La ribelleLa vita straordinaria di Nada Parri, nella quotidianità impossibile della guerra

Giorgio Van Straten racconta l’epopea di una partigiana e della sua famiglia in un Paese nell’Italia del 1944

AP/Lapresse

A Nada sembrava che la sua vita oscillasse fra due stati d’animo apparentemente opposti, ma che, in certi momenti, finivano per sommarsi. Da un lato c’era la routine quotidiana rappresentata dal negozio dei suoceri dove passava le ore delle sue giornate, aiutandoli con i tanti compiti gravosi che le erano stati imposti: stare al banco, pulire, eseguire commissioni, occuparsi dei bollini staccati dalle tessere annonarie che ormai erano l’unico modo per molti di procurarsi il cibo. Appena arrivava una fornitura, la strada davanti al negozio si riempiva di persone in fila che temevano di rimanere senza quel poco che veniva distribuito. In quelle ore Nada teneva Ambretta, la sua bambina di un anno, nella carrozzina dalla parte dei clienti, di là dal bancone, per poterla vedere durante il lavoro. Poi la sera, dopo aver mangiato con i suoceri, tornava a casa, la metteva a letto e crollava per la stanchezza.

Il giorno dopo tutto ricominciava, uguale: lo stesso volto duro di Luigi, il suocero, che imponeva a tutti di ascoltare in piedi i bollettini di guerra e che aveva salutato con gioia la partenza dei figli per il fronte (In questa famiglia non ci sono imboscati, ripeteva con sguardo di sfida verso la nuora e il mondo); le stesse espressioni melliflue di Gina, che sembrava concederle una diversa attenzione rispetto al marito, ma poi la trattava come una serva. Si sentiva sola, Nada, disorientata, avvilita, abbandonata – Bruno, suo marito, in Africa, partito volontario, come lei aveva appreso da poco, i suoi genitori sfollati da qualche parte nell’Empolese, non sapeva nemmeno bene dove, irraggiungibili. E quei suoceri distanti e sprezzanti, come se non le perdonassero di avere origini più umili delle loro. Lei ci metteva tutto il suo impegno, la sua forza d’animo, la volontà di resistere, l’amore per la figlia, ma qualcosa in quella routine la uccideva, la riduceva a una specie di automa.

Tutto sembrava ripetersi all’infinito, ogni gesto che faceva ricordava di averlo già fatto decine di volte, il tempo era fermo, e insieme slittava, correva via senza che niente potesse rallentarlo. Questo era il suo primo stato d’animo. Dall’altro lato c’era la guerra, il pericolo continuo, i tedeschi piombati in paese dopo l’armistizio dell’otto settembre coi loro volti freddi e imperscrutabili, i bombardamenti sul porto. Nada viveva nel paese del marito, Marina di Carrara, e anche questo le sembrava che mettesse la sua vita in balia del caso e degli altri. Certo ci vivevano i suoi zii (ora sfollati sulle colline sopra Pietrasanta), e Marina era stata il luogo delle sue villeggiature di ragazzina. Ma adesso tutto sembrava così distante, irriconoscibile, ostile: le pareva che il mondo intero si fosse coalizzato contro di lei. Si sentiva indifesa, la paura le prendeva lo stomaco, le correva lungo la schiena, era sempre alle sue spalle. Subito dopo l’armistizio dell’otto settembre era scappata con la bambina dai suoi parenti su quelle alture alle spalle della Versilia. Il paese si chiamava Monteggiori, e lì, distante dalla costa, in alto rispetto al mare, aveva sentito di poter essere più sicura. Ma la situazione famigliare l’aveva subito richiamata a Marina di Carrara e il terrore era ricominciato.

Nada aveva solo vent’anni e delle responsabilità che nessuno le aveva insegnato ad assumersi. Oscillava fra i momenti di sconforto e quelli in cui resistere in quella situazione estrema la riempiva di orgoglio. Aveva paura per sé e per Ambretta: il negozio e la casa dei suoceri erano molto vicini al porto, bastava il lancio impreciso di una bomba e avrebbero potuto morire. Aveva chiesto ai genitori di Bruno il permesso di rimanere dai suoi parenti a Monteggiori, a pochi chilometri di distanza; del resto anche Carla, sua cognata, con il piccolo Romano, era sfollata dai propri genitori nella campagna di Volterra. Ma i suoceri di Nada erano stati tassativi: se lasciava la casa del marito, non avrebbe più potuto tornarci. Glielo avevano imposto perché si sentivano responsabili, come se Bruno l’avesse affidata a loro? Molto più probabilmente non volevano privarsi dell’aiuto che lei rappresentava, perché senza Nada il negozio non avrebbe potuto rimanere aperto. Lei, allora, aveva affidato a un testamento – scritto sulla sua carta intestata col monogramma NG in lettere svolazzanti (il cognome di Bruno era Galigani) e infilato in una busta sigillata con la ceralacca – un messaggio accorato al marito (Nelle sole mani di Bruno, Marina di C. 22.9.43).

Bisogna tornare alle incertezze, ai timori, all’ansia, alla preoccupazione di quei giorni per capire come una ragazza di vent’anni potesse sentire la morte così vicina, tanto da scrivere le sue ultime volontà, da rivolgersi al marito nel tentativo di spiegargli, di descrivergli la situazione disperata in cui si trovava – come tanti, come quasi tutti gli italiani in quel momento –, i pericoli che giorno per giorno rendono la vita sempre più in dubbio. Tu sei lontano, tu non puoi rispondere all’angoscia delle mie domande! E troppe volte, sola, scoraggiata, mi sento debole e schiacciata dalle tempeste della vita. In qualche modo chiedeva scusa per quanto poteva succedere (temeva soprattutto di non riuscire a salvare la figlia), per la stranezza del mio carattere, la mia gelosia fanciullesca, i miei abbandoni alla collera, ma, allo stesso tempo, quei pochi fogli rappresentavano un atto di accusa verso l’insensibilità dei suoceri.

Nada, infatti, raccontava al marito che aveva provato ad affidare la bambina ai suoi parenti contando di stare un po’ con lei e un po’ al negozio, ma si era scontrata con l’ostilità di Luigi e Gina, che non le avevano permesso di raggiungere Ambretta più di una volta alla settimana; poi, di fronte alla sua proposta di allontanarsi insieme alla figlia per mettersi in salvo, si era sentita rispondere che, se l’avesse fatto, non avrebbe più potuto mettere piede nella casa di Bruno. Mi è stato detto con chiarezza.

La lettera era una lettera d’addio e una lettera d’amore: Bruno, ti ho amato, credimi ti ho amato tanto! Anche adesso mentre scrivo queste parole dolorose… Ma era ancora vero? Continuava a provare quel sentimento? Nada non pareva aver dubbi: Pensare che ti amo tanto anche ora, e che per te, io, un giorno, non sarò più forse che una vaga ombra.

Tratto da “La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri” di Giorgio Van Straten, Edizioni Laterza, 248 pagine, 19.00 € 

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