è stato adottato tanto dai manifestanti delle piazze in rivolta quanto da movimenti politici conservatori e complottisti

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Nessuno sapeva da quale gabbia fosse scappato. Forse era evaso ancora una volta dall’Arkham Asylum, il manicomio della contea di Gotham in cui recluta da sempre la sua corte di buffoni maligni. Lo avvistarono in piazza Italia, a Santiago del Cile, che sventolava una bandiera mapuche sul monumento al generale Baquedano; e a La Paz, in Bolivia, nel bel mezzo della Revolución de las Pititas seguita all’elezione presidenziale. Negli stessi giorni spuntò a Beirut, in piazza dei Martiri, e poi in piazza Tahrir a Baghdad. Ma era anche a Barcellona, tra le fiamme delle sommosse per l’indipendenza catalana, e si mimetizzava tra i gilets jaunes di Parigi. A Hong Kong, poi, scese in piazza per ragioni personali, in protesta contro il divieto di indossare maschere nelle manifestazioni pubbliche. Alla fine del 2019, sull’onda del successo del film di Todd Phillips con Joaquin Phoenix, il volto truccato di Joker era ovunque, sfoggiato dai manifestanti di mille cause diverse. L’anno dopo fece capolino – lui, pallido come un cencio – perfino nelle marce antirazziste di Black Lives Matter. 

Per qualcuno l’annuncio del suo ritorno in scena risvegliava un incubo recente. Quando seppero che Joker stava per debuttare nelle sale, alcuni familiari delle vittime del massacro di Aurora, in Colorado, scrissero una lettera preoccupata alla Warner Bros. A Los Angeles, in vista dell’anteprima del film il 29 settembre 2019, l’esercito e il dipartimento di polizia si misero in allerta, e una catena di cinema vietò di entrare in sala mascherati da clown. Neanche loro avevano dimenticato ciò che era successo la notte del 20 luglio 2012 a Aurora, durante la prima proiezione del Cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan. Un ragazzo di ventiquattro anni, James Holmes, era entrato nella Sala 9 del Century 16 Movie Theater e aveva sparato in mezzo al pubblico, uccidendo dodici persone e ferendone settanta. Nessuno si era spaventato, lì per lì, perché la maschera antigas di Holmes e la sua attrezzatura da guerra potevano essere scambiate per un costume – cose che capitano, alle proiezioni dei film sui supereroi. Corse poi voce che l’attentatore si fosse tinto i capelli di arancione o di rosso, e che prima di sparare avesse gridato: “Sono Joker!”. Non era vero: Holmes era rimasto in silenzio, e oltretutto i capelli di Joker sono verdi, non arancioni o rossi; ma era un boccone troppo ghiotto perché i media lo lasciassero cadere dai denti. Così la leggenda metropolitana ebbe la meglio sulla realtà. 

Due anni dopo, l’8 giugno del 2014, i coniugi Jerad e Amanda Miller entrarono in una pizzeria di Las Vegas truccati da clown e uccisero due agenti di polizia, con il proposito di scatenare una sommossa. E stavolta non c’erano dubbi, era proprio lui. Jerad Miller si ispirava apertamente al Joker trasandato e mal truccato interpretato da Heath Ledger nel film di Nolan. In un video su YouTube era comparso davanti a una bandiera americana, vestito esattamente come lui, per lanciare una beffarda campagna elettorale: “Sono Joker e mi candido alla presidenza perché anno dopo anno ho visto voi americani, miei concittadini, votare per la tirannia. Ed è sempre il male minore… Ma abbiamo la possibilità di fare la storia, signore e signori. Potete votare per il male maggiore!”. 

Joker non si è ancora candidato alla presidenza degli Stati Uniti – almeno non sotto la sua vera identità –, ma vanta già una carriera politica: nel 2021, in Giappone, Yuusuke Kawai annunciò la sua candidatura a governatore della prefettura di Chiba in costume da Joker. E il Clown Prince of Crime non ha bazzicato solo le piazze in rivolta, ha orbitato volentieri anche intorno alle stanze del potere. Il 3 agosto del 2009 il “Los Angeles Times” riferì che un misterioso manifesto era comparso sulle autostrade e sulle rampe della città. Raffigurava il presidente Barack Obama con i tratti di Joker – il Joker con il cerone sfatto del Cavaliere oscuro. Due settimane dopo si scoprì che il mash-up era opera di uno studente di origini palestinesi dell’Illinois, Firas Alkhateeb, che aveva preso un primo piano di Obama dalla copertina di “Time” del 23 ottobre 2006 e si era divertito a ritoccarlo con un software di grafica. Alkhateeb voleva solo suggerire che Obama non era una figura messianica, ma un prodotto del marketing politico. Sennonché Joker, quando commetti l’imprudenza di sguinzagliarlo, va a rintanarsi dove meno te l’aspetti; e così, con l’aggiunta della scritta “Socialism”, l’Obama-Joker diventò la mascotte delle proteste del Tea Party contro la riforma sanitaria, e fu adottato dal movimento dei Birther, secondo i quali il presidente era nato in Kenya e, per tale ragione, occupava abusivamente la Casa Bianca. I razzisti, dal canto loro, vedendo Obama imbrattato di bianco come un clown furono deliziati dall’ironia del whiteface

Joker si ripresentò poco dopo a bordo di un nuovo meme, nei panni di Donald Trump. Stavolta, però, il sottinteso era celebrativo: ecco l’agente del disordine che manderà in confusione le élite e farà tremare il deep state di Washington! La alt-right sarcastica e nichilista accolse Joker tra gli eroi del suo pantheon, e il suo ghigno sadico accompagnò le molestie online dei troll rintanati in message boards come 4chan – gli stessi bassifondi della rete da cui sarebbe emersa la mitologia cospiratoria di QAnon, che affidava al Joker della Casa Bianca, Donald Trump, il ruolo di messia del caos.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in “Feltrinelli Gramma” febbraio 2025

Tratto da “Joker scatenato. Il lato oscuro della comicità” di Guido Vitiello

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