Sono stati 246,3 i miliardi di dollari che nel 2023 sono stati impiegati a livello globale dagli Stati e dalle organizzazioni multilaterali nell’assistenza al Sud del Mondo e non solo. Questo senza considerare l’impegno dei privati, più di dieci miliardi secondo i dati Ocse che si fermano nel 2022. Nel complesso curiosamente si tratta di numeri simili a quelli dell’industria degli influencer, almeno a sentire Goldman Sachs. E del resto influenzare le condizioni di vita, l’istruzione, la salute, i diritti dei popoli dei Paesi più poveri è tra i principali scopi di questa spesa, assieme, naturalmente, all’influenza delle alleanze e degli equilibri diplomatici, attraverso il soft power rappresentato dagli aiuti allo sviluppo.
È questa attività, spesso lontana dalle cronache quotidiana dei media, che oggi è nel mirino del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dei suoi ideologi. Forse perché pochi capitoli della spesa pubblica hanno così tanto a che fare con la visione del mondo come di un luogo in cui siamo tutti connessi, nel bene e nel male. È la visione secondo la quale accrescere l’istruzione dei giovani del Malawi non è solo un atto morale, ma anche un investimento per il futuro dell’economia globale, perché la crescita dell’Africa o del Sud America beneficerà lo stesso Occidente. Allo stesso modo significa procurarsi alleati, influenza culturale e politica.
È in fondo la visione che ha dominato tutto il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, quella che ha prodotto un aumento degli aiuti allo sviluppo pressoché costanti, al punto che tra il 2009 e il 2023 sono raddoppiati, al netto dell’inflazione, mentre il Pil cresceva molto meno, di circa il cinquanta per cento.
A fare la parte del leone è la spesa dei Paesi donatori più ricchi che fanno capo al Development Assistance Committee (Dac), che nel 2023 hanno versato 158,5 miliardi di dollari, il 64,3 per cento del totale o poco di meno se fossero inclusi i privati nel totale complessivo. Nel tempo è rimasta stabile e superiore alla media degli anni Duemila la quota delle organizzazioni multilaterali, guarda caso le più odiate dall’ideologia trumpiana, quelle che più di tutte rappresentano quella visione di mondo connesso che il nuovo inquilino della Casa Bianca detesta. Queste nel 2023 hanno versato 73,3 miliardi, sempre molto meno dei 158,5 dei Paesi DAC, ma comunque molto più dei 41,5 miliardi di dieci anni prima e dei 22,8 di quindici anni prima.
È poi diventata una presenza costante quella dei Paesi donatori che non fanno parte del Dac, ovvero quella parte del mondo emergente che, una volta diventata più ricca, ha cominciato a investire in aiuto allo sviluppo, naturalmente anch’essa nell’ottica di un allargamento della propria influenza.
Dati Ocse, in migliaia di milioni di dollari e in percentuale
Si tratta, per esempio, dei sauditi e dei turchi, che nel 2023 hanno investito in aiuti allo sviluppo rispettivamente 4,7 e sei miliardi. Sono circa dieci anni che sono entrati nella top ten dei donatori, in particolare la Turchia è settima, dopo essere stata, prima del Covid, anche quarta, ricoprendo un ruolo che nessuno avrebbe immaginato solo quindici anni fa, quando versava briciole, meno di un miliardo all’anno.
In testa ci sono gli Stati Uniti, con 56,8 miliardi di dollari di fondi, il ventitré per cento del totale, probabilmente un po’ di meno se a denominatore, nell’assistenza totale, ci fosse anche quella dei privati. Si tratta di una proporzione che è rimasta piuttosto stabile nel corso dell’ultimo decennio, ma è scesa rispetto agli anni Duemila. Tuttavia è evidente da questi numeri quanto l’eventuale azzeramento di Usaid, principale strumento della politica di cooperazione americana, inciderebbe nel mondo dell’assistenza allo sviluppo.
