BluffpoliticsL’incredibile progetto di Trump su Gaza, e la sospensione del principio di realtà

Gli Stati Uniti pare si preparino a governare la Striscia, con una forte operazione di ricostruzione immobiliare e mettendo in discussione il ruolo di Qatar, Iran ed Egitto nella regione. E Netanyahu ottiene dal presidente americano il riconoscimento della sua leadership

AP/Lapresse

Quattro cose sono chiare della strategia mediorientale di Donald Trump dopo l’incontro alla Casa Bianca con Benjamin Netanyahu. Con l’Iran si apre una dura fase di negoziati su nucleare e sanzioni; nessun via libera a Israele per un’azione militare contro gli impianti nucleari, ma, solo per il momento, l’opzione è sempre sul tavolo; gli Stati Uniti prenderanno il controllo diretto della Striscia di Gaza, anche militare, se ce ne sarà bisogno, per una enorme operazione di ricostruzione immobiliare che verrà sviluppata con i Paesi arabi, incluso lo spostamento dei gazawi (si vedrà se temporaneo o definitivo, toccherà ai sauditi la soluzione, solo loro possono imporla); tutti gli equilibri mediorientali verranno ridisegnati attraverso una trattativa a tre tra Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti, che vedrà superati tutti i criteri sinora seguiti, inclusi i due Stati.

Donald Trump vuole che si consolidi la tregua nella Striscia, non gli interessa se questo provocherà la crisi di governo a Gerusalemme e se Netanyahu dovrà arrangiarsi obtorto collo, come ben si è visto nella conferenza stampa: che si accontenti dell’alleanza personale col presidente americano e dell’enorme pacchetto di aiuti militari. Se deve cambiare alleati in Israele abbandonando la destra para fascista lo faccia, a Trump il tema non interessa.

Big Game, dunque: superamento di tutti i criteri diplomatici consolidati da cinquant’anni in qua, realpolitik estrema in una dinamica mobilissima di nuove soluzioni con lo scopo di frantumare tutti gli schieramenti mediorientali consolidati.

La decisione più dirompente è ovviamente la presa in carico diretta di Gaza da parte di Washington. «Ne prenderemo il controllo», ha commentato il presidente. Infatti se gli Stati Uniti assumessero direttamente la responsabilità del controllo su Gaza, anche militare in caso, salterebbe tutto il gioco ipocrita del Qatar che manovra, arma e finanzia Hamas, dell’Iran che fa altrettanto e dell’Egitto che non lo contrasta. Hamas in questo scenario dovrebbe dichiarare guerra direttamente agli Stati Uniti, fare attentati contro gli americani. Ma questo scontro diretto con l’America del suo protegé palestinese il Qatar non lo può reggere, mentre l’Iran può essere costretto a includere il suo rapporto fondamentale con Hamas nella trattativa complessiva per il ritiro delle sanzioni.

 L’Egitto, in profonda crisi economica, da parte sua, dovrà fare buon viso e occuparsi dei gazawi così come di contrastare Hamas, cosa che si è sempre guardato dal fare. Ovviamente, fuoco di sbarramento internazionale e palestinese contro questa irruenta scelta di Trump, ma il dato di fatto resta: gli Stati Uniti scendono boots on the ground in Palestina. Novità clamorosa.

È questa una nuova dinamica mediorientale che può reggere o è solo un enorme bluff da immobiliarista newyorkese che crollerà miseramente alla verifica dei fatti? Difficile dirlo, difficile fare previsioni perché all’attivo di Trump ci sono pur sempre gli Accordi di Abramo e soprattutto la fortissima volontà del saudita Mohammed bin Salman di ottenere dagli Stati Uniti enormi forniture militari e tecnologia per il nucleare per fare di Riyad, in pieno e amichevole raccordo con Gerusalemme, il baricentro di un nuovo Medio Oriente che superi tutte le leadership storiche e soprattutto le cristallizzazioni, a partire da quella della crisi palestinese. E questo, la leadership, è in realtà il punto focale dell’incontro alla Casa Bianca. 

Benjamin Netanyahu, infatti, lo notano sia il Jerusalem Post sia Yedioth Ahronoth, non ha una piena coincidenza di idee con Donald Trump, che vuol far capire a tutti i costi che, arrivato lui al potere arriva quella pace che Joe Biden non ha saputo perseguire. Il premier israeliano si trova infatti in difficoltà con i suoi alleati di estrema destra nel rispettare la volontà del Presidente americano della continuità della tregua a Gaza che a lui stesso è stata bruscamente imposta da Steve Witkoff, ma ha ottenuto da Trump un elemento prezioso: il riconoscimento pieno di una leadership. È lui, come lo è sempre stato, il leader israeliano più in sintonia con l’attuale Presidente americano e questo ha un enorme peso dentro Israele.

Nessun altro leader israeliano, né Benny Gantz, né Naftali Bennett, né Yair Lapid gode oggi di una simile, pubblica e netta investitura nel momento in cui l’appoggio americano è indispensabile a un Paese in guerra isolato nettamente nella comunità internazionale, Europa inclusa.

Questa investitura dunque sarà preziosa per Netanyahu nel prossimo futuro, anche in caso si arrivasse a una crisi di governo e addirittura a elezioni anticipate in Israele per farne il baricentro di nuove, spregiudicate alleanze che gli preservino il potere. 

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