Raramente in vita mia ho assistito a uno spettacolo moralmente più ripugnante di quello offerto in questi giorni dai numerosi portavoce del regime russo. Più ancora delle insolenze contro il presidente della Repubblica e degli attacchi al giornalista del Corriere della sera Paolo Valentino, a indignarmi è l’aperta esultanza dinanzi all’iniziativa diplomatica promossa da Donald Trump sull’Ucraina, in un dialogo diretto ed esclusivo con Vladimir Putin.
Per non parlare degli utili idioti e degli inutili intellettuali di casa nostra, tutta quell’eletta schiera di analisti fino a ieri impegnata a sofisticheggiare e geopoliticheggiare sulla guerra per procura, modo elegante per diffamare gli ucraini come pupazzi degli americani, ma ora evidentemente soddisfattissima della pace per procura portata avanti da Washington e Mosca (stavo per scrivere: sull’asse Washington-Mosca, ma non voglio esagerare con i paralleli). Certo però dopo il discorso pronunciato venerdì da JD Vance alla conferenza di Monaco lo spazio per ingenuità e ambiguità si è notevolmente ristretto.
Come nota oggi su Linkiesta Carmelo Palma, infatti, l’intervento del vicepresidente degli Stati Uniti era un purissimo distillato della cosiddetta dottrina Gerasimov per la destabilizzazione delle democrazie liberali. «L’immagine di un’Europa invasa dagli immigrati, lontana da Dio e dai valori religiosi, sacrificata ai falsi idoli dell’inclusione e della non discriminazione, dominata da oligarchie tecnocratiche e affaristiche e alienata dalla sua identità storicamente più solida e profonda è esattamente la caricatura che da due decenni la propaganda russa diffonde attraverso tutti i canali di cui dispone».
Ancora più rivelatrice, nel discorso di Vance, era però la confusione intenzionale tra guerra ibrida e libertà di parola, come se il problema non fossero cioè le interferenze di Mosca, ma i tentativi europei di fermarle (conseguentemente etichettati come censura). Qui però io sospetto sia anche da capire quanto Vance parlasse da vicepresidente di Trump e quanto da pupillo di Peter Thiel, il fondatore di Paypal che ha dichiarato guerra al Digital service act e a ogni altro tentativo di regolare la rete portato avanti dall’Unione europea. In ogni caso, si tratta di distinzioni ormai sottilissime.
Non per niente, come segnala Palma, il discorso del vicepresidente americano è stato rilanciato all’unisono su X da Elon Musk e da Alexander Dugin, il filosofo dell’etno-nazionalismo putiniano, che ne ha approfittato per invitare l’Europa ad «abbandonare il liberalismo e il globalismo, abbracciare il realismo politico sovranista e riaffermare la sua profonda identità». Il fronte del nuovo fascismo globale, che va dalla cricca dei tecnoligarchi trumpiani ai loro omologhi moscoviti, si delinea ormai con chiarezza cristallina.
Una sinistra – radicale o riformista, laica o cattolica – che sia realmente cosciente del pericolo, e anche minimamente consapevole della propria storia, non può consentirsi ulteriori ambiguità, né sull’Ucraina né sulle spese militari necessarie alla difesa europea. Gridare da un lato all’avanzata dell’internazionale nera e dall’altro all’aumento delle spese militari, come hanno continuato a fare nel fine settimana gran parte delle forze di opposizione, è una contraddizione non più sostenibile.