Il fronte di Bucarest La Romania affronta di petto le interferenze russe per salvare la democrazia

Il candidato filorusso Călin Georgescu è sotto inchiesta dalla Procura di Bucarest per propaganda neofascista e finanziamenti illeciti, mentre a casa della sua guardia del corpo la polizia ha trovato dieci milioni di euro in contanti e biglietti per Mosca

LaPresse

Cinque ore di interrogatorio. È il tempo che Călin Georgescu, il candidato filorusso alle elezioni presidenziali annullate in Romania, ha trascorso mercoledì 26 febbraio alla Procura Generale di Bucarest dopo essere stato fermato dalle forze dell’ordine. In un video pubblicato su X si vede il simpatizzante del Cremlino, spalle al muro, fermato dalla polizia.

La crisi politica che scuote la Romania da diversi mesi è arrivata a un punto di svolta cruciale. Parliamo di un paese guidato da un presidente ad interim, Ilie Bolojan, leader del partito nazional-liberale (Pnl), dopo le dimissioni di Klaus Iohannis nelle scorse settimane, chieste da diverse forze politiche e rassegnate per evitare una messa in stato di impeachment. L’accusa a Iohannis era di essere un presidente illegittimo dopo che la Corte Costituzionale aveva annullato il primo turno delle elezioni presidenziali a causa presunte interferenze russe. Avendo perso l’appoggio di parte della maggioranza che ora sostiene il governo filoeuropeo, l’ex presidente ha pertanto deciso di dimettersi per smorzare tensioni ulteriori.

La Procura Generale ha accusato il filorusso Georgescu di istigazione ad azioni contro l’ordine costituzionale, diffusione di informazioni false, falso in dichiarazioni in forma continuata (con riguardo alle fonti di finanziamento della campagna elettorale e alle dichiarazioni dei redditi), avviamento o costituzione di organizzazione a carattere fascista, razzista o xenofobo, promozione in pubblico del culto di persone accusate di genocidio e crimini di guerra, nonché di idee, concetti o dottrine fasciste, legionarie, razziste o xenofobe, avviamento o costituzione di organizzazione a carattere antisemita.

In un’operazione coordinata, le forze dell’ordine hanno effettuato perquisizioni in quarantasette località collegate a Georgescu e ai suoi associati, tra cui la sua guardia del corpo Horațiu Potra. A dicembre l’ex combattente della Legione straniera legato al Gruppo Wagner e vicino ai movimenti neofascisti, stava per creare disordini dopo il ballottaggio annullato. A casa di Potra la polizia ha rinvenuto dieci milioni di euro, armi e biglietti aerei per Mosca. Gli investigatori stanno inoltre esaminando i legami di Potra con elementi filo-russi, tra cui una donna presumibilmente collegata a mercenari ceceni. I media rumeni hanno riportato che Potra è stato avvistato in Piazza Rossa a Mosca lo scorso settembre. 

Indagato anche il capo della campagna elettorale Radu Pally. Georgescu, di fronte alle perquisizioni che hanno coinvolto i suoi collaboratori, ha chiesto su Facebook di «fermare questo abuso». Dopo la decisione della Corte Costituzionale, non si era dato per vinto, facendo ricorso all’Alta Corte di Cassazione e chiedendo la tenuta del ballottaggio. Respinto, aveva tentato anche la strada della Corte dei Diritti dell’Uomo, con un nuovo fiasco.

«Dov’è la democrazia?», lamentano i collaboratori di Georgescu in un post. «La democrazia europea è debole», accusa il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. La risposta è semplice: la democrazia in Europa è al suo posto, dalla parte del diritto e dei diritti, e dalla parte giusta della storia. Anche così si difende la democrazia in Europa.

Georgescu è stato messo sotto controllo giudiziario per sessanta giorni, con il divieto di lasciare il paese. Insomma, i riflettori saranno puntati per un bel po’ sulla Romania, paese cardine non solo del fianco est della Nato, ma del confine orientale dell’Unione europea, puntello di Moldova e Ucraina. Un paese in cui l’Ue conta, da maggio, di avere un presidente all’altezza di queste sfide e non un alleato di Putin, come il candidato filorusso. Ad aspettarlo all’uscita della Procura, centinaia di sostenitori, già riunitisi nelle ore (e nei giorni) precedenti in piazza per manifestare con bandiere romene al grido di «Viva il presidente!». Tra loro, esponenti dei partiti Aur (Alleanza per l’Unione dei Romeni) e Pot (Partito dei Giovani), che negli scorsi mesi avevano già dichiarato il loro sostegno a una sua eventuale ricandidatura, come George Simion.

Georgescu, proprio nelle ore del fermo, stava per ripresentare la sua domanda di candidatura alle prossime presidenziali, riprogrammate, che si terranno il 4 e 18 maggio. Alla vigilia delle elezioni precedenti era sondato a percentuali minime, ma aveva avuto una rapida progressione vincendo il primo turno, complice una dubbia campagna di successo sui social, specie su TikTok. Sua sfidante era la liberale Elena Lasconi (Unione Salvate la Romania), che però a maggio non si ripresenterà, offrendo probabilmente sostegno all’indipendente Nicușor Dan, sindaco generale di Bucarest ed ex esponente di Usr.

«La giustizia è indipendente e la legge deve essere applicata a prescindere dalle persone», ha commentato così la vicenda per il media Digi24 il premier Marcel Ciolacu, al suo secondo mandato dopo la creazione di un governo europeista di minoranza tra socialdemocratici, nazional-liberali e comunità ungherese (Psd-Pnl-Udmr). E avverte: «Solo con prove chiare e argomentate in modo impeccabile questa indagine penale può evitare di trasformarsi nel manifesto elettorale di un candidato». Ed era proprio quanto contenuto nel parere emesso dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, i cui esperti avevano sottolineato a gennaio che la decisione di annullare le elezioni deve precisare sempre in modo trasparente quali leggi si violano e quali prove vengono addotte. 

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