
Lunedì scorso si è insediato ufficialmente il nuovo governo austriaco, guidato dal conservatore Christian Stocker (Övp) e sostenuto anche dai socialdemocratici del Spö e dai liberali di Neos. Ci sono voluti centocinquantuno giorni per formare il governo, un record nella storia dell’Austria democratica. Inoltre per la prima volta la coalizione al potere sarà formata da tre partiti e non solo due.
Due dati che mostrano quanto le forze politiche tradizionali austriache siano in difficoltà ad arginare la crescita dell’estrema destra filo-putiniana del Fpö, risultato il partito più votato alle elezioni dello scorso settembre e dato in ulteriore crescita nei sondaggi degli ultimi mesi. Secondo Politico, se si andasse ad elezioni oggi, più di un austriaco su tre voterebbe per l’Fpö. Se il successo dei sovranisti è un fenomeno trasversale a quasi tutte le democrazie liberali, l’Austria rappresenta un caso particolare. L’Fpö ha infatti delle caratteristiche che lo rendono un soggetto politico unico nel panorama politico europeo, quasi un precursore delle tendenze politiche attuali.
L’Fpö venne fondato da ex affiliati al partito nazista già nel 1956, un periodo in cui l’estrema destra era pressoché bandita in quasi tutta Europa. Fin dalla fondazione, pur ottenendo percentuali modeste (tra cinque per cento e sette per cento), riuscì a imporsi stabilmente come terzo partito, la prima alternativa al duopolio composto da conservatori e socialdemocratici che ha governato l’Austria praticamente sempre, da soli o in coalizione.
Già a partire dagli anni ottanta, però, l’Fpö iniziò a incrementare costantemente i propri consensi in modo notevole, specialmente durante la leadership di Jörg Haider. Negli anni novanta, quando in Occidente spopolava la “Terza via” di Bill Clinton e Tony Blair, gli ultranazionalisti austriaci ottenevano percentuali superiori al venti per cento. Nel 1999 l’Fpö venne invitato a far parte dell’esecutivo conservatore di Wolfgang Schüssel.
L’Austria entrò così nel nuovo millennio con un governo fortemente sbilanciato a destra, all’epoca un’eccezione in tutto il panorama politico europeo, tanto che gli altri Stati membri dell’Unione reagirono imponendo sanzioni. A suggerire quanto il clima politico di venticinque anni fa fosse diverso da quello odierno bastano le dichiarazioni del ministro degli Esteri belga dell’epoca: «È semplicistico dire che dobbiamo tenere l’Austria in Europa a qualunque costo. L’Europa può farne a meno. Non ne abbiamo bisogno». Avere l’estrema destra al potere era considerato aberrante.
L’Austria rappresenta quindi un caso peculiare di normalizzazione dell’estrema destra. Una normalizzazione che la celebre ricercatrice Ruth Wodak, nota soprattutto per essere una delle massime esperte della metodologia nota come “analisi critica del discorso”, ha studiato nel dettaglio per più di tre decenni. Negli ultimi anni Wodak si è concentrata sulle tecniche mediatiche con cui vari esponenti del governo austriaco hanno “normalizzato l’autoritarismo”. Una di queste tecniche, secondo la linguista austriaca, è stata il “controllo della narrazione”, una tecnica perfezionata soprattutto dall’ex cancelliere Sebastian Kurz, in carica dal 2017 al 2021.
Wodak scrive che Kurz e il suo entourage hanno evitato un confronto aperto coi media, del tipo che sta accadendo in questi giorni con Trump negli Stati Uniti. Hanno invece optato per tattiche più indirette per imporre la versione governativa in un modello come quello austriaco, dove le garanzie democratiche e le prerogative della stampa erano, e sono, ancora relativamente solide. Appena nominato cancelliere, Kurz assoldò ottanta esperti di comunicazione, coordinati dal suo consigliere Gerhard Fleischmann, e altri ministeri fecero lo stesso.
Uno dei compiti principali di questi uffici di relazioni pubbliche consisteva nel chiamare direttamente quei giornalisti che, secondo la visione del cancellierato, avevano pubblicato notizie e storie troppo critiche del governo. In parallelo, solo giornalisti amici venivano invitati alle cosiddette “discussioni dietro le quinte” (Hintergrundgespräche, in tedesco), dove i rappresentanti del governo esponevano la versione ufficiale e, indirettamente, suggerivano ai media quali fossero i temi da trattare. Ai funzionari del governo, inoltre, venne impedito di parlare coi giornali.
Un’altra mossa per “controllare la narrazione” fu la pubblicazione a pagamento di resoconti positivi e acritici dell’operato del governo sui principali media del paese. Come chiarito apertamente in una chat WhatsApp diffusa nel 2021, il motto del circolo di Kurz era: «chi paga, comanda»(«Wer zahlt, schafft an», in tedesco). Il governo pagava – coi soldi dei contribuenti – e comandava. Al contempo, venivano anche dirottati ingenti fondi pubblici verso le testate più favorevoli al governo, principalmente tabloid, molto popolari in Austria. Nel 2018 uno di questi tabloid pubblicò, per esempio, un articolo intitolato “All’estero adorano il ‘wonder boy’ Kurz”. Wodak definisce “simbiosi” la relazione tra il cancellierato Kurz e i tabloid.
Infine, seguendo un modello eseguito magistralmente da Viktor Orbán in Ungheria, il governo di Kurz spinse anche alcuni investitori privati a comprare i media più popolari e imporre una linea editoriale smaccatamente filo-governativa. René Benko, uno degli uomini più ricchi del paese, acquisì il quarantanove per cento della compagnia che possiede il tabloid Neue Kronen Zeitung, e in seguito quasi la metà di Kurier, tra i quotidiani più diffusi in Austria.
Queste tecniche di manipolazione del messaggio hanno contribuito all’indebolimento dei media indipendenti austriaci, che negli anni di Kurz hanno perso ricavi, legittimità e contatti con le istituzioni, proprio mentre l’Fpö riusciva a crearsi una sfera mediatica parallela a quella tradizionale. Per questi media, quindi, è oggi molto complicato riuscire a fare da “cani da guardia del potere” e contrastare la propaganda illiberale promossa dai network del Fpö.