
Il discorso sui valori del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance a Monaco non è stato, come vorrebbero i trumpiani de’ noantri, una severa reprimenda del relativismo morale europeo e del tradimento dei principi dell’alleanza euro-americana, ma un esercizio retorico perfettamente coincidente con il framework che la cosiddetta dottrina Gerasimov (dal nome del capo di Stato maggiore della difesa russa) prescrive per delegittimare i fondamenti dell’ordine politico occidentale.
L’immagine di un’Europa invasa dagli immigrati, lontana da Dio e dai valori religiosi, sacrificata ai falsi idoli dell’inclusione e della non discriminazione, dominata da oligarchie tecnocratiche e affaristiche e alienata dalla sua identità storicamente più solida e profonda, è esattamente la caricatura che da due decenni la propaganda russa diffonde attraverso tutti i canali di cui dispone, e che si è nel frattempo costruita anche in partibus infidelium, dove però – come dimostra proprio il discorso di Vance – sono sempre più numerose le élite fidelizzabili e fidelizzate alla vulgata volgarmente falsificatoria sul declino occidentale.
Il discorso di Vance fa presa e leva anche su alcuni problemi reali, a partire dalle conseguenze socio-culturali del fenomeno migratorio e su alcune macroscopiche degenerazioni della cosiddetta cultura dei diritti; ma non lo fa per ripristinare principi di responsabilità e razionalità politica, bensì per sovvertire i fondamenti stessi della libertà occidentale e per addebitare i problemi in cui è invischiata alla natura stessa di quei principi liberali, che l’Europa si ostina a non ripudiare e che la paralizzerebbero davanti a sfide esistenziali.
La tesi è questa: per salvarsi, l’Occidente deve uscire da sé stesso; Stato di diritto, società aperta e democrazia liberale non rappresentano il tesoro da custodire, ma la zavorra da cui liberarsi, la catena da spezzare per dispiegare appieno la potenza dei popoli e degli Stati. Questo dice da anni il Cremlino, questo dice oggi anche la Casa Bianca. È la posizione rappresentata dal post bonapartista di Trump dopo il discorso di Vance a Monaco: «He who saves his country does not violate any law» («Colui che salva il suo paese non viola alcuna legge»).
Siamo sempre allo stesso punto – la sostituzione del rule of law con il rule of power – cioè al rovesciamento del principio della limitazione del potere (di qualunque potere) attraverso vincoli costituzionali, al tradimento della sostanza stessa dell’ordine politico occidentale come via per la salvezza dell’Occidente.
Il trumpismo, ad esempio, non vuole una gestione efficiente e legalitaria dei flussi migratori; vuole la rendita dell’illusione di un’America (mai esistita) a immigrazione zero; vuole fomentare un senso dell’assedio, che finisce per contagiare tutti – ex immigrati compresi – perché niente è più manipolabile della paura; vuole anche legittimare i riflessi razzisti, suprematisti e segregazionisti di un’America bianca declinante dal punto di vista demografico, e dunque sempre più radicalizzata dall’angoscia dell’estinzione o della subordinazione economica e politica.
Allo stesso modo, alla subcultura woke il trumpismo non contrappone l’esigenza di evadere dalla galera carnevalesca di identità sessuali dematerializzate e auto-percepite, ma la volontà di tornare a omologare le sessualità diverse a deviazioni dall’ordine naturale, con le ovvie conseguenze di ordine sociale: non solo, ad esempio, escludere le atlete transgender dalle competizioni femminili, ma escludere le persone trans in generale da mansioni sensibili, ad esempio nelle forze armate, in quanto «non mentalmente e fisicamente preparate a servire l’esercito americano».
Al di là dei temi e dei contenuti, che mischiano tradizionalismo reazionario e revanscismo etno-nazionalista, a rendere il discorso di Vance perfettamente aderente alla dottrina Gerasimov è la rivendicata equivalenza tra la guerra ibrida – il boicottaggio tecnologico, la disinformazione organizzata, l’ingegnerizzazione e personalizzazione del condizionamento politico – con il free speech, come se non si trattasse di una psicagogia conformistica supportata da investimenti miliardari e da una logica bellica dichiarata e perseguita da attori statali e non statali che decidono letteralmente il destino del mondo, ma di una somma di espressioni personali, di una raccolta di libere opinioni, di un chiacchiericcio brulicante ma non organizzato e non finalizzato all’obiettivo di rovesciare l’ordine politico dell’Occidente.
Il discorso di Vance a Monaco è stato rilanciato all’unisono su X da Eleon Musk e da Alexander Dugin, che ne ha fatto una glossa eloquente: «Oggi l’Europa è anti-Europa. Se l’Europa vuole tornare a essere Europa, dovrebbe abbandonare il liberalismo e il globalismo, abbracciare il realismo politico sovranista e riaffermare la sua profonda identità. Mia figlia Darya ha scritto il libro “Theory of Europe”. È morta per questo».
Non penso ci sia altro da aggiungere, se non che quando in politica l’arroganza e l’impudenza non sono dissimulate, ma esibite a dimostrazione di potenza, si è già arrivati da tempo dove nulla è impossibile.