Se si trattasse di un gioco, anziché dell’ambizione diffusa che esso scompaia dalla faccia della terra, lo Stato ebraico potrebbe mettere alla prova le disponibilità alla pace dei nemici circostanti e del mondo che tiene loro bordone. Potrebbe cominciare col ritirarsi da Gerusalemme Est, compresa ovviamente la città vecchia, il sito ancestrale degli ebrei da cui gli ebrei, intollerabilmente, non sono felici di essere sfollati.
Basterebbe? Ma figurarsi. Potrebbe ritirarsi dalla Giudea e Samaria, cioè i luoghi ebraici che non si capisce perché non dovrebbero essere judenfrei. Basterebbe? Ma no. Allora Israele potrebbe smetterla di avere due milioni di cittadini arabi – che nessuno chiama coloni – e proclamare finalmente il diritto al ritorno dei palestinesi, come vuole l’Onu, cioè il diritto internazional-palestinese di distruggere lo Stato degli ebrei.
Andrebbe bene? Ma va. Ci sarebbero sempre le coltivazioni sioniste, i sistemi di irrigazione della potenza usurpatrice, le aziende dell’imperialismo ebraico, i distretti high tech fondati dai dagli invasori sulla terra e sulla pelle delle schiatte di rifugiati costrette a vivere con i sussidi dell’Anp, che in quella condizione difficile eroga i servizi che può, cioè i vitalizi alle famiglie di quelli che si fanno saltare sugli autobus di Gerusalemme o accoltellano i ragazzini ebrei fuori dalle sinagoghe.
Trattandosi di un sistema economico impiantato sullo sfruttamento delle ricchissime risorse della regione, indebitamente sottratte al popolo palestinese che le faceva fruttare mirabilmente, occorrerebbe espropriare tutto per tornare alla giustizia sociale di prima. Ma basterebbe? Basterebbe il repulisti degli ebrei da Gerusalemme Est e dalla Giudea e Samaria, e poi la proclamazione del diritto al ritorno dei palestinesi, e poi la statalizzazione, con golden share Hamas/Hezbollah, delle imprese sioniste? No che non basterebbe.
Occorrerebbe ancora dare una struttura internazionalmente riconosciuta e quella ristrutturazione geografica, sociale ed economica, con appositi confini entro i quali riconoscere – non vorremmo mica negarlo, no? – il diritto all’esistenza dello Stato ebraico.
Le Nazioni Unite (non è uno scherzo) hanno spiegato che i riferimenti territoriali dovrebbero essere al 1948: naturalmente il 1948 della guerra fatta a Israele, non il 1948 della guerra vinta da Israele. Ma è comunque un casino, in quel groviglio di risoluzioni post-mandatarie. Ci si potrebbe accordare su linee geografiche poco equivocabili, diciamo i confini di Auschwitz, e forse saremmo finalmente tutti d’accordo.