Difficilmente potrebbero compensare alla sua mancanza gli altri protagonisti, come la Germania, che pure nonostante una crescita economica inferiore negli ultimi dieci anni ha aumentato il proprio impegno, arrivando a dare 22,9 miliardi, il 9,3 per cento di tutto ciò che è stato speso nel mondo a questo scopo. In rapporto alle dimensioni dell’economia l’impegno tedesco è molto superiore a quello americano, si tratta di circa lo 0,79 per cento del reddito nazionale lordo, contro lo 0,24 per cento degli Stati Uniti. In valore assoluto a spendere di più, poi, sono stati nel 2023 i giapponesi, 15,5 miliardi, gli inglesi, 11,1 i francesi, 8,6, i canadesi, 7,3 e poi appunto i turchi.
Dati Ocse, in migliaia di milioni di dollari
Dati Ocse, in percentuale
E l’Italia? Non abbiamo mai brillato per impegno a favore dello sviluppo del Sud del mondo. Questo capitolo di spesa storicamente è dipeso molto dal colore della maggioranza in quel momento al potere. Abbiamo raggiunto un massimo di tre miliardi nel 2017, è seguito poi un crollo repentino e poi un recupero, fino ai 3,4 miliardi del 2022, di nuovo tagliati nel 2023. Due anni fa il peso italiano sul totale mondiale non superava l’uno per cento, che corrispondeva allo 0,27 per cento del reddito nazionale lordo, appena più degli Usa, ma molto meno di quanto versavano, in proporzione, i principali partner europei, per non parlare di Norvegia e Svezia, che arrivavano all’1,09 e allo 0,91 per cento.
Dati Ocse, in migliaia di milioni di dollari e in percentuale
Proprio la maggiore propensione alla solidarietà degli altri Paesi europei rende l’impegno dell’Ue presa nel suo complesso, includendo la spesa delle istituzioni di Bruxelles, più forte di quello degli Stati Uniti, e non di poco. Singoli Stati e Commissione Europea insieme arrivano a 87,3 miliardi di spesa, il 35,4 per cento del totale globale e 30,5 miliardi in più di quanto versano gli Stati Uniti.
Dati Ocse, in migliaia di milioni di dollari
Dati Ocse, in percentuale
Il peso europeo, che superava il quaranta per cento nel 2007, era lentamente sceso negli anni, analogamente al peso economico, ma ha visto un rimbalzo con l’invasione russa dell’Ucraina, che ha fatto scattare la solidarietà verso Kyiv. A ulteriore dimostrazione di come l’assistenza allo sviluppo sia anche e spesso soprattutto un atto politico, un’affermazione di presenza e di volontà di influenza.
Le istituzioni europee sono protagoniste anche della spesa in cooperazione e assistenza multilaterale, con 34,5 miliardi nel 2023, quasi metà del totale. A distanza segue con 17,2 miliardi la Banca Mondiale, e poi con 7,3 le varie branche delle Nazioni Unite. Queste istituzioni si sono dimostrate una presenza indispensabile durante l’emergenza Covid, nel 2020, quando hanno aumentato i propri versamenti di venti miliardi in un solo anno, aiutando quelle aree del Sud del mondo travolte dalla pandemia e senza risorse per affrontarla, sostituendosi ai singoli Paesi.
Dati Ocse, in migliaia di milioni di dollari
A questi fondi si aggiungono quelli privati, diventati importanti negli ultimi dieci anni. Campione assoluto è la fondazione Gates, che nel 2023 è arrivata a versare 3,4 miliardi, più della sola Svezia, protagonista del mondo dell’assistenza allo sviluppo, e molto più dell’Italia e dell’altro soggetto privato più generoso, la fondazione Mastercard, con 1,2 miliardi.
Dati Ocse, in migliaia di milioni di dollari
Sappiamo come questo protagonismo di Gates e di altri miliardari, come Soros, sia nel mirino dell’internazionale sovranista e contribuisce a rendere ancora più impopolare tutto il mondo della cooperazione allo sviluppo, accusata di essere al servizio di una non meglio precisata agenda liberal globalista. La realtà è che essendo per due terzi in mano ai singoli Stati, l’assistenza al Sud del mondo in realtà segue le priorità dei governi e guarda caso si indirizza, a livello geografico, soprattutto laddove l’interesse politico è maggiore.
Così è evidente come le istituzioni Ue e i singoli Stati membri tra 2019 e 2023 abbiano incrementato l’impegno verso l’Europa, leggi Ucraina, che sei anni fa era la destinazione solo del 4,4 per cento dei fondi, mentre due anni fa del 16,6 per cento di essi. È quindi diminuita la fetta di assistenza destinata all’Africa Subsahariana, dal 16,8 al 9,3 per cento e così in generale quella diretta ai Paesi in via di sviluppo, dal 65,9 al 57,7 per cento. Ancora maggiore è stato l’incremento dello sforzo verso l’Europa, quindi l’Ucraina, degli americani, che hanno aumentato la quota di aiuti totali a essa destinati dall’1,6 al 20,2 per cento.
Dati Ocse, in percentuale, la somma non fa cento
Con il relativo disimpegno americano ed europeo l’Africa, soprattutto quella subsahariana, si è vista sempre più dipendente dall’intervento delle istituzioni multilaterali, che hanno pure diminuito la quota di aiuti diretta ad essa, ma questa è rimasta ampia, del 33,2 per cento nel 2022. E una boccata d’ossigeno è stato l’aumento dell’impegno dei donatori privati, che nel 2019 destinavano al Continente Nero il 29,1 per cento di quanto donavano, mentre tre anni dopo il 36,8 per cento.
A testimonianza dell’importanza della geopolitica ci sono i numeri sull’assistenza allo sviluppo di Turchia ed Emirati Arabi, due soggetti emergenti che aspirano a un ruolo sempre più importante in questo ambito. Gli emiratini nel 2023 destinavano al Medio Oriente il 58,6 per cento di quanto spendevano, percentuale in netta crescita rispetto al 22,8 per cento del 2019, a discapito dell’Africa, mentre i turchi addirittura l’88,1 per cento. La loro attività, più che essere dettata da spirito umanitario, rispecchi l’intenzione di influire sui destini politici dell’area, magari a discapito di altre potenze regionali.
Dati Ocse, in percentuale, la somma non fa cento
Nei dati Ocse non ci sono quelli relativi alla Cina, che pure ha allargato la propria sfera di influenza, anche dal punto di vista umanitario, dall’Asia all’Africa, ma rimanendo su cifre limitate in proporzione alla propria forza economica, tre miliardi di dollari nel 2023 secondo il ministero delle Finanze cinese. Pechino preferisce agire attraverso investimenti diretti, che hanno lo stesso scopo geopolitico, affermare la propria presenza.
Questi numeri mostrano come alla fine sia questo lo scopo dell’assistenza allo sviluppo, al di là del contenuto del progetto specifico. La guerra culturale che è stata scatenata dall’internazionale sovranista copre i fatti, sostituisce le priorità, costringendo tutti a parlare dei quattro spiccioli dati all’organizzazione Lgbt in Guatemala o all’associazione per le persone trans in qualche Paese asiatico. È un segno dell’impoverimento della politica, che una volta vedeva tutti gli schieramenti concordi sull’importanza di questi aiuti per essere influenti, per guidare nella giusta direzione voluta le aree più fragili. Da qui l’impegno europeo in Ucraina, quello americano un po’ ovunque, in Europa, in Medio Oriente e Africa negli anni scorsi, quello dei donatori arabi e turchi nel Medio Oriente.
Il vuoto non esiste, abdicare a questo ruolo da parte di un soggetto solo, gli Usa, non porterà i Paesi del Sud del mondo una volta assistiti a fare da soli, senza influenze, nessun trumpiano probabilmente è ingenuo come un no global di venti anni fa da pensare qualcosa del genere. Gli Usa verranno sostituiti, ma da chi? Probabilmente non dalla Ue che già si impegna più degli americani e che difficilmente, vista la sua situazione economica, potrà dare di più, né dagli inglesi e dai giapponesi, per lo stesso motivo. Dai cinesi, dai turchi, dagli arabi? Più probabile. Ma la vera domanda è: Donald Trump e i suoi accoliti sono veramente così indifferenti alle sorti del mondo? La rivincita ideologica contro i «fricchettoni» delle Ong e gli ancora più odiati liberal che le guidano vale veramente l’irrilevanza